Lacune
“It’s just my humanity getting the better of me”. - A guy called Gerald. ---
Quel giorno si svegliò che era già perduto. La camera da letto era ancora buia. Lui aveva gambe lunghe, e i piedi che sporgevano fuori dalle coperte, superando la resistenza di quest’ultime, erano freddissimi. Si alzò dal letto dopo aver scrollato Instagram per circa quaranta minuti. Quando terminò si domandò il senso di quel gesto. Non trovò risposta. La stanza, a quel punto, era così piena di suoi sospiri che assomigliava a una bombola d’ossigeno per gente triste. Alzò le tapparelle e lo sentì arrivare. Cominciò a piangere, nonostante la luce del sole gli avesse dato un’iniziale, microscopico slancio, che però svanì quasi subito. Da quant’era che stava così male? Non ricordava. Non era che non voleva ricordare, era solo che il passato gli sembrava una cosa caliginosa, come la sua vista in quel momento. Anche sforzandosi non riusciva a pescare una cosa bella dalla mente. Ti succede, quando sei questo tipo di depresso. Ti sembra di essere quasi in torto nei confronti di coloro che dicono di avere avuto una bella infanzia e adolescenza. Tu pensi alle tue e ti sembrano il vuoto più noioso, e ti ritrovi senza nulla da raccontare. Senti di non aver vissuto, e questa mancanza di esperienze è proprio una parte del vuoto che percepisci al centro della tua esistenza. Se poi la paragoni alle vite altrui, beh, Cristo, è evidente che tu ti senta uno straccio, sempre. Continuò a piangere quando andò in soggiorno e alzò anche lì le tapparelle. Piangeva e gemeva. Pensava di essere destinato a morire, in un modo o nell’altro. E piangeva, piangeva, piangeva. Svuotò la moka, la sciacquò e riempì di nuova miscela, la mise sul fuoco. Pianse anche allora, mentre i suoi singhiozzi danzavano nell’aria coi gorgoglii della macchinetta, e poi cadevano. Prima di svegliarsi aveva sognato suo fratello - con cui non aveva ormai che i minimi rapporti obbligati – che lo guardava. Erano in una stanza della casa dei loro genitori, e lui gli chiedeva: “Ma perché non torni dallo psicologo?”. E lui voleva tornarci. Aveva già mandato una mail a un’associazione che ti prendeva in carico a prezzi bassi, ed era in attesa di una risposta. Quante psicologhe e psicologi aveva già avuto? Tre, ed era ancora a quel punto, quello in cui le lacrime continuavano a scendere e scendere e scendere senza che potesse farci nulla. Alle persone con cui parlava di terapia diceva sempre che erano i soldi meglio spesi che potessero esserci. Ora si sentiva un ipocrita, visto come stava. Erano questi i risultati? Quando lavorava, tirava la faccia per partecipare con compostezza alle call, ma più lo faceva, tanto più forte era il contraccolpo, una volta premuto il tasto “Abbandona” e terminata la conversazione. “Abbandona”: ogni tanto ci pensava, e gli sembrava una dichiarazione della realtà nei suoi confronti, quella parola. La storia della sua vita: sua madre che lo aveva lasciato da bambino, scappata con uno della concessionaria d’auto del suo paesino, e lui che era cresciuto con un padre semi-violento perennemente incazzato per via del suo lavoro e una nonna iper-protettiva. Praticamente schiacciato tra opposti. Solo, lì in mezzo. Cristo. Non aveva nessuno. O meglio, aveva tanti amici e tante amiche, ma gli sembrava di non essere da nessuna parte, in nessun luogo, quando stava con loro. Ogni volta, in mezzo alle persone, gli sembrava di dover crollare. E in un paio di occasioni, sicuro di non essere visto, si era quasi messo a piangere. Guardava i gesti, ascoltava le parole, e nulla gli faceva provare una sensazione di benessere. Si sentiva sempre sul palco della propria psiche. “Guarda come sei goffo”, “Guarda com’è simpatico il tuo amico rispetto a te”, “Guarda quanti soldi quello”, “Anvedi che macchinone s’è fatto quello, e tu ancora con l’abbonamento dei mezzi”, “Uh guarda, qualcuno con una vita sessuale: e tu?”. Più di tutto, si percepiva senza speranza. E perciò piangeva, come stava facendo adesso. Aveva pianto quando aveva bevuto il caffè, tanto che il sapore si era confuso col gusto salato che arrivava dai suoi occhi, e aveva pianto quando aveva fatto la cacca. Aveva pianto anche sotto la doccia, e aveva avuto paura che una crisi di panico gli stesse per mangiare il cuore, una volta uscito per asciugarsi. Si era appoggiato alla parete. La parete aveva retto, mentre lui era rimasto curvo per un po’. Poi il respiro era ripreso. Pianse così tanto, quel giorno, che guardando poi a ritroso non ricordò di aver mai smesso. L’inondamento oculare gli aveva reso la vista un obiettivo pieno d’acqua, come guardare attraverso un paio di occhiali bagnati in mezzo a un diluvio. Ai contorni del suo sguardo, lì dove il perimetro della vista e della percezione lasciava spazio al resto del mondo affinché quest’ultimo accadesse, cominciarono ad accumularsi dei residui di lacrime. Questi, per qualche strano motivo, non andavano via. Lui non ci pensava. In tutto quel piangere, non si era accorto di nulla. Non aveva percezione della differenza. Non faceva niente per diminuire il pianto, anzi. Dentro di sé pensava che, se avesse tirato fuori tutte le sue lacrime (un’espressione che sentiva ogni tanto in qualche film), forse, per sfinimento, non sarebbe stato più così triste. Si domandò di quanta acqua è fatto il corpo umano, ma non ricordò la risposta. Si indusse al pianto ancora di più. Ascoltò canzoni struggenti come “The Last Waltz”, dal finale del film “Oldboy”. Guardò vecchie foto su Instagram, pensando a quanto fosse felice allora. Si ritrovava in questo modo a esaltare momenti in cui non era stato davvero sereno, ma che confronto alla sua attuale situazione sembravano tante piccole declinazioni emotive del Carnevale di Rio. Pianse quando lesse una bolletta, e in questo si sentì un po’ italiano, un po’ neorealista e un po’ carveriano. Pianse pensando che la gente faceva meditazione e palestra e cercava di pensare positivo mentre il mondo era già in preda alla catastrofe, e le città erano solo villaggi pre-bombardamento. Pianse pensando al suo lavoro di merda. Pianse pensando allo scarso coraggio che aveva nel parlare chiaramente alle persone, come se avesse sempre tutto da perdere. Il non poter dire per-paura-di-uno-scontro che alimentava una rabbia che andava a sbattere contro l’impotenza. Si sentiva come un proiettile che, sparato dentro una camera stagna, non si fermava mai e non usciva mai. Nessun attrito nella stanza. Il cielo fuori era così blu, mentre l’aspettava. A proposito di uscire, pianse così tanto che non mise piede fuori casa per tutto il weekend. Pianse ordinando una pizza, che fece lasciare al fattorino davanti alla porta, mentre lui dall’altro lato gli urlava che non poteva aprirgli perché aveva il Covid, e nascondeva il singhiozzo mascherandolo con dei colpi di tosse. Pianse per tutto quanto c’era di bello e buono e struggente al mondo, e a quanto non volesse rinunciarci e a come, dall’altro lato, non riuscisse a goderne. Solo, lì in mezzo. Una notte pianse anche per dei piccoli biscotti al cioccolato che mangiava quando era bambino, e che erano da tempo fuori produzione. Pianse, più nello specifico, per tutte le occasioni sprecate. Il talento, tra le altre cose. Pianse non si sa quanto, quel giorno. Forse litri. I cuscini erano tutti bagnati, così come le maniche delle felpe, e i fazzoletti erano finiti dopo le prime quattro ore. Così, per evitare sprechi, decise di usare i canovacci con cui puliva in cucina. Si sentì un disgraziato, ma almeno non c’era nessuno a guardare. Gocce dai suoi occhi erano finite nel condotto che dal lavabo del bagno portava alle fogne, quando aveva riempito d’acqua quello stesso lavabo e ci aveva buttato dentro la faccia, come a confondere le lacrime stesse, tentando di ricreare la sensazione di calma che provava nello stare immerso, al mare. La lontananza da sé auto-indotta, il mondo ovattato, in lontananza ragazze e ragazzi che giocavano, ridevano, scherzavano e che lui lì sotto percepiva a pause, come suoni che arrivano da un’altra stanza in cui la porta si apre e chiude, apre e chiude, apre e chiude. Pianse quando sentì, terribile, forte come una predica ben assestata, la notizia di quel ragazzo (anche se a quel punto aveva trent’anni) che si era sparato in testa nel suo piccolo paese di provincia, il luogo in cui aveva passato la sua infanzia e adolescenza. La madre del ragazzo era entrata in salotto dopo aver sentito il botto, e il suo sguardo e la sua psiche avevano fatto una specie di crac. Lui così se li immaginava, i traumi. Come delle cose che un attimo prima stanno assieme e poi si forma una crepa in qualche colonna portante, e quella crepa tocca tutti i vecchi canali di comunicazione tra le varie parti di cui quelle cose – quella persona – erano composte fino a un attimo prima, e li occupa, e da quella crepa viene gettato nelle condutture di quel che eri fino a un attimo prima un veleno. E in quel veleno, in questo caso, c’è il tuo dovere di genitore, la vergogna che proverai nei confronti delle persone che ti conoscono (“Possibile che non si sia accorta di nulla?”), il fatto che una persona che hai allevato e che è uscita da te, beh, di quella persona ora hai davanti agli occhi una parte interna che nessuno che non sia un medico dovrebbe mai poter vedere, sparsa sul pavimento e la parete. C’è il pensiero che lì, in mezzo ai resti del cervello, ci sia la specifica parte che si è mangiata tuo figlio, e pensi di stare a un passo dalla follia quando ti viene l’idea che potreste isolare quel pezzo, prendere tutto il resto di ciò che c’era dentro il cranio e re-incollarlo senza la porzione malandata che ha spinto il ragazzo a quel gesto. Nel veleno ci sono i ricordi belli che rattrappiscono, tutti (porca troia, non ne resta neanche uno, e guarda come cadono giù, sembrano quasi buffi), e c’è il fatto che quello è sempre il tuo bambino, il tuo caro bambino (ricordi come lo stringevi nella copertina blu quando tornaste dall’ospedale dopo il parto? – “Questa è casa tua”, dicesti superando la soglia, e anche se lui non capiva, tu ti eri sentita in dovere di dirlo) e a questo punto anche le cose non negative di quel momento – come la splendida luce che il sole ti ha concesso in quella mattina di pieno febbraio, che prima ti era sembrata una fortuna – diventano guardiani di quel momento, figure che ti ricorderanno quella cosa brutta ogni volta che entrerai in quella stanza, e vedrai la materia cerebrale sparsa anche dopo che verrà passata la candeggina e tu penserai che se non puoi lasciare quel luogo quantomeno ci vorrebbe qualcuno che segasse la stanza e la portasse via. Come estrarre un tumore architettonico. E l’enorme insegna che non puoi vedere al centro del tuo cervello di madre, con la scritta “Dove ho sbagliato?”, ha già cominciato a macinare il dovere che le è stato dato, e pensi alla dolcezza del tuo bambino, una di quelle persone che non avevano mai fatto male a nessuno, un buono, un debole forse, ma non un nemico, e la vita praticamente in questo momento ti sta fregando, perché quel ragazzo stava sempre male ma l’educazione, la timidezza, la bontà e la vergogna (la maledetta vergogna) gli hanno impedito di dire: “Ho la depressione, non ce la faccio più, voglio spararmi, non riesco a stare un secondo di più in questo stato, in questo mondo”. Pianse ancora, e dal perimetro in cui si era accumulato il misto di acqua, lipidi e muco che veniva direttamente da lui, due lacrime si staccarono. Per qualche motivo che i biochimici e i neurologi e i romanzieri dotati e gli impallinati con il lacrimoscopio e chi ha una qualche forma di grande immaginazione sicuramente riusciranno a spiegarci, le suddette lacrime cominciarono a parlare. Ma prima, un attimo prima, assunsero delle sembianze. Non erano vere e proprie gocce, di quelle bombate e lisce simili a pere che stacchiamo con delicatezza dall’albero dell’immaginario. Assomigliavano più a minuscoli rami bitorzoluti trasparenti. Una delle due aveva una specie di baffetto e due occhi piccolissimi. Sembrava un gatto che dorme, in viso. L’altra lacrima, invece, aveva un occhio solo, verde scuro, e delle guance rosse, e anche un naso che aveva la forma di una foglia poggiata su un viso, con l’apice rivolto verso il basso. La prima volta che le vide fu al risveglio. - Buongiornissimo, amico! L’oroscopo del giorno dice proprio così: “Buongiornissimo, amico! Oggi è San Trifono, protettore delle cause che in realtà sono rimaste a metà, in tribunale, per problemi burocratici legati in parte al taglio dei fondi dell’amministrazione giudiziaria, in parte all’incompetenza, in parte a un clima politico incerto”. Il segno del giorno è: “Un’altra birra? Segno sul conto”. - Ma che stai dicendo?, disse l’altra lacrima, sorridendo. - Il proverbio del giorno è: “Nel paesi anglosassoni i feticisti dei piedi si chiamano feeticisti”.
Lui non capiva. Si sfregò le palpebre chiuse, pensando di farle scomparire, diluendole come pozzanghere che si asciugano in timelapse. Niente. Erano ancora lì.
- Ehi ehi ehi, ma che modi sono? - Ma infatti, che modi! Ciaoooooooo!
La voce della seconda lacrima era acutissima. “Come diavolo è possibile che io senta parlare dentro i miei occhi? Che cazzo è ‘sta roba. Dio Cristo, sto avendo le allucinazioni. Pure le maledette allucinazioni”. La cosa lo fece agitare. Tornò a sfregare, ma nulla: restarono lì.
- Suvvia, inutile che ci provi. E poi, scusa, dopo che hai pianto così tanto, cosa vuoi che siano due gocce in più. - Ma infatti, bravo, bravissimo!, applaudì la seconda lacrima, quella col naso a foglia. - Eh, che te ne pare? - Dovevi entrare in politica, oppure fare le telenovela. - Eh, ma non mi piacciono i piagnistei. - Wow, che battutona! - A proposito, sai cosa dice una lacrima che va a partorire dei gemelli e a pisciare allo stesso tempo? - No, cosa? - Vado a fare due gocce. - Ma questo è un nuovo modo di intendere l’espressione “Mi si sono rotte le acque”. - Sapevo che avresti capito.
E si diedero un pugnetto di intesa con gli estremi dei piccoli rami che costituivano le appendici dei loro corpi. “Ma cosa diavolo?...”, pensò lui. Si pentì di aver pianto così tanto. Porca miseria, se avessi pianto meno, si disse. Si mise la mano sul volto. Le lacrime risero, e risero anche quando provò ad alzarsi e sbatté contro lo spigolo del comodino, che non aveva visto perché le due glielo impedivano.
- Cazzo, speriamo non si sia fatto troppo male. - Eh, ma tanto che vuoi che faccia? Che pianga? Porca troia, ha già macinato litri, disse quella col naso di foglia, con un lieve accento sardo.
Le due lacrime gli bloccavano parte di ciò che gli si presentava davanti, così si ritrovò con la vista in parte bloccata. Gli sembrava di essere a un concerto, quando due persone più alte stanno davanti a te e devi muovere la testa per vedere chi sta sul palco. Riuscì a prendere appuntamento dall’oculista per il giorno dopo, facendo una fatica boia a trovare e digitare il numero. La casa si riempì tutta di ah e ou di dolore, per via degli urti con cui danzava in quello spazio su cui prima aveva avuto un controllo. Sembrava ubriaco. Prese i mezzi per andare al lavoro (prendere la macchina era fuori questione), e per poco non andò a sbattere contro un vagone, in metro. Chiese che ora fosse a quella che gli sembrava una persona, e che in realtà era un’affissione pubblicitaria raffigurante una ragazza bionda. Si perse varie persone che lo guardavano con aria curiosa e sbigottita vedendolo barcollare e fare fatica. A lavoro non riuscì ad esser conscio degli altri proprio perché la vista malridotta glielo impediva, e cercò di lavorare da solo tutto il tempo, ogni tanto pensando al fatto che “Lavorare in team” era una delle soft skill più amate dai capi. Nonostante questo, anche svolgere i compiti più semplici fu un vero salasso. Tornò a casa sfinito, acciaccato. Decise per l’indomani di prendersi un giorno di malattia, e si addormentò con quelle due creature stupide che se la ridacchiavano, mentre ballavano una specie di cancan, creando un trambusto che poi cessò appena lo sentirono ronfare. I suoi occhi erano divenuti un cazzo di varietà. Andò dall’oculista e gli spiegò – senza dirgli che c’erano due gocce che parlavano lungo il suo sguardo – che era come se la sua vista fosse occlusa da delle forme simili a lacrime. Il medico sospettò un glaucoma, ma i vari esami che effettuò esclusero l’esistenza di scotomi, come lui scoprì si chiamavano le eventuali zone buie. Zone lacunari, le chiamavano alcuni, spiegò il medico. “È come se la vista venisse a mancarti – aggiunse - in una parte dell’occhio”. Lacune. Avrebbe voluto tante cose, dalla vita. Avrebbe voluto fare esperienze che richiedevano un coraggio che lui non si ritrovava. Aveva un sacco di rimpianti, e pensò che quella parola, “Rimpianti”, avesse un qualche significato, in relazione alle due creature che si ritrovava sulla retina. Rimpianti. Rim-pianti. Lacune. Andò dallo psicologo a sviscerare i propri problemi, ma non prima di prendere alcuni accorgimenti. Ad esempio, si portò dietro un bastone ripiegabile per far finta di essere cieco quando era in giro e sapeva di non aver persone di sua conoscenza nei paraggi. Da questo psicologo ci andava da ormai quattro anni, ogni settimana. Settanta euro a botta più marca da bollo. “Guarda, guarda, sembro Miley Cyrus quella volta là”, disse una delle lacrime, mentre faceva twerking. La parte anteriore bassa del suo corpo che assomigliava a un culo trasparente, mentre danzava sulla sua vista e tutt’attorno allo psicologo seduto di fronte. Il dottore era serioso, non si accorgeva di nulla (come poteva?) mentre una delle lacrime gli strofinava il deretano sulla faccia cantando “Wrecking Ball”. Lui rise, poi si scusò col terapeuta. Che cosa diavolo stava vedendo? La sua mente praticamente non conosceva Miley Cyrus, quindi queste lacrime non potevano assolutamente aver visto quella danza. Il dottore gli disse che forse doveva riposare, ma soprattutto cambiare il proprio sguardo sul mondo. Gli disse che quello stesso mondo è sicuramente un posto difficile, ma che sta a noi decidere come guardarlo. E che aveva bisogno di trovare una piccola cosa, una sola, da cui cominciare. Non per cambiare, quello non era possibile. Ma per equilibrare, rubare un po’ di campo all’avversario. “Quella cosa che mi vuole far crepare, vero?”. Il dottore aveva in qualche modo annuito senza muovere la testa. Ogni volta lui si domandava come cazzo ci riuscisse. Uscito dallo studio cercò su YouTube “Miley Cyrus twerking”. Quando il video cominciò, le due lacrime esultarono. Lui non sapeva cosa fare. Sentì di aver buttato i soldi di quella seduta, perché era stato costantemente distratto da quelle due, mentre i suoi problemi erano ancora lì, in bella vista. Furono settimane strane, in cui quelle due lacrime gli condizionarono la vita. Quando ad esempio ascoltava i Pantera, o altre band aggressive o depresse, esse si mettevano a urlare. Il suono era qualcosa tra un pigolio amplificato e la spia di un elettrodomestico lasciato pericolosamente in funzione, così fastidioso che per lui l’idea di ascoltare Phil Anselmo cantare andava a farsi benedire. Oppure, quando se ne stava sdraiato sul letto di pomeriggio o in orari che non fossero quelli notturni, e chiudeva gli occhi, le lacrime diventavano nere e ululavano, impedendogli di addormentarsi. “Dentro ‘sti cazzo di occhi sembra sempre carnevale”, si diceva. Facevano pernacchie, cantavano pezzi hip hop, oppure si davano a dialoghi come il seguente, mascherandosi da funzionari amministrativi di qualche ufficio pubblico (avevano tutto un armamentario di costumi insito nella loro morfologia, tanto che potevano trasformarsi in qualsiasi cosa. Una volta una delle due si era trasformata in un Cossiga in tutù):
- Buongiorno. - Buongiorno a lei. - Nome, prego. - Frank Tendimento. - Come? - Frank Tendimento. Non può sbagliare. - Come, scusi? - Niente. Lei come si chiama? - Oscar DaBagno. - Immagino la pressione, a vivere con questo nome. - Come? - Niente, niente.
Il tenore era quello di due imbecilli, due amici che amavano starsene sulla sua vista a fare e dire cose senza senso, solo per ridersela. Due cretini.
- Sì, possiamo dirlo: che bella vista da qui! - Ahahhahaha, ti prego, non farmi ridere. - No no, confermo: proprio una bella vista! - Ti prego, smettila: ho le lacrime agli occhi!, disse quella con l’occhio solo, piegandosi in due.
Poi un giorno rise anche lui, e gli sembrò come se un enorme rutto dentro la cancrena che si stava mangiando il suo cuore avesse cominciato a sfiatare una paranoia che stava lì da troppo tempo. Che diavolo sto facendo?, si disse, ma poi le lacrime dissero qualcos’altro di stupido, di non particolarmente brillante, e lui rise di nuovo. Una parte del suo cervello pensò che stesse impazzendo per davvero. Ma ridere con loro, da quel giorno, divenne una specie di abitudine. Il suo spirito critico non gli permetteva di ghignare a ogni cazzata dicessero quelle due, però si sentì a un certo punto allietato da quella presenza. Gli sembrava di essere come quelle persone che accendevano la radio o la tv entrando a casa. “Mi fa compagnia”, dicevano. Tentava di non ridere quando era fuori. Gli veniva più facile, visto che era più il tempo che passava cercando di non sbattere addosso a qualcuno o qualcosa che quello in cui poteva dare retta a quelle due creature stupide. Quando era in casa, da solo, invece, preferiva la compagnia delle due lacrime alle serie, ai giornali, alla tv, ai libri. Cominciarono a diventare una specie di spettacolo fisso, e d’altronde non poteva neppure privarsene. Oppure, quando cucinava, una delle due gli ricordava sempre di spegnere l’acqua e scolare la pasta. Per quanto stupide, avevano sviluppato una forma di utilità. Erano lacune che gli riempivano la vita, in qualche modo privo di logica.
Cominciò a riprendersi. Piano piano. Iniziò dai problemi a lavoro, e su consiglio di una ex con cui era rimasto in ottimi rapporti cominciò a spezzettare il tutto. “Un problema per volta”, si diceva. E così fece. Una volta risolta la questione del lavoro, passò a quella della solitudine. Cominciò a uscire e andare nei locali da solo. Dentro di sé, con estrema lentezza ma inesorabile volontà, sviluppò un meccanismo per cui ogni volta che provava paura nel fare qualcosa contava fino a dieci e poi si buttava. A volte, addirittura, fino a cinque, spiazzando le lacrime stesse, che restavano a bocca aperta. Lui amava farle restare a bocca aperta. Parlare con una ragazza, iscriversi in palestra, imparare a verniciare, dire la sua durante una riunione. Tutte cose piccole che però per lui erano sempre state muri. Cominciò a scavalcare la parete, a vedere dall’altra parte. E le sue lacrime, in qualche strana maniera, lo sostenevano. Ci parlava spesso, ma la loro era una comunicazione basata più su qualcosa di intracranico. Come comunicare con dei ricordi, ecco. Non era stata un’evoluzione, per come la vedeva. Semplicemente, un giorno il peso di tutto quel dolore era diventato troppo grande, e qualcosa di inconscio dentro di lui aveva preso il sopravvento dicendo: “Ok, adesso basta”.
Le lacrime mostrarono una certa maestria come suggeritrici quando doveva parlare a una donna. Gli dicevano quando sfoggiare la sua personalità e quando, invece, ascoltare, far parlare l’altra persona.
- Ok, abbiamo capito che sai che a questa piace il cinema, ma ora stiamo a sentirla. Dio mio, che fottuto logorroico.
E quando gli veniva da interrompere la persona che gli stava davanti, le lacrime gli urlavano: “Sta’ zitto!”. Questa loro condotta portò dei frutti, ma non del tipo tattico che si attua quando trasformi un incontro in una partita a scacchi per arrivare a letto. Uno dei vantaggi era che gli permettevano di capire se quella persona potesse essere in qualche maniera adatta a lui, e anche se alla fine non si rivelava tale lui tornava a casa pensando che ci aveva comunque guadagnato qualcosa di prezioso. Cominciò a pensare che la conoscenza di come stanno le altre persone fosse una cosa favolosa. Ciò che importava era l’altra persona, provare a entrare in quel mondo. Perché alla fine questo conta, no?: sapere chi sei, chi sei davvero, tu che sei di fronte a me.
Cominciò a guardarsi allo specchio in maniera diversa. Si spogliava, e nudo si esaminava. Di profilo, di trequarti, frontale. Le lacrime si proiettavano sulla sua vista, e sul suo corpo nudo sembravano due tatuaggi infantili e fatti male. Cominciò a volersi bene, a pensare che è ok piangere ogni tanto, che è ok lasciare andare libera la parte di lui che stava male. Ma che quella cosa non poteva essere, come era stata fino a qualche settimana prima, tutta la sua vita. Questa cosa mi incapsula? Questa cosa sono io? La moltitudine di ciò che sono, le mie mille sfaccettature (mentre si diceva quest’ultima cosa pensava alle pubblicità di make-up). L’eco di un eventuale mondo là fuori che si riverbera nei recessi della concavità che è la mia anima, pronta a trasformare quel suono dolce in un rimbombo. L’affermazione di quali sono i miei limiti. Vediamo dove arrivo, ma senza vederla da un punto di vista – aiutami a dirlo, aiutami a evitarlo! – capitalistico, competitivo. Arrivò la primavera che stava meglio. Una piccola, piccola tacca, ma un posto più comodo di quello in cui era stato. Le strade sembravano sempre piene di gente un po’ più gioiosa di prima, e l’inverno passato, le coperte riposte negli armadi, i canovacci messi in lavatrice, i punti nevralgici di casa sua in cui gli sembrava, con una sorta di chemiluminescenza della mente, di vedere ancora le lacrime che aveva pianto – tutto ciò divenne un piccolo ricordo doloroso ma necessario. Quelle cose chiuse che puoi portarti dietro perché ormai alleggerite. Le due lacrime erano ancora lì, a dire puttanate, ma lui le trattava per metà come animali domestici e per metà come amici. Era come se le avesse accettate come parte di sé, e in fondo era proprio questo il punto.
Una mattina si svegliò particolarmente sereno. Non felice, ma calmo, come se, pur essendo in città, riuscisse a sentire la brezza marina fare dei giri dentro la sua testa. Sentì una parte delle guance che aveva quasi dimenticato, quando si stiracchiò, si alzò e, guardandosi allo specchio, sorrise. Erano mesi che non capitava. Aveva riso, sì, con quelle due. Ma sorridere, porca miseria, quello era un altro paio di grosse maniche. Maniche inzuppate di tutte quelle lacrime. Maniche messe da parte per quando serviranno di nuovo. Sorridere da solo lo fece sentire più pazzo di quando erano apparse le lacrime. Cosa diavolo sorrido? La sua immagine mentre si guardava allo specchio era indistinta, come la macchia del corpo che pensava di essere: notò che non riusciva a mettere a fuoco le cose. Le due lacrime, poi, erano divenute dei piccoli brandelli granulosi e privi di forma. Cominciò a testare la sua vista, ma non c’era nulla da fare. Prese appuntamento dall’oculista, il quale gli disse che aveva posto proprio quella mattina, visto che un paziente aveva disdetto all’ultimo. Chiamò a lavoro per prendere un altro giorno di malattia, chiamò un taxi e uscì. Nello studio dipinto con colori bianco e turchese il dottore lo visitò. Gli disse che non aveva niente, ancora una volta. Gli diede delle gocce da applicare sugli occhi per poter lacrimare. Gli disse che erano secchi, che andavano idratati. Fu quando li aprì che si rese conto che le due lacrime erano scomparse. Dov’erano finite? Ebbe la concezione che non avrebbe mai avuto una risposta a quella domanda. Tanto valeva – come aveva imparato in quei mesi – prendere il buono che c’era. Fu allora, come uno shock, come il tossico che capisce che sono giorni che non sta pensando alla sostanza di cui era dipendente e che lo stava uccidendo, che si rese conto davvero di stare meglio. Che il sorriso non era follia. Allora non era così male. Allora se ne esce, in qualche modo. Oh, se ne esce sempre. Se ne esce sempre, amico mio. Per uscire prese le scale invece dell’ascensore. Aveva applicato il collirio, e ora la vista andava meglio. Lo studio dell’oculista era in un palazzo che dava su uno dei tanti parchi della città. La primavera era al massimo delle sue capacità espressive, come un’artista nel suo momento migliore, quando la vita gli entra nella psiche ed esce dalle dita come una cosa favolosa da raccontare. Quando mise piede fuori, e vide gli alberi, e un certo rosso propagarsi da alcuni fiori, lasciando vagare un alone magnifico nel punto in cui le siepi e il cielo si spartiscono cose che non vediamo a occhio nudo, il mondo gli sembrò più bello di quanto il suo sguardo potesse cogliere, e provò a inglobarlo tutto, e a stringerlo a sé trattenendo il respiro un po’ più a lungo del solito, e anche se non ci riuscì (nessuno, fratello e sorella miei, ci riesce - no?), tanto gli bastò.














