DANIMARCA: ATTACCO COPENHAGEN ULTIMA PIETRA DI UN MURO COSTRUITO MOLTI ANNI FA
“Danesi, siamo stati troppo tolleranti con i musulmani”, è il titolo di un editoriale apparso nell’ ottobre 2013 sul settimanale Copenhagen Post. Oggi questa affermazione ritorna a galla dopo il duplice attacco avvenuto il pomeriggio del 14 febbraio scorso all’interno del centro culturale Krudttønden e davanti ad una sinagoga situata nel centro della capitale danese, costati due morti e almeno cinque feriti. Nel piccolo teatro famoso per il suo basso profilo e per spettacoli in lingua inglese era in corso una conferenza con a tema “arte, blasfemia e libertà di espressione”, organizzata in seguito all’attacco del 7 gennaio contro la redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo e a cui erano presenti Lars Vilks, autore delle prime vignette su Maometto pubblicate nel 2007 e da allora sotto scorta, e l’ambasciatore francese in Danimarca François Zimeray. Al Krudttønden Omar Abdel Hamid El-Hussein, ventiduenne ucciso ieri dalla polizia, ha sparato almeno 30 colpi con un’arma automatica colpendo a morte Finn Nørgaard, 55 anni e noto regista di documentari. Poche ore dopo, fingendosi ubriaco ed eludendo la polizia, lo stesso el-Hussein avrebbe ucciso Dan Uzan, ebreo danese di 37 anni, mentre era di guardia davanti alla sinagoga di Krystalgade.
Similitudini con attacchi Parigi e il mito dei lupi solitari
In attesa dei risultati delle indagini condotte dalla polizia danese, l’Europa ritorna ancora una volta nel mirino di terroristi in apparenza solitari, ma probabilmente legati ad organizzazioni jihadiste attive in occidente e guidate dalle roccaforti dell’estremismo islamico in Medio Oriente. La dinamica dell’attacco di Copenhagen è molto simile a quella utilizzata dai fratelli Kouachi e da Amedy Coulibaly per sterminare lo scorso 7 gennaio la redazione di Charlie Hebdo e attaccare il supermercato kosher: irruzione veloce a colpo sicuro, volti coperti, armi automatiche, utilitaria utilizzata per la fuga. Inoltre le ragioni dell’attacco e l’obiettivo sono molto simili a quelli degli attentatori di Parigi. L’obiettivo reale di El-Hussein nell’attacco al centro culturale Krudttønden era Lars Vilks, che dopo la pubblicazione sul Jylland-Posten delle vignette satiriche su Maometto nel 2007 ha ricevuto decine di minacce di morte da parte di al-Qaeda e di altri gruppi estremisti islamici. Alla vendetta per le offese a Maometto, El-Hussein ha aggiunto un attacco dimostrativo alla sinagoga locale. I parallelismi sono ovviamente teorici, tuttavia non è da escludere un’emulazione del giovane danese di origini arabe dei correligionari di Parigi, che come lui no avrebbero agito da soli, ma sostenuti da una ben nutrita rete di complici. Secondo la polizia danese Omar Abdel Hamid El-Hussein non ha agito da solo e al momento gli agenti avrebbero arrestato due persone sospettate di aver aiutato il giovane a procurarsi le armi e a pianificare l’attacco. Quindi crolla in parte l’idea dei famigerati lupi solitari che agirebbero in modo individuale ispirati semplicemente dall’odio nei confronti della cultura occidentale.
Chi era Omar Omar Abdel Hamid El-Hussein?
Anche in questa occasione non sapremo mai chi era realmente Omar Abdel Hamid El-Hussein. Il giovane è infatti stato ucciso il giorno dopo gli attacchi durante una sparatoria con la polizia. Tuttavia da una prima ricostruzione della sua vita emergono particolari interessanti che confermano quanto il fondamentalismo islamico abbia inciso sui giovani musulmani di seconda generazione e quanto i governi dei Paesi occidentali siano privi al momento di una strategia efficace per evitare il loro indottrinamento ed impedire nuovi attacchi.
Il giovane era un ex studente di un corso di formazione per adulti a Hvidovre, nella regione di Hovedstaden a pochi chilometri da Copenhagen. Secondo il rettore dell’istituto Peter Zinkerbagel, El-Hussein era “un giovane veramente talentuoso e dotato di grandi capacità che lo avrebbero reso un lavoratore qualificato in futuro”. Nonostante le sue qualità il giovane viene espulso dall’istituto nel novembre 2013 in seguito all’accoltellamento di un altro studente. Per questo crimine il ragazzo passa tutto il periodo del processo in carcere. La sentenza definitiva a due anni di reclusione viene comminata solo nel dicembre 2014. A causa della sua permanenza in carcere i giudici decidono di rilasciarlo già nel gennaio 2015. El-Hussein non è però lo stesso giovane di prima. Come conferma ai media danesi il direttore del penitenziario Michael Gjorup il ragazzo era molto cambiato durante la detenzione probabilmente in seguito alla conoscenza di alcuni detenuti fondamentalisti e la direzione del penitenziario aveva avvisato per tempo l’intelligence danese.
La virata estremista di El-Hussein emerge da un video caricato sul profilo Facebook del giovane circa 45 prima 45 minuti prima dell’attacco contro il centro culturale Krudttønden. Il filmato pubblicato su YouTube da un gruppo che si autodefinisce “Orgogliosi musulmani” contiene un inno al jihad armato.
Lo scontro fra comunità musulmana e società danese
Al di là dell’analisi meramente cronachistica dei fatti e sul pericolo del terrorismo in occidente, occorre porre l’accento sulle ragioni che hanno condotto l’Europa ad essere di fatto sotto attacco da parte della jihad islamica. In Danimarca le avvisaglie nemmeno troppo velate di un reale conflitto sociale in campo aperto sono iniziate diversi anni, nonostante il flusso migratorio di persone provenienti dalla Turchia e da altri Paesi musulmani sia iniziato già a partire dagli anni ’80. Negli ultimi 30 anni la comunità islamica si è inseriti all’interno di un tessuto sociale profondamente laicista e con una cultura del dialogo basata sulla “tollerante indifferenza”. Il risultato è un profondo iato fra le richieste della comunità minoranza musulmana, che oggi rappresenta circa il 4 per cento della popolazione, e la società danese.
L’articolo pubblicato dal settimanale “Copenhagen Post” dal titolo “Danesi: siamo troppo tolleranti con i musulmani” affrontava già nell’ottobre 2013 il conflitto sociale in atto nel Paese, citando un sondaggio nel quale oltre un terzo dei danesi esprimeva preoccupazione per la deriva nei rapporti con la minoranza islamica. Le ragioni di questa preoccupazione, che in molti casi verrebbe bollata come “islamofobia” sono anzitutto le richieste inoltrate da alcuni rappresentanti della comunità islamica: abolizione dell’albero di Natale, carne halal nelle scuole pubbliche, velo per le lavoratrici musulmane nei supermercati. Già allora emergeva una tesi molto comuni nei Paesi nordici e scandinavi caratterizzati da ingenti flussi migratori di persone di religione musulmana: l’assoluta estraneità fra popolazione locale e immigrata, tanto che le vite delle due comunità raramente si intersecano anche se la Danimarca ha ben 179 parlamentari di origine musulmana e diversi leader delle comunità sono membri dei consigli comunali in diverse città, fra cui la stessa capitale.
Il fallimento del modello multiculturale
Cosa ha dunque causato questa divisione interna alla società danese che ha condotto ad un rafforzamento dei partiti conservatori, compresi quelli antislamici?
La Danimarca non è sempre stata una terra di scontro e prima della pubblicazione nel 2005 delle famigerate vignette su Maometto un clima di dialogo fra islam e danesi dettava le linee dell’integrazione. Dopo la diffusione delle vignette satiriche su Maometto da parte del Jylland-Posten diverse organizzazioni musulmane basate sul dialogo fra Islam e democrazia hanno tentato di arginare lo scontro fra diversi esponenti della comunità islamica e le autorità danesi accusate di non aver fatto nulla per impedire la pubblicazione delle vignette offensive. Nel 2006 nasce la Democratic Muslims gruppo il cui fine è proprio la promozione della democrazia all’interno della comunità islamica. Nonostante l’iniziale successo, il dibattito interno ai membri dell’organizzazione sulla liceità delle critiche al Corano hanno portato nel tempo la Democratic Muslims a scomparire.
Il graduale indebolimento dei movimenti per il dialogo e la democrazia ha offerto campo libero ad altre organizzazioni incentrate sulla difesa dei diritti dei musulmani. Una delle più importanti è il Consiglio musulmano della Danimarca, fondata nel settembre 2006 e rappresentante di 14 associazioni musulmane per un totale di circa 35.000 membri 34. Il Consiglio musulmano della Danimarca segna una nuova tendenza della comunità musulmana danese, facendosi portavoce dell’intera minoranza islamica, invece di rappresentare una sola etnia, come avvenuto in precedenza. Fra le principali attività dell’organizzazione vi è la battaglia per costruire la moschea di Copenaghen, che diventerebbe uno dei più gran di edifici religiosi islamici del Paese, dove la preghiera è concentrata soprattutto all’interno dei centri culturali islamici. In questi anni diversi membri del “Consiglio” sono stati accusati di aderire a formazioni estremiste islamiche e di battersi per una islamizzazione della società danese. Nel 2009 l’allora ministro del Welfare Karen Jespersen ha accusato il portavoce del Muslim Council, Zubair Butt Hussain, di sostenere la lapidazione delle donne, esternazione che è costata alla Jaspersen una condanna per ingiuria e una multa di diverse migliaia di dollari.
Il clima di scontro iniziato con la pubblicazione delle vignette su Maometto nel 2005 ha portato alla ribalta non solo partiti della destra xenofoba come il Danish People Party, che alle ultime elezioni europee ha fatto registrare il 26,6 per cento divenendo il primo partito della Danimarca, ma ha anche parzialmente modificato le posizioni di partiti fino ad oggi considerati moderati come il “Venstre” dell’ex Premier Anders Fogh Rasmussen. Nel luglio 2013 la portavoce del partito liberale Inge Stoiberg ha pronunciato un discorso destinato a segnare un solco decisivo nei rapporti con la comunità musulmana: “La Danimarca è la terra dei danesi e tutti sono benvenuti e possono diventare parte della comunità, ma a quei musulmani che costantemente lavorano contro di noi, che costantemente ci criticano, sono sempre insoddisfatti, commettono delitti d’onore, incitano a partire per la guerra santa in Siria, sminuiscono i nostri valori, la nostra bandiera e le nostre abitudini io dico: andatevene e trovate un altro posto dove vivere. Nessuno è obbligato a restare”.
Alla base del cambio di visione da parte anche dei partiti più “Politically Correct” vi sono la crescita del tasso di criminalità fra la minoranza musulmana, le richieste di trattamenti ispirati alla Sharia islamica da parte dei consiglieri comunali di religione islamica, ma anche l’inerzia delle autorità nel punire i responsabili di delitti d’onore e pedofilia. Un esempio è il caso del pedofilo somalo reo di aver violentato tre bambine nel 2013, ma non espulso dai giudici perché l’espulsione avrebbe interrotto il suo percorso di “integrazione” in Danimarca.
I fatti del 14 febbraio mostrano il fallimento di questo percorso di integrazione e al suo posto la costruzione di un muro prima di indifferenza oggi di difesa. L’assenza di interlocutori adatti all’interno della comunità islamica, la politica basata solo sulla difesa dei diritti e non sull’apertura dei cittadini di origine islamica sta portando verso una virata estremista dell’Islam. Nel settembre 2014 i media riportavano la notizia di un presunto comunicato del Danish Muslim Party dove si inneggiava all’islamizzazione della società danese per fare della Danimarca il primo Paese musulmano d’Europa.