dalla presentazione:
Questo libro nasce da una trasmissione radiofonica di Radio24: Voi Siete Qui, di Matteo Caccia e Tiziano Bonini, un programma di storytelling collettivo in cui gli ascoltatori partecipano con un racconto di un episodio realmente accaduto della propria vita. Ogni giorno Matteo racconta la storia di un ascoltatore. Ogni storia è un punto rosso su una mappa, che racconta chi siamo, e da dove veniamo. Leggerlo è come riaprire vecchie bobine di film di famiglia dimenticate in cantina. Qui si raccolgono un centinaio di racconti andati in onda nella seconda stagione di Voi Siete Qui: storie brevi come dei cortometraggi, storie d'amore, adolescenza, ricordi di infanzia, malattie e rinascite, amici perduti e donne ritrovate.
Consigliato perché:
La vita è un viaggio in treno (17 ottobre 2012)
Summertime - Janis Joplin
Ho viaggiato su un treno sbuffante di fumo seduta fra i sacchi d’un vagone bestiame, avevo tre anni e piangevo di fame. Andava lento quel treno di ferro fra case distrutte e buche di bombe, poi si fermava perché non c’era più il ponte. Allora, a piedi, si guadava il torrente. E si prendeva l’altro treno, di fronte. Ho viaggiato su un treno stipato di gente - i miei anni erano quattro o poco di meno-. Carrozze strapiene; persone ammassate, in piedi nei corridoi, o sedute per terra, fra mucchi di borse e di sacchi. Mi fecero entrare, passandomi a braccia, dal finestrino. Mi sistemarono, in alto, sulla rete dei pacchi. Mia madre dormiva in fondo al vagone, seduta su una vecchia valigia di pelle marrone.
Dalla “prima classe” del treno arrivò, in aiuto, un uomo elegante. “ È Bartali! È Bartali!”. Disse qualcuno. “Viva Bartali! Viva il campione italiano” Lo conoscevano tutti e, a tutti, lui strinse la mano. Mi tirò fuori dalla rete dei pacchi e mi portò nell’altro vagone dove, in silenzio, sedevano solo signori distinti. Lasciò il suo posto a mia madre e mi addormentai fra le sue braccia, in un sedile di rosso velluto, senza scossoni né spinte.
Eran felici quei treni, divisi in tre classi, con sedili di legno, ben lucidato. Sbatacchiavano allegri fra i boschi e le case, martellavano con potenti, gioiosi fracassi, come magli di ferro pesante. Si fermavano ad ogni stazione, fischiavano ad ogni passaggio a livello, ad ogni casello. Al passare del treno, salutavano i bimbi con fazzoletti e manine. Alzavan la schiena, per un breve riposo, contadini e mondine. Si stava alla finestra per ricambiare saluti, per catturare paesaggi, odori, città, colori. Sempre fuori con la testa, per poi rientrare in galleria. Gallerie strette, nere, con l’odore di carbone e poi, improvvisi, sprazzi di luce e d’azzurro: il mare! Nero, azzurro, nero azzurro… azzurro, nero. Riviera!
D’estate, finestrini sempre aperti. Entrava, fortissimo, un vento prepotente, caldo. Sferzava capelli e facce. D’inverno, finestrini gelati con arabeschi di ghiacci. Si riempivano i vagoni di fumo, di vapori, di canti, di storie e di parole. A diciott’anni, il mio primo viaggio, da sola. Andavo a Rotterdam, da Mariette, l’amica olandese, per un premio, alla fine della scuola. A Milano salivano in tanti. Soprattutto migranti. Con valigie di cartone e borse strapiene di cibo e di stracci, mal chiuse da spaghi e da lacci. Parlavano forte, si salutavano, si chiamavano, si spostavano. Mangiavano pane cipolle, salame e pomodori freschi. Bevevano vino dai fiaschi. Ma quando il treno partì, si fecero muti e seri; i grigiori di Stuttgart e i fumi di Ruhr velò i loro pensieri. Ci fu silenzio in tutti i vagoni. Scesero il mattino seguente, pochi per volta, in nebbiose stazioni.
Negli anni seguenti ho viaggiato tanto. Ho viaggiato seduta in scomparti fumosi, ho parlato, ho letto, ho dormito, ho ascoltato, ho studiato. Ho conosciuto tante persone, mille visi adesso scordati, mille voci ormai perse nel fracasso del ferro. Ho preso treni, sempre più in fretta, correndo, salendo e scendendo da mille stazioni senza rendermi conto del viaggio, senza sapere la mia direzione. Ho viaggiato, ho viaggiato tanto, mentre veloci passavano gli anni regolari, costanti, come il ritmo del treno, uguali e confusi come gli alberi che mi correvano incontro. Ora viaggio su un velocissimo Espresso: alberi, case, cartelli e piloni volano via come strisce indistinte. Poco a poco si svuota il mio treno, scendono in tanti ad ogni stazione; accanto a me, sempre meno persone, sempre meno compagni di viaggio. Anch’io, fra poco, scenderò dal mio treno, ad una prossima, ignota fermata.