ho terminato quel libro di Luigi Nacci sugli addii. di tutto mi resta impressa quell'espressione – mappe della gioia – e come io e te non le avremo mai. di notte prima di eliminare le ultime tracce di quello che è rimasto provo a rileggere dei vecchi messaggi, ma mi prende subito la nausea e così come un boia alla fine taglio quest'ultimo invisibile filo. provo a sprangare le porte, a chiudere tutte le finestre, ma tu rientri dagli spifferi. ti scorpori e poi ti ritrovo di fronte a me intatta. la notte seguente scrivi, "mi hai tolta dai contatti, cancellata"; penso, "magari bastasse quello". chiedi, "ripartiresti da zero?"; penso, "non mi hai capita mai". ti ho voluto un bene immenso e ho provato per te un amore che mi commuoveva e non dava pace. per te, mi sarei tagliata pezzi di corpo se lo avessi chiesto. mi sarei fatta l'Italia a piedi con solo una bussola in mano per riportarti a casa ogni volta che ti fossi persa. ancora oggi, se ci penso, mi prende un pianto che dalla pancia sale fino agli occhi perché ci sono state notti in cui ti ho sentita così dentro me che ho pensato sarei diventata te. non avevo mai provato uno sconquasso del corpo simile. ad un certo punto ti sei trasformata in un involucro: eri lì, ma non c'eri più. ho cercato di tenerti in piedi riempiendoti di parole, ma cadevi su te stessa. così vuota, ti sei mangiata tutto. ora mi parli di nuovo e vorrei crederti, ma non so più nulla. mi rattrista dubitare della tua verità , ma mi sono inginocchiata troppe volte all'altare di un dio che non esiste cantando con la voce più bella fino a perderla.

















