100 volte Marche - La mostra che racconta i marchigiani
Ascoli Piceno - Domenica 24 aprile, presso la sede dell’Ente Quintana, è stata inaugurata la mostra “100 volte Marche” . La mostra itinerante, allestita nell’ambito del festival enogastronomico “Fritto Misto”, prosegue il proprio racconto delle Marche attraverso le immagini e le parole di chi questa Regione la conosce bene, gli anziani marchigiani.
La mostra presenta un’accurata selezione di opere fotografiche che rendono protagonisti proprio gli anziani. Un progetto di promozione territoriale ma anche sociale, perché dimostra, attraverso volti e storie di anziani, che la Regione Marche offre condizioni di vita straordinarie e vantaggiose.
Tra i presenti all’inaugurazione, Marco Fioravanti - Presidente Cons. Ascoli Piceno per Anci Marche e la Presidente di Fabbrica Cultura, Antonella Nonnis.
Per l’occasione abbiamo scelto di invitare a raccontarci la sua storia il signor Mario De Angelis, da anni nello staff di chef nella grande cucina del Festival Fritto Misto.
Mario viene da Castorano (AP) e lavora come cuoco da sessant’anni di cui trenta trascorsi in Inghilterra.
Muove i primi passi nella ristorazione nel ‘57 ad Ascoli Piceno, in seguito si trasferisce a Roma, poi in Francia, perché “Più si gira e più si impara” come afferma il Sig. Mario, “E l’Italia non offriva granché all’epoca” quindi nel ’69 decide di partire per l’Inghilterra.
Si stabilisce a Londra per i primi 15 anni durante i quali conosce e sposa l’attuale moglie.
Attratti dal fascino della costa britannica dove il grigiore, la nebbia, e la pioggia sono mitigati dalla bellezza del posto, decidono di trasferirsi lì.
Ma il distacco dalla terra natia provoca nostalgia, e il pensiero vola ai familiari, all’Italia, alle Marche con le sue bellezze naturali e artistiche.
A Londra il Sig. Mario cucina l’oliva all’ascolana, prelibatezza assoluta del proprio territorio, portando un po’ del sole e del calore di cui sentiva tanto la mancanza. Gli inglesi rimangono strabiliati da quel ‘finger food’ ancora sconosciuto e considerato quasi una magia.
Dopo trent’anni trascorsi nelle cucine inglesi Mario e sua moglie decidono di tornare in Italia.
Oggi Mario è uno specialista del fritto misto all’italiana e, ovviamente, di quello all’inglese.
Fish&chips e black pudding fritto, sono alcune delle tipicità che continua a cucinare anche nella locanda ‘Centimetro Zero’ di Spinetoli, un luogo aggregativo dove ragazzi con disabilità mentale e fisica possono intraprendere laboratori formativi e attività ricreative.
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Un giro delle Marche in 30 scatti e 10 storie alla ricerca dell’antico legame tra anziani e territorio per dare impulso ad una nuova coscienza sociale condivisa.
Questa è la mission della mostra “100 volte Marche” ospitata dal 24 marzo al 10 aprile dal MEMO: Mediateca Montanari di Fano.
Tanti gli ospiti intervenuti all’inaugurazione per celebrare con gli organizzatori questo omaggio alle Marche ed accolti da Valeria Patregnani, responsabile servizi del MEMO.
Vogliamo raccontarvi del suggestivo incontro con uno protagonisti degli scatti, il sig. Marino Antonioni, detto Grilon, marinaio del porto di Fano immortalato nello scatto “Il retaio” del fotografo Wilson Santinelli.
Il sig. Filippo Tranquilli attore e noto personaggio locale ha introdotto la storia dello scatto e la figura del Grilon.
“Un giorno il fotografo Wilson Santinelli entrò al bar del porto di Fano e chiese alla barista se poteva indicargli un personaggio caratteristico del porto.
La risposta fu: “Marino Antonioni, detto Grilon” (che al port il soprannom è più de lu passport).”
Grilon era bellissimo, ho anche una sua foto da giovane, era bello un bel po’! Dicevano che era “più bel de Tyron Power” ma dato che non c’aveva una lira diventò il “Grilon Pover”.
Quella di Marino è una bellissima storia perché fu uno dei primi ad avere un peschereccio a motore. Iniziò coi pescherecci a vela e diventò poi retaio.”
Prende la parola il Grilon.
“Era il 1979 ed eravamo a pesca, alcuni di noi fuori regola ossia oltre la linea di demarcazione quindi in territorio jugoslavo. Eravamo in diciassette.
Io ero imbarcato come marinaio però avevo dato l’assenso che come comandante, il mio libretto lo tenesse un altro peschereccio. A quei tempi con Tito non si scherzava e se si veniva fermati per la seconda volta si rischiava la confisca dello scafo e una multa considerevole.
La marina jugoslava iniziò ad avvicinarsi con motoscafi e gommoni per catturarci tutti. Decidemmo a quel punto di consegnarci e ci incamminammo verso Pola.
All’improvviso però mi venne in mente che risultavo imbarcato nell’altro peschereccio, cosa avrei potuto fare?
Avendo visto in gioventù parecchi film di Tarzan con Weissmuller, mi venne un’idea, presi un paranco e aggrappandomi ad esso mi lanciai sulla barca vicina, quella di cui ero comandante.
Trascorsero due – tre giorni durante i quali, per passare il tempo, ci recammo all’arena di Pola, anfiteatro romano che, come il Colosseo, veniva utilizzato prevalentemente per combattimenti di gladiatori.
Lì facemmo una parodia di Giulio Cesare, c’erano con me Macarlon, un energumeno con la rete sulle spalle, e Citrer, nome d’arte di Bruno. E cera poi bruto, un marinaio un po’ bruttino che fece la mossa di dare la pugnalata a Macarlon. Colse allora al volo l’occasione Citrer e gli diede un grande scupolun (forte schiaffo) a Macarlon. E cosi si concluse con grosse risate l’ ”assassinio di Cesare”, il povero Macarlon.
Giunse il giorno del processo, ci recammo in loco, ed io entrai per primo. Il giudice: “Comandante come la mettiamo? Si dichiara innocente o colpevole?”, ed io: “colpevole signor giudice!”.
Il giudice e la dattilografa restarono allibiti: “ma come è colpevole?”
“Certo che lo sono, ho sbagliato!”.
Insomma, dopo circa dieci minuti ero fuori e consigliai agli altri di fare lo stesso, e in poco tempo liberarono 16 barche con la multa minima proprio perché auto-dichiarati colpevoli.
E la diciassettesima barca? Essendo fuggita senza fermarsi all’ ‘alt’ pagò una multa più elevata di tutte le nostre messe insieme.”
Marino ci ha raccontato anche di un detto popolare quello che “i roscioli (le triglie) magnano i morti”.
“Nell’immediato dopoguerra in mare capitava di trovare molti rottami di apparecchi aerei e capitava anche di pescarne con il corpo esanime dell’aviatore ancora all’interno.
Portavamo allora i corpi al porto di Fano, dove ai tempi c’era il bar Giuliano, c’era una scalinata dove ormeggiavano le barche. Era il periodo estivo e di triglie ce n’erano in abbondanza e per liberarsi dalla rete da pesca andavano tutte ad infilarsi nel giubbotto dell’aviatore.
Ecco, da qui l’origine della leggenda”.
Questo è uno dei “frammenti di vita” di chi ha voluto raccontarsi, non solo per rispondere al bisogno di “liberare la memoria”, ma anche per lasciare alle nuove generazioni una traccia delle proprie radici familiari, sociali, culturali.
Come sostiene Claudia Miri autrice della bellissima storia “Quel panino con troppo pepe”:
“Portare la memoria di persone come Marino, avanti, è un servizio ai marchigiani e all’umanità perché fa capire che dobbiamo continuare sulla loro strada, una strada che viene dal basso e di cui dobbiamo portare testimonianza”.
Dal 24 marzo al 10 aprile la MEMO - Mediateca Montanari di Fano, ospita la mostra "100 volte Marche”
Sino al 10 aprile 2016, MEMO - Mediateca Montanari ospita la mostra "100 VOLTE MARCHE" . Il progetto fotografico/narrativo nasce la scorsa primavera quando un contest che ha visto la partecipazione di moltissimi fotografi e scrittori si trasforma in una mostra itinerante. Il risultato è una narrazione fotografica affiancata da un percorso sonoro che racconta la storia delle Marche vista dagli occhi dei suoi concittadini più longevi.
La mostra fotografica propone una selezione di 30 ritratti di
anziani marchigiani fotografati dai finalisti del concorso. La mostra sarà accompagnata da un percorso sonoro realizzato da Andrea Mei (studio Potëmkin) con voci di Rosetta Martellini e Luigi Moretti che hanno magistralmente interpretato le dieci storie finaliste.
“100 volte Marche” riesce quindi a testimoniare, attraverso le immagini e le storie, tutto il fascino e la bellezza del paesaggio che ne fa da scenario, la Regione Marche.
Giovedì 24 marzo alle ore 17,30 l’inaugurazione in compagnia di tanti ospiti:
Marino Antonioni detto “Grilon”, retaio (protagonista dello scatto “Il retaio)
Wilson Santinelli, fotografo
Renato Claudio Minardi, Vice Presidente del Consiglio Regionale delle Marche
Giuliana Pascucci, referente regionale per ICOM Marche
Antonella Nonnis, Fabbrica Cultura
La mostra è realizzata da Fabbrica Cultura in collaborazione con Food&Relax, si è avvalsa del patrocinio del Consiglio regionale delle Marche e del MAB Marche (Musei, Archivi, Biblioteche), quale iniziativa di carattere culturale di rilievo regionale.
MEDIATECA MONTANARI - MEMO
Piazza Pier Maria Amiani s.n.
61032 Fano (PU)
T. 0721 887 343
[email protected]
Quando andavo a Elcito, da bambino, rimanevo ogni volta stupito da quelle
persone misteriose che vivevano lassù, in cima alla montagna, con le pecore,
i cappelli di lana, gli scarponi, nelle loro case di pietra bianca a picco sullo
strapiombo.
Si diceva che Fernando fosse capace di guarire le persone con i suoi poteri
paranormali e che Gettulia parlasse con i gatti, dei quali comprendeva il
misterioso linguaggio. Una volta avevo sentito raccontare da Peppino che
c'era una buca senza fondo, proprio sotto il Monte San Vicino, capace di
risucchiare qualsiasi cosa al suo interno.
Ma a me incuriosiva di più Romildo, che si arrampicava tutte le domeniche
sul campanile della chiesa e iniziava a suonare le campane per mezz'ora di
seguito. Sembrava che conoscesse dei posti segreti dove crescevano dei
prataioli squisiti anche fuori stagione e dei boschi misteriosi dove
spuntavano porcini e persino tartufi di qualità sopraffina.
Per questo in agosto si svegliava tutte le mattine alle quattro, per evitare di essere seguito dai villeggianti estivi che cercavano in tutti i modi di scoprire i posti dove crescevano quelle meraviglie della natura. Prima dell'alba apriva la stalla e partiva insieme agli ovini e qualcuno arrivò a sostenere che spesso si
travestiva da pecora per confondere gli spioni.
Una volta io e mio cugino decidemmo di seguirlo. Ci appostammo nel prato
vicino alla stalletta, dietro alla fonte, dentro i nostri sacchi a pelo mimetici
già fin dalla mezzanotte. Facemmo i turni di guardia di mezz'ora ciascuno,
finché lui non partì alla testa del gregge.
Tentammo di stargli dietro strisciando come serpi sul terreno per i primi
cinquecento metri, poi il suo cane emise un debole latrato che a Romildo
probabilmente era bastato per capire che c'era una qualche presenza
inopportuna. Così, approfittando dell'oscurità e della sua perfetta conoscenza
del territorio, scomparve dietro una roccia e non riuscimmo più a rivederlo.
Verso l'ora di pranzo ritornò con al seguito il suo gregge e un canestro pieno
di funghi profumatissimi.
Si diceva anche che Romildo mangiasse delle erbe crude come il cardo
mariano, il trifoglio rosso, l'attaccamani, la pimpinella e la bardana, che
avevano il potere di acuirne l'olfatto e di renderlo più longevo dei suoi
simili. Non so se queste fossero solo dicerie; di sicuro dimostrava molto
meno dei suoi ottantadue anni. Era anche un giocatore di briscola
fenomenale. Ricordava tutte le carte uscite e giocava così velocemente,
insieme al suo compagno Tito, che quasi nessuno riusciva a batterli. Una
volta erano arrivati dei carbonai da Frontale e avevano giocato tutta la notte,
ma alla fine quelli si dovettero arrendere e se ne ritornarono a casa con le
pive nel sacco.
Un giorno Romildo se n'è andato e con il tempo, uno dopo l'altro, tutti i fieri
figli di Elcito lo hanno seguito.
Adesso in cima alla rupe non è rimasto più nessuno degli antichi abitanti.
Chi ci va, oggi, troverà una moltitudine di turisti e bambini vocianti che
giocano a nascondino oppure con lo smartphone. Di pecore non c'è più
nessuna, e molte delle loro stalle sono state ristrutturate per diventare
seconde case dove trascorrere il ferragosto mangiando cocomero.
Tutto è cambiato in pochi anni e, nonostante siano ritornati i lupi sul San
Vicino, niente sarà più come prima.
Anche se il fischio del vento, il profumo dell'elicrisio e il canto dei grilli,
quelli sì, sono rimasti gli stessi.
Maria aveva gli occhi azzurri come il suo mare e il sale nei capelli, Bella!
Maria profumava di donna. Era nata lì, in quel borgo di pescatori e “retare”. Tutto il suo mondo iniziava dal Borgo e terminava con la spiaggia di alghe spettinate. Altro non aveva mai visto, lì, tra il vento e le tamerici, dove il mare è vita e toglie la vita. Nel 1938 a Giugno le Scuole finirono, gli esami furono superati e si fantasticava su un improbabile futuro, i giovani sognavano!
Quella del 1938 fu anche l’estate in cui gli occhi di Maria incrociarono quelli di Filippo detto “Puccio”. Lei, una lattaia analfabeta, lui diplomato, scarpe sempre lucide, occhi vispi e profondi. Maria, passava per il borgo con la sua bicicletta per lasciare il latte, tutti la conoscevano, ultima di 3 figlie femmine, orfana di padre, un padre strappatole dal Mare. San Benedetto non era grande, si erano sempre visti, ma non si erano mai guardati e guardandosi in quell’estate si persero l’uno nell’altro. Furono anni di sguardi in chiesa, di baci rubati, anni in cui si aspettava la Festa del Paese e la Processione per respirarsi. In un tempo dove era proibito persino accarezzarsi decisero di amarsi e di sognare una vita migliore inseguendo l’America.
Le estati passarono, e la salsedine e quella vita fatta di abitudini cominciava a stare stretta ai sognatori, così, una sera Puccio portò Maria in spiaggia, dietro le rimesse e con gli occhi pieni d’amore le chiese se voleva condividere il suo sogno “Maria, io parto per l’America, ma parto solo con te!” Maria lo baciò, annuì, con gli occhi pieni di lacrime, pensava ad una nuova vita per lei, con lui, inseguendo il loro sogno. Dopo pochi giorni Maria e Puccio si recarono presso il Comune di San Benedetto del Tronto per compilare la richiesta per l’ottenimento del passaporto per l’estero.
Lei, con il vestito della festa, lui, con i riccioli neri appena tagliati, sottobraccio, ormai tutti sapevano, anzi, tutti dovevano sapere. Puccio con la sua grafia ordinata compilò e firmò la sua domanda, Maria che non aveva mai imparato né a leggere né a scrivere, quel giorno non poté compilare la domanda e Filippo non poté farlo per lei, perché Maria non sapeva neppure scrivere il suo nome. Le si spezzò il cuore. Mille lacrime le solcarono il viso, il vestito della festa era finito sotto una pioggia salata ed amara.
Filippo non si arrese, così decisero. Lui partì con la promessa di scriverle tutti i giorni ed appena arrivato l’avrebbe sposata per procura, così, lei lo avrebbe raggiunto coronando i loro sogni. Ma la vita non è mai stata semplice. Scoppiò la Guerra e le lettere di Puccio non arrivarono mai. Maria smise di sorridere, ma non cessò mai di pensare al suo Filippo. Passarono gli anni, divenne la zitella del paese, a 26 anni era già stata fidanzata, era vecchia.
La madre le trovò un vedovo, un brav’uomo e le chiese per cortesia di smettere di inseguire i suoi sogni “Mò Puccio pensa a tè?, sposati!”.
Fù cosi che Maria sposò Nazzareno. Dopo 4 mesi dal matrimonio arrivarono le lettere di Puccio e la richiesta di matrimonio per procura.
Quelle lettere le tolsero il sonno, le spezzarono il cuore, ma tutto era stato fatto.
Maria e Nazzareno ebbero 4 figli, lui la amò molto, restarono tutta la vita insieme.
Era il 1988 quando mia nonna Maria si spense ed addormentandosi esclamò,“Puccio mio!”, fu quella per me la prima volta che sentii parlare di Puccio e fu cosi che mia madre mi raccontò questa storia d’amore e di mare.
1938 Storia d’amore e di mare, di Valentina Capannelli
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Agugliano è un piccolo comune marchigiano che sorge su un colle poco lontano dalla città di Ancona. Una piccola ma grande realtà, una comunità che mette la propria passione al servizio dell’arte, della letteratura, della cultura.
Da qui è iniziata l’avventura della mostra itinerante “100 volte Marche”, che viaggia attraverso i luoghi della cultura marchigiana raccontando il legame imprescindibile tra questi e i protagonisti della mostra, gli anziani marchigiani.
Ogni tappa della mostra è un piccolo teatro nel quale vanno in scena non una ma tante storie.
Quella che vogliamo raccontarvi è quella del Sig. Giuseppino Crispini, 81 anni, ex capo tecnico della Soprintendenza archeologica di Ancona che è venuto a trovarci proprio in occasione dell’inaugurazione della mostra di Agugliano e ha scelto di raccontarci alcuni episodi della sua vita, lavorativa e personale.
“Il primo episodio che voglio raccontarvi riguarda la visita di Fabio Isman importante giornalista e critico d’arte di fama nazionale il quale fu incaricato dal giornale “Il Messaggero” di scrivere una serie di articoli su l’ archeologia marchigiana.
Il soprintendente di allora, mi chiese di accompagnarlo e per 15 giorni andammo in giro per le Marche nei principali siti archeologici.
L’ultimo giorno avevo lasciato la visita alla città romana di Urbisaglia. Rimanemmo lì per tutta una giornata.
Isman vide e prese appunti, nel frattempo mi guardava e sorrideva spesso. Io incuriosito gli chiesi il motivo, a quel punto lui mi guardò e disse: “Voi marchigiani siete un po’ incoscienti”. “Perché?” gli chiesi io.
“Beh, avete un patrimonio favoloso e lo tenete nascosto, nessuno lo conosce.”
Ci trovavamo in un’area archeologica favolosa, quella di Urbisaglia, con teatro, anfiteatro, tempio cripto-portico e monumenti funerari e al Ministero nessuno conosceva l’importanza di questa città romana.
Pensate che l’anfiteatro e il teatro, erano proprietà privata. Non solo, all’interno dell’anfiteatro coltivavano il grano.
Dopo molto tempo, riuscii a portare lì il direttore generale e vista tanta ricchezza fece subito fare l’esproprio del terreno che è oggi di proprietà statale. Si sviluppa per circa 40 ettari ed è il più importante e spettacolare delle Marche.”
“Ricordo poi un altro episodio, questo più triste, accaduto in provincia di Ascoli Piceno, ma non dirò dove.
Era stata scoperta da poco una villa romana, molto interessante, con tantissimi mosaici, molto belli.
Facemmo subito un decreto di vincolo.
Putroppo però l’Italia soffre di burocrazia.
Pensavamo che una volta fatto il vincolo fosse tutto salvo ma dopo qualche mese ci chiamò l’ispettore onorario del posto chiedendoci di recarci sul luogo.
Andammo lì e scoprimmo uno scempio enorme. Un contadino aveva arato tutta la villa distruggendo tutto.
A giustificazione del gesto il fatto che il terreno gli apparteneva e poteva farne ciò che voleva.
Ci fu un processo, fu condannato al pagamento di una multa, ma il danno enorme era ormai fatto.”
“L’ultimo episodio che vorrei raccontare è personale.
Mio padre, appena sposato faceva il muratore, mia madre però lo convinse a metter su un negozietto al quale affiancarono un piccolo laboratorio di biciclette. Erano gli anni ’40.
A qualcuno ciò non andò giù, mio padre fu denunciato e trasferito in un campo di concentramento In Austria per 3 anni.
Quando tornò in Italia mi regalò il modellino di una barca e su quella barca io, ancora, continuo a sognare.”
Faremo tesoro di questi racconti, e del ricordo di una bellissima giornata di festa resa possibile grazie alla collaborazione entusiasta della direttrice della Biblioteca Comunale Elena Coppari, dell’assessore alla cultura Paolo Belelli, del sindaco Thomas Braconi, al dott. Giannandrea Eroli (AIB Marche).
Un ringraziamento speciale agli attori del Teatro del Sorriso di Ancona che si sono offerti di interpretare in modo appassionato le storie più belle che compongono la mostra.
La mostra "100 volte Marche" resterà nella Biblioteca di Agugliano fino al 13 febbraio 2016 nei giorni di lunedì- mercoledì- venerdì dalle 17 alle 19 ed in occasione delle aperture straordinarie della sala polivalente o della biblioteca.
Vincitore categoria “100 Mi Piace” - contributo più votato (tra i 197 contributi arrivati entro le ore 24 del 31 marzo 2015)
Mauro Valentini
Titolo opera: Anita
Potete visionare la graduatoria QUI
100 volte Marche è il concorso che ha visto protagonisti i marchigiani , i loro volti e le loro storie, la premiazione sarà l’occasione per incontrarci tutti, autori e soggetti fotografati e raccontati.
Vi aspettiamo alla cerimonia di premiazione
Giovedì 3 Dicembre 2015, alle ore 15.00,
presso la SALA PAGODA - Palazzo Delle Marche, Piazza Cavour 23, Ancona.
Oltre ai giurati, saranno con noi i referenti dei tanti partner del concorso, gli inviati della stampa, il redattore delle rivista “WHY Marche” partnership del Concorso ed il Presidente del consiglio regionale Antonio Mastrovincenzo.
Durante l’incontro, il nostro coordinatore – cerimoniere inviterà i presenti a raccontare brevemente il loro “segreto di lunga vita”, e con il contributo di tutti i 40 finalisti sarà realizzata una mostra che sarà inaugurata contestualmente alla cerimonia di premiazione per poi essere allestita in tutti i musei, archivi e biblioteche delle Marche che ne faranno richiesta a Fabbrica Cultura.
Ciascun finalista riceverà un attestato di partecipazione e un ricordo del concorso.
Vi aspettiamo!
Il progetto 100 volte Marche si è svolto in collaborazione con Fabbrica Cultura, Regione Marche, MAB, ICOM, Food&Relax, Why Marche.
Grazie per la vostra paziente e comprensiva attesa!
Siamo finalmente giunti alla fase conclusiva del concorso fotografico-narrativo 100 volte Marche.
Vi siamo grati per la qualità delle opere, il numero delle iscrizioni e la passione che avete messo nella partecipazione al contest.
I risultati del concorso saranno resi noti su questo sito e, contestualmente, sarà spedita una mail a tutti i partecipanti iscritti, premiati e non, contenente i nomi dei vincitori e la data dell’evento finale di premiazione previsto per la prima settimana di Dicembre presso la Sala della Pagoda del Palazzo delle Marche sito in Piazza Cavour ad Ancona.
Siete tutti invitati a partecipare!
Stiamo organizzando la cerimonia arricchendola con sorprese che renderanno l’evento interattivo e vi faranno godere di un’esperienza unica, abbiate fiducia in noi e vedrete che riusciremo a ripagarvi dell'attesa.
Verrà inoltre allestita una mostra con tutte le opere finaliste, le date e le modalità dell’evento espositivo vi verranno comunicate quanto prima.
Continuate a seguirci per ulteriori notizie e per conoscere le prossime iniziative legate al concorso.
Un affettuoso saluto a tutti.
100 volte Marche team
“Beautiful young people are accidents of nature, but beautiful old people are works of art.” — Eleanor Roosevelt
ringraziandovi per l’attenzione che ci avete dimostrato sin oggi abbiamo una comunicazione importante da fare.
L’Estate e’ sopraggiunta il nostro lavoro e quello della giuria tecnica.
A causa di numerosi impegni e’ stato ritenuto idoneo prendere una pausa estiva per prepararci con cura alla mostra e all’evento di premiazione a cui vorremmo invitarvi tutti.
Scusandoci per questo ritardo, vi auguriamo delle buone vacanze in attesa di Settembre.
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Quando andavo a Elcito, da bambino, rimanevo ogni volta stupito da quelle
persone misteriose che vivevano lassù, in cima alla montagna, con le pecore,
i cappelli di lana, gli scarponi, nelle loro case di pietra bianca a picco sullo
strapiombo.
Si diceva che Fernando fosse capace di guarire le persone con i suoi poteri
paranormali e che Gettulia parlasse con i gatti, dei quali comprendeva il
misterioso linguaggio. Una volta avevo sentito raccontare da Peppino che
c'era una buca senza fondo, proprio sotto il Monte San Vicino, capace di
risucchiare qualsiasi cosa al suo interno.
Ma a me incuriosiva di più Romildo, che si arrampicava tutte le domeniche
sul campanile della chiesa e iniziava a suonare le campane per mezz'ora di
seguito. Sembrava che conoscesse dei posti segreti dove crescevano dei
prataioli squisiti anche fuori stagione e dei boschi misteriosi dove
spuntavano porcini e persino tartufi di qualità sopraffina.
Per questo in
agosto si svegliava tutte le mattine alle quattro, per evitare di essere seguito
dai villeggianti estivi che cercavano in tutti i modi di scoprire i posti dove
crescevano quelle meraviglie della natura. Prima dell'alba apriva la stalla e
partiva insieme agli ovini e qualcuno arrivò a sostenere che spesso si
travestiva da pecora per confondere gli spioni.
Una volta io e mio cugino decidemmo di seguirlo. Ci appostammo nel prato
vicino alla stalletta, dietro alla fonte, dentro i nostri sacchi a pelo mimetici
già fin dalla mezzanotte. Facemmo i turni di guardia di mezz'ora ciascuno,
finché lui non partì alla testa del gregge.
Tentammo di stargli dietro strisciando come serpi sul terreno per i primi
cinquecento metri, poi il suo cane emise un debole latrato che a Romildo
probabilmente era bastato per capire che c'era una qualche presenza
inopportuna. Così, approfittando dell'oscurità e della sua perfetta conoscenza
del territorio, scomparve dietro una roccia e non riuscimmo più a rivederlo.
Verso l'ora di pranzo ritornò con al seguito il suo gregge e un canestro pieno
di funghi profumatissimi.
Si diceva anche che Romildo mangiasse delle erbe crude come il cardo
mariano, il trifoglio rosso, l'attaccamani, la pimpinella e la bardana, che
avevano il potere di acuirne l'olfatto e di renderlo più longevo dei suoi
simili. Non so se queste fossero solo dicerie; di sicuro dimostrava molto
meno dei suoi ottantadue anni. Era anche un giocatore di briscola
fenomenale. Ricordava tutte le carte uscite e giocava così velocemente,
insieme al suo compagno Tito, che quasi nessuno riusciva a batterli. Una
volta erano arrivati dei carbonai da Frontale e avevano giocato tutta la notte,
ma alla fine quelli si dovettero arrendere e se ne ritornarono a casa con le
pive nel sacco.
Un giorno Romildo se n'è andato e con il tempo, uno dopo l'altro, tutti i fieri
figli di Elcito lo hanno seguito.
Adesso in cima alla rupe non è rimasto più nessuno degli antichi abitanti.
Chi ci va, oggi, troverà una moltitudine di turisti e bambini vocianti che
giocano a nascondino oppure con lo smartphone. Di pecore non c'è più
nessuna, e molte delle loro stalle sono state ristrutturate per diventare
seconde case dove trascorrere il ferragosto mangiando cocomero.
Tutto è cambiato in pochi anni e, nonostante siano ritornati i lupi sul San
Vicino, niente sarà più come prima.
Anche se il fischio del vento, il profumo dell'elicrisio e il canto dei grilli,
quelli sì, sono rimasti gli stessi.
Vota il contributo qui http://www.100voltemarche.it/contributi-scelti/romildo
Sandro
Arriviamo in casa sua nel caldo opprimente di chi ad una certa età ha sempre il gelo addosso, il
Natale lo trascorriamo con lui, per non lasciarlo solo.
C'è chi alla sua età non c'è più e chi si ricorda a malapena il proprio nome, questo non è il caso di
Sandro: lui, 88 anni, ottantotto, che scritto per esteso rende meglio l'idea, ci sta eccome. Direi quasi
che è più lucido della maggior parte di noi. Come un uomo sia passato attraverso l'inferno e sia
diventato l'uomo che ho davanti è un mistero.
Anzi no.
Sandro è una roccia. Un colosso. Un colosso di un metro e cinquanta, capace di attraversare
tempeste e diventare più forte grazie a quelle. Una persona integerrima, caparbia, intelligente,
burbera alle volte, che dalla vita ha voluto il riscatto ed, infine, lo ha ottenuto.
Gli chiedo di dirmi il segreto della sua longevità. Si siede composto di fronte a me, sul tavolo tutto
rosso di tovaglioli e pieno di portate, e mi guarda con cipiglio severo “Io non ho capito bene cosa
devo dirti” mi risponde, ma si vede che è incuriosito.
“E’ solo una domanda: qual è il segreto della tua longevità?”.
Ride, si schernisce, un po' mi sfotte, riferendo tutti i dolori che immancabilmente un uomo della sua
età non può non avere, poi si fa serio, e con quello sguardo velato di una tristezza senza tempo, con
la voce rotta di abbracci infantili mai avuti, mi risponde.
Parla snocciolando le parole come se fossero piselli da un baccello: una ad una, con voce chiara,
lentamente, in perfetto italiano.
“Sono rimasto orfano da bambino e sono andato dallo zio. Poi lo hanno fucilato. Quindi sono
tornato in Ancona e vivevo per strada, fino a che non ho conosciuto Anna, che mi ha ospitato e
salvato” Anna è mia suocera.
Sto zitta fissandolo, lui sa che non gli ho chiesto questo.
“Che ti devo dire?” si fa brusco ora “Non devi chiedere a me il segreto della mia longevità, ho solo
ottantotto anni, mica novantacinque” e lì noi cominciamo a ridere, e ride pure lui, perché si rende
conto di aver detto una cosa ridicola.
Poi si alza e parla veloce, in anconetano, per chiudere, tagliare un discorso che evidentemente lo
mette a disagio “Sta a sentì io in vita mia non ho fatto altro che tribolà e fadigà!”.
Mio figlio gli si avvicina e gli chiede di sistemare un gioco che non funziona.
Poi mio marito gli consegna una busta che contiene un phon rotto, per accomodarlo.
E penso che sì, forse è proprio tutto lì “la fadiga” il segreto della longevità di Sandro, come di tanti
nostri nonni e nonne delle Marche: ottantenni che portano ancora a spasso il nipote, che aiutano i
figli al lavoro, che cucinano, puliscono, stirano per i propri cari.
Sandro che ancora accomoda, salda, inchioda, come quando da giovane lavorava al Cantiere.
Di certo ha sempre mangiato bene e bevuto il giusto, ha curato l'igiene della propria persona e della
casa, è stato attento alla propria salute ed ha fatto prevenzione.
Ha amato molto il mare e so che tutt’ora passeggia, camminando lungo quel viale di alberi che ha
visto piantare e poi crescere.
Sono sicura che il cibo, l’acqua e l’aria di Ancona abbiano contribuito alla sua longevità, ma non
solo. Non basta. E ormai ho capito.
Il segreto della lunga vita di Sandro, e di tanti marchigiani come lui, sta nel rimanere sempre attivi,
in quello spirito combattivo e di sacrificio che li fa continuare a lavorare anche quando si
potrebbero riposare.
Sta nell’animo tenace che non li fa arrendere agli anni, che illude il corpo e la mente, e che sfida la
vecchiaia e la morte.
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L’ora antica
L’aia adagiata sul rialzo della collina godeva di un’esposizione surreale. Al filtro delle retine accoglieva il corpicino di un bambino che rivedo sulla coperta a scacchi consumare la merenda. Il tepore della fanciullezza ne scalda ancora le membra e i visceri, alimentati dalla vitamina del sole e dal minerale del fosforo che l’aria assimilava dai campi.
Il nonno diceva sempre: «Non mangiare questa robaccia! Mangia una bella fetta di pane e prosciutto!». E spariva scollinando dietro la linea del costone con il collo bronzeo e il cappello. La nonna governava le galline che seminavano il cortile. Il sale del prosciutto si scioglieva tra i denti del bambino e il pane scrocchiava del caldo del forno a legna sul fresco del grano maturo.
Quando correva a prendere gli arnesi fra le cianfrusaglie, se li incollava sul dorso. La nonna che aveva preso a carpire le erbacce lo vedeva fiero arrancare verso il nonno. Il bambino era felice perché era stato bravo. Il nonno non lo diceva, ma glielo leggeva dalla pelle del volto.
Il bambino guidava il trattore cingolato tra le vigne. Le cromature arancioni si specchiavano nel sole. Il nonno gli indicava le case dei vicini e le assemblee nelle stalle al calore delle bestie come la capannina del presepio, il pane il vino e la fava a maggio.
Quando la sera si scioglieva con il miele del cielo, tornavano in paese.
Avevano festeggiato i quattro anni del bambino nella vecchia casa. Le stanze buie serbavano i misteri delle caverne. Nel grande soggiorno soffuso imperava un focolare immenso. Raccontavano di quando andavano a pisciare fuori di notte e il bambino non ci credeva. Nelle foto i vestiti vintage e i capelli cotonati e il bambino che fa una smorfia scatenando il buon umore.
L’ultima volta che hanno scannato il maiale il nonno era entrato con il coltellaccio. Il maiale scappava dall’angolo opposto della stalla grugnendo affannosamente e osservando cogli occhietti.
Adesso il nonno apre lo sportello del camino in ghisa. Le vene verdi dei dorsi e la tensione matura vibrante nei muscoli degli avambracci. Indossa una flanella e un maglione pesante. Con religiosa ritualità sistema i ceppi. Accende con un gesto rapido e meccanico. Gli occhi bruciano e ci si assopisce. Il freddo migra dal corpo.
«C’era quella notte che un sacchetto di plastica mi sembrava un fantasma! Poi la mattina seguente lo scoprimmo con tuo zio!».
Il ragazzo sorride.
«E chi la mangiava mai la carne!».
Il ragazzo non ha visto i covoni e non ha udito le voci. I suoi antenati uscivano all’alba per lavorare e facevano due pause prima di mezzogiorno. Dopo pranzo si distendevano a ricevere l’ombra e il
ristoro del sangue. Alcune cellule della loro epidermide avranno portato i frutti nell’impasto del suolo. Sono nell’incarnato del cielo piegate come rughe del nonno.
Si è chiuso dietro la porta con il pomello d’ottone scrostato. Il fienile e il canestro di ferro sono rimasti a imbrunire.
Il ragazzo è tornato. Lo spiazzo è piccolo. Il salone pure. La polvere, le sedie rovesciate. Gli occhi dei bambini dilatano ogni cosa. Una pianta rinsecchita dall’autunno fra i cui rami spunta il corno di luna. Crono si è adagiato. Il fermo della sera nell’indolenza delle migrazioni. Il limpido è svanito. Il rudere della casa ha pregato. A est un lago con aironi e giunchi tremolanti. All’orizzonte l’altro versante della collina, diviso dal fosso e il liquefarsi della vista. A ovest il paese e la vita che scorre.
Alle mie spalle mangio ancora pane e prosciutto.
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L’organettista
Raimondo possedeva un piccolo organetto rosso. Glielo avevano regalato da ragazzo e da autodidatta aveva imparato a suonarlo iniziando a scriverci sopra delle canzonette che proponeva alle feste di contrada. Dai dintorni lo chiamavano dappertutto e lui ci andava per poche lire. Così aveva trovato moglie. Lei era timida come un cerbiatto, lui un tranquillo scavezzacollo a cui solo la guerra aveva intorbidato il sangue. Quando era tornato il suo stomaco si era talmente ridotto che aveva dovuto subire un’urgente operazione. In Grecia aveva mangiato solo radici e carrube.
Raimondo e Lina avevano poi messo su famiglia e tra la terra ancora si suonava e cantava. In maggio, di sera, quando il grano invagliava e diventava di un dorato maturo, le contadine a caviglie nude saltavano al ritmo dell’organetto e del tamburello, con le mani ai fianchi che impedivano alle lunghe vestaglie di strusciare per terra e i capelli raccolti nel fazzoletto. Il giorno Raimondo cantava su e giù per il campo zappando le barbabietole, con il cane a zonzo tra i piedi e la visiera del cappello di paglia sulla fronte. Mario gli andava dietro raccattando i pezzi che, immerso e distratto nella sua docile fibra fanciullesca, il fratello dimenticava. Erano una grande famiglia patriarcale e godevano del vento, della compagnia, del vino e del pane fresco.
Quando i nipoti cercavano di interrogare Raimondo sulla guerra lui, che non ne parlava mai, si rabbuiava in un suo nido, abbassava lo sguardo e tratteneva la rugiada. Continuava a ripetere che la guerra è brutta e poco altro. Chissà quali bombe. Forse la vita mia e la morte tua. Il rimorso rimosso, la pena che conta e non conta, il tutto che si azzera e si annulla, poi si ricomincia come si riprende a cantare e suonare l’organetto. Il suo nipote più piccolo aveva cercato di imparare e lui gli dava lezioni. Ma ultimamente suonava poco perché il suo cuore era diventato troppo debole. Tra le vecchie carte c’erano ancora le composizioni di cui si vantava umile e soddisfatto. Il cappello d’artista, il bastone e i giorni alla finestra a vedere rincorrersi estati e inverni e accumularsi giorni sui giorni.
Ora Lina è sola, veste a lutto e rumina. Raimondo era di stirpe robusta, ma anche i suoi novant’anni di canzoni, guerra e campagna si sono prostrati al crepuscolo della vita. La fedele moglie non abbandona la vecchia casa, il dolore e il ricordo e ancora sgrana il rosario davanti al camino, ma non sa più se credere in Dio. Se lo domanda e si risponde sempre nella stessa maniera. Alla messa vorrebbe andarci e dice di fare quello che la madre le ha insegnato. I suoi piedi sono sformati e ossuti, il suo volto ricoperto dalla peluria. Vede serpenti per terra e ogni tanto si rifà l’acconciatura. Nelle ossa bagnate il mollo dell’umidità e le secche sferzate del gelo. Lungo l’autostrada della memoria i numerosi fratelli scomparsi e il marito sempre presente: «Quando parlo con te c’è lui qui davanti», dice al nipote indicandosi la fronte.
La solitudine non è più quella buona della campagna dove la malinconia è nostalgia. Quando d’estate uscivano per respirare l’ossigeno della vecchia quercia i morti erano vivi fra loro. Ma intorno si stringevano la famiglia e le altre famiglie, gli amici, i danzatori e la ritualità pagana. Adesso la solitudine è malsana. La nostalgia è passata e si parla solo di finanza e tecnologia. A Lina non interessa, si interroga e non si interroga. Spera di raggiungere Raimondo l’estate prossima.
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La cura
La cura nelle cose, diceva mia nonna, è il fatto più importante.
Nel suo dialetto marchigiano snocciolava massime che potevano sembrare solo noiose affermazioni
di una civiltà lontana e marginale.
Al Nord il clima, i tempi, i valori sono del tutto diversi.
Ma adesso era necessario per me tornare alle origini, recuperare tutto il colore, la diversità, i sapori
di quella terra che in qualche modo era pure mia.
Dovevo ricordare il rito, il segreto dei gesti, della giusta fusione degli elementi.
Il premio poteva essere la sua mano e il suo sguardo su di me.
Cercai di immedesimarmi nella figura di mia nonna allorchè impastava farina, semolino, burro fuso
e uova con un goccio di marsala. Forse era la sua mano che, tramite la mia, stese l'impasto con il
mattarello e lo tagliò a rettangoli. Quindi, seguendo il suo ricordo, feci cuocere la pasta che poi misi
ad asciugare su un telo. Intanto un po' di pancetta rosolava in un trito di sedano, carota e cipolla.
Aggiunsi la carne macinata e la passata di pomodoro, versando di tanto in tanto un po' di brodo.
Una volta pronto il ragù, ne misi un primo strato nella pirofila spolverandolo con del parmigiano,
quindi disposi la pasta sfoglia sopra. Ripetei quest'operazione varie volte, come avrebbe fatto lei.
Non mi restava che mettere la teglia nel forno caldo e aspettare che i vincisgrassi fossero cotti.
Tra non molto lui sarebbe giunto.
Tutto doveva essere pronto come un’offerta, un dono, un momento speciale.
L’avrei sentito avvicinarsi, fermarsi davanti la porta e sospendersi nell’attesa.
Avevo giusto mezz'ora per farmi una doccia e aspettare con ansia il suo arrivo.
Riconobbi in modo inequivocabile il suo passo e m’affrettai ad aprire con il cuore già in gola.
La badante lo accompagnò al tavolo e, dopo un distratto saluto, prese rapidamente la busta del
mensile e se ne andò, sollevata di avere un giorno libero.
Mio padre. Quasi novantenne ormai. Fino a cinque anni prima aveva vissuto al paese e lavorato
nella sua bottega di calzolaio. Un uomo forte e vitale. Poi la morte della mamma l'aveva distrutto.
Per questo l'avevo convinto a trasferirsi a Milano in un monolocale non lontano dal mio.
Ma non era servito a niente.
Avevo dovuto accettare prima i suoi vuoti di memoria, poi il suo progressivo irrigidirsi e la perdita
di autonomia, ma erano ormai diversi giorni che non voleva più mangiare, che sembrava non voler
più vivere.
“Papà, ti ho preparato i vincisgrassi come faceva nonna. So che ti piacciono tanto”
Gli sedetti vicino e cominciai a tagliare le porzioni.
Presi quindi ad imboccarlo, ma all'inizio girò un paio di volte la testa dall'altra parte. Poi, dopo una
carezza, aprì a fatica la bocca.
Fu un attimo interminabile, con quel boccone che gli girava dentro e non si capiva se sarebbe stato
deglutito o risputato fuori.
“Bevi un po' di vino, papà”
Gli avvicinai alle labbra un bicchiere di Lacrima di Morro d'Alba e lo bevve con un rivolo rosso che
gli scivolava di lato.
Poi la gola si contrasse e il cibo trovò la giusta via.
“Tutto buono, grazie” mi disse lentamente, in uno dei suoi rari barlumi di lucidità.
Gli scese una lacrima come vino.
Non so quanti altri bocconi siano andati giù. Non li ho contati, nè mi importava più se era tornato a
chiedermi dove era la mamma e io a ripetergli che sarebbe arrivata presto (non era vero, da certi
posti non si torna), né badavo più all'odore che mi avvisava che il pannolone era sporco e avrei
dovuto cambiarlo.
Era andata, per oggi si era ancora vivi, si era ancora insieme.
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La splendida giornata
Era come se non riconoscesse più casa sua.
Nelle tre settimane passate all'ospedale di Torrette, s’era
aggrappata all'idea di casa nei momenti più difficili,
quelli in cui la sua intimità era stata violata da flebo,
cateteri vescicali, analisi strumentali e cannule
respiratorie, da infermieri, medici e inservienti, tutti a
vario titolo autorizzati a rivoltarla come un oggetto.
“Tra poco tornerò a casa questo l’aveva sorretta e
confortata.
Prima di essere dimessa era arrivata la diagnosi: fibrosi
polmonare con gravi complicazioni cardiache.
Non c'era guarigione, si poteva solo tentare di rallentare
l'evoluzione della malattia.
Ma alla sua età tra il sapere generico di una fine vicina e
uno certificato, davvero non passava gran differenza.
Era la qualità del tempo che restava a preoccuparla.
Aveva dovuto cominciare l'ossigenoterapia 24 ore su 24 e
una terapia medica con vari farmaci, di cui gli ultimi
servivano a tamponare gli effetti dei primi.
A novantatré anni viveva ancora sola nella sua casa di
Ostra e la cosa non le era mai pesata. Era una che aveva
sempre lottato lei.
Suo marito era morto presto e da sola era riuscita a
crescere e a far sposare i figli.
Ora che era anziana, la loro presenza nella sua vita
dipendeva soprattutto dal loro frequente bisogno di
sistemare la prole da qualche parte.
E lei dava ancora una valida mano; per il resto aveva la TV
e soprattutto il suo piccolo orto per passare il tempo.
Ora, però, aveva dovuto sottostare ai diktat dei figli, non
puoi più stare sola, non possiamo garantirti la presenza
costante di cui hai bisogno, ti cercheremo una persona
fidata.
Era da quel momento che aveva cominciato a non riconoscere
più casa sua.
Dov’era l’angolo di mondo che aveva diviso con suo marito e
dove aveva tirato su i figli? Che fine aveva fatto la
tranquilla routine dei suoi giorni?
Le era stato fatto divieto di cucinare, non potendosi
avvicinare alle fiamme vive con la bombola d’ossigeno, né
le era più permesso lavorare nell'orto e anche guardare la
TV o fare le parole crociate sotto l’occhio severo della
colf sapeva irrimediabilmente di libertà vigilata.
Comunque non poteva lamentarsi dell’assistenza: Irina, la
badante ucraina, si era dimostrata efficiente e scrupolosa,
ancorché un po’ fredda.
Peccato non sapesse cucinare e ora anche mangiare le
pesava. O era solo un effetto dell’età?
Quel mattino si era svegliata come non le capitava da
tempo, con le idee chiare e un ritrovato buonumore.
Irina trafficava già in cucina e si sentiva l’odore
straniero di un qualche cibo in preparazione, mentre fuori
un sole primaverile inondava il piccolo orto.
“Irina, mi va ad innaffiare l'insalata, mi sembra un po’
secca”
“Le ho dato acqua ieri, ma se vuole...”
La donna riempì l’annaffiatoio e uscì all’esterno.
Carla si spostò senza fretta apparente spingendo il suo
catafalco, poi, quando fu davanti alla porta-finestra che
conduce in giardino, la richiuse con un gesto rapido.
Quindi si liberò del bombolone.
Avvertì solo un lieve affanno, nulla di troppo
preoccupante, né si occupò di Irina che stava bussando e le
implorava di aprire la porta.
Riempì la pentola e la mise sul fuoco.
Nonostante il peso, la colse solo un po' di dispnea.
Passerà, pensò.
Iniziò a rosolare il soffritto, quindi versò la salsa fatta
in casa. Un odore consueto e familiare cominciò a spargersi
attorno.
Buttò i maccheroncini di Campofilone che teneva in dispensa
per i giorni di festa.
Questa volta non l’avrebbero fermata.
Era proprio una splendida giornata.
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Amba Alagi
«Portavo un dispaccio ad Amedeo di Savoia da parte del generale Nasi. Col mio mulo e pochi viveri dovevo raggiungere la strada per Macallè e risalire l’Amba Alagi seguendo un fosso al confine tra gli alberi e la montagna. Avevo paura nonostante avessi il moschetto carico sulla spalla; dalla boscaglia le urla incessanti delle scimmie e ogni tanto qualche colpo. Lasciata, sulla destra, Dessiè, occupata dagli inglesi, scesi verso il quartier generale del viceré, più a Sud.»
«Avevo 27 anni; ero in Etiopia dal 1936. Sette anni di guerra, sì sette anni» continuò Cleto asciugandosi gli occhi. «E il ritorno a casa, a piedi, da Foggia, dopo l’otto settembre? Con i tedeschi che ci braccavano? A Ceppagatti io ero sotto un ponte e loro sopra. A casa, giurai che non mi sarei più mosso da lì.
Interruppe il suo racconto in preda ai ricordi. «Non mi va di parlare di quegli anni; sono ancora una ferita aperta. Neanche ai figli ho raccontato tutto.»
Cleto era un arzillo vecchietto di 92 anni con un po’ d’artrosi , come diceva lui, lucidissimo e curioso delle cose del mondo. Pochi capelli bianchi, occhi verdi.
«Mi alzavo al mattino presto e scendevo nella stalla ad accudire i manzi.»« La razza marchigiana è una signora carne» intercalava «poi nei campi: grano, viti, olivi, ortaggi, alberi da frutta, broccoli. Potare, arare, sarchiare, zappare; veder crescere le piante, maturare la frutta e l’uva. Che spettacolo! Quante volte mi fissavo a guardare un filare di Sangiovese o un grappolo di moscato indorato dal sole! D’inverno impagliare sedie e fare tini e doghe. Questa era la mia vita! E tenere i conti col padrone; lui aveva il fattore, io no.» «A me bastava la seconda elementare» rideva. «Cambiare le sementi del grano e del granoturco, invertire una coltura. Ci vogliono anche inventiva e fantasia per fare il contadino! Ma prima di tutto il lavoro ti deve piacere. È vero che oggi ce n’è poco ma i giovani devono innamorarsi di quello che fanno. Così avranno soddisfazioni di ogni tipo. La sera, seduto sull’aia, pensavo al giorno dopo; cercare l’acqua con la mia bacchetta magica di olmo, andare a fare le faccende del maiale dai vicini; mi ricordo ancora la quantità di sale per ogni chilo e per ogni tipo di carne! Organizzare i lavori; chiamare l’opera, cioè chi mi dava una mano. E poi stornellate e saltarello con il mio organetto»
Mangiò un boccone di pane e olio e bevve un sorso di vino rosso. «Una volta lo facevo io e senza bisolfito» aggiungeva, sorridendo e arrossendo perché forse il bisolfito nel bianco lo metteva. Ma qualche bugia la diceva anche lui! «Quante volte l’ho sognato sull’Amba Alagi.» Sì quell’acrocoro tornava spesso nei suoi discorsi anche quando gli facevano notare la rigidità di un anulare che non riusciva a piegare. «Sull’Amba Alagi» cominciava; poi silenzio, e continuava: «Una volta sono scivolato e la lama innestata del moschetto mi ha reciso i tendini. Così disse il dottore.»
«Pane e olio, verdure, frutta e legumi. Questa la nostra alimentazione. La carne dell’aia; d’inverno maiale e salsicce. Il pesce raramente; qualche anguilla, un’ arringa salata. Oggi i giovani mangiano all’americana, ma non so se va bene!»« Però mangiare così non mi ha fatto male vista la mia età» proseguiva « e un bicchiere di rosso ai pasti. Un consiglio? Lavoro fisico, tanta fantasia, e pensare che non siamo soli al mondo; non chiedere troppo!»
Ora guardava il tramonto sotto il suo mandorlo secolare che era così «anche quando sono nato.»
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1938 Storia d’Amore e di Mare
Maria aveva gli occhi azzurri come il suo mare e il sale nei capelli, Bella! Maria profumava di donna. Era nata lì, in quel borgo di pescatori e “retare”. Tutto il suo mondo iniziava dal Borgo e terminava con la spiaggia di alghe spettinate. Altro non aveva mai visto, lì, tra il vento e le tamerici, dove il mare è vita e toglie la vita. Nel 1938 a Giugno le Scuole finirono, gli esami furono superati e si fantasticava su un improbabile futuro, i giovani sognavano! Quella del 1938 fu anche l’estate in cui gli occhi di Maria incrociarono quelli di Filippo detto “Puccio”. Lei, una lattaia analfabeta, lui diplomato, scarpe sempre lucide, occhi vispi e profondi. Maria, passava per il borgo con la sua bicicletta per lasciare il latte, tutti la conoscevano, ultima di 3 figlie femmine, orfana di padre, un padre strappatole dal Mare. San Benedetto non era grande, si erano sempre visti, ma non si erano mai guardati e guardandosi in quell’estate si persero l’uno nell’altro. Furono anni di sguardi in chiesa, di baci rubati, anni in cui si aspettava la Festa del Paese e la Processione per respirarsi. In un tempo dove era proibito persino accarezzarsi decisero di amarsi e di sognare una vita migliore inseguendo l’America. Le estati passarono, e la salsedine e quella vita fatta di abitudini cominciava a stare stretta ai sognatori, così, una sera Puccio portò Maria in spiaggia, dietro le rimesse e con gli occhi pieni d’amore le chiese se voleva condividere il suo sogno “Maria, io parto per l’America, ma parto solo con te!” Maria lo baciò, annuì, con gli occhi pieni di lacrime, pensava ad una nuova vita per lei, con lui, inseguendo il loro sogno. Dopo pochi giorni Maria e Puccio si recarono presso il Comune di San Benedetto del Tronto per compilare la richiesta per l’ottenimento del passaporto per l’estero. Lei, con il vestito della festa, lui, con i riccioli neri appena tagliati, sottobraccio, ormai tutti sapevano, anzi, tutti dovevano sapere. Puccio con la sua grafia ordinata compilò e firmò la sua domanda, Maria che non aveva mai imparato né a leggere né a scrivere, quel giorno non poté compilare la domanda e Filippo non poté farlo per lei, perché Maria non sapeva neppure scrivere il suo nome. Le si spezzò il cuore. Mille lacrime le solcarono il viso, il vestito della festa era finito sotto una pioggia salata ed amara. Filippo non si arrese, così decisero. Lui partì con la promessa di scriverle tutti i giorni ed appena arrivato l’avrebbe sposata per procura, così, lei lo avrebbe raggiunto coronando i loro sogni. Ma la vita non è mai stata semplice. Scoppiò la Guerra e le lettere di Puccio non arrivarono mai. Maria smise di sorridere, ma non cessò mai di pensare al suo Filippo. Passarono gli anni, divenne la zitella del paese, a 26 anni era già stata fidanzata, era vecchia. La madre le trovò un vedovo, un brav’uomo e le chiese per cortesia di smettere di inseguire i suoi sogni “Mò Puccio pensa a tè?, sposati!”. Fù cosi che Maria sposò Nazzareno. Dopo 4 mesi dal matrimonio arrivarono le lettere di Puccio e la richiesta di matrimonio per procura. Quelle lettere le tolsero il sonno, le spezzarono il cuore, ma tutto era stato fatto. Maria e Nazzareno ebbero 4 figli, lui la amò molto, restarono tutta la vita insieme. Era il 1988 quando mia nonna Maria si spense ed addormentandosi escolamò,“Puccio mio!”, fu quella per me la prima volta che sentii parlare di Puccio e fu cosi che mia madre mi raccontò questa storia d’amore e di mare.
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Il nonno di tutti
Il signor Mario, ultimo di quattro figli, occhi vispi, carnagione scura, segnata dal lavoro nei campi.
Una vita da pastore, da fattore, a lavorare la terra degli altri, i poderi, con i buoi e l’aratro.
Una vita semplice, si mangiava il pane, si lavorava nei campi…Si è fatta la guerra.
Il comando tedesco veniva a casa, a controllare cosa c’era da mangiare e razionava il cibo. Questo si poteva comprare solo con la tessera, che veniva distribuita dal comando.
Tutto ciò che si poteva, si nascondeva sotto terra, sotto le piante di fico, dove si mettevano soprattutto zucchero, grano e pane.
“Sono stati anni di stenta, la moneta non c’era”, racconta Mario. I contadini compravano poco e ci si arrangiava. Si andava di contrabbando a caccia, con i lacci, a prendere tordi e merle dal becco giallo.
Poi questi uccelli si scambiavano. Ogni settimana passava un fattore, col carretto, che dava pasta e ortaggi in cambio di selvaggina.
Un giorno mentre era a caccia nel bosco, Mario si imbatté in due prigionieri russi. Erano affamati ed avevano paura. Da quel giorno Mario gli portò un filone di pane per tutto il tempo che rimasero nascosti.
Se l’avessero scoperto i tedeschi, l’avrebbero ucciso. Ma Mario e la sua famiglia si sentivano in dovere di aiutare due esseri umani, come loro, che non avevano niente tranne che la paura.
Poi la guerra è finita, ed il 5 Agosto del 1950, a 22 anni, Mario si è accasato. “Mia moglie” racconta ridendo “è stato un bell’acquisto”. E’ stata una dura lotta insieme, 2 figli e una casa da costruire, che Mario ha fatto da solo. Durante la settimana lavorava come cantoniere, il sabato e la domenica invece si dedicava alla costruzione della casa, dove adesso vive con la moglie e la figlia.
Alla domanda, sono bravi questi figli, Mario risponde: “I figli, una volta ti fanno ridere e una volta ti fanno piangere”, ma aggiunge: “Due sposi senza figli è come un giardino senza fiori”.
Per costruire la casa, i soldi non c’erano, così Mario decise di andare in Svizzera, a Zurigo, a lavorare, per 1 anno. Qui lavorava “sotto padrone”, era operaio in fabbrica.
La sua vita è però in Italia, dove fa ritorno prima come operaio in fabbrica, poi nelle strade come cantoniere, per le imprese dello Stato. Un lavoro faticoso, ma a Mario piaceva e soprattutto, le imprese statali rispettavano il lavoratore, assumendolo con contratti regolari e pagando tutti i contributi. Negli anni precedenti invece, è stato costretto a lavorare senza regolare contratto. Purtroppo la manodopera non mancava e se Mario si fosse ribellato, sarebbe stato licenziato in tronco e sostituito da qualcun altro.
Per raggiungere la pensione, Mario ha lavorato 48 anni. Questi anni di lavoro però, non gli sono pesati.
E’ un uomo allegro, attivo, abituato ai lavori pesanti, e soprattutto all’aria aperta.
Ancora oggi coltiva l’orto e quando gli chiedi, “Ma qual è il segreto per rimanere giovani?” La risposta è “Cipolla e aglietti freschi di stagione alla mattina per colazione. Aiutano la circolazione e prevengono le malattie”.
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Quel panino con trrroppo pepe
Era proprio questa la storia su mia nonna che aspettavo di pubblicare.
Ieri 12 febbraio 2015 Nonna Rosa iniziò con una delle sue.
Raccontò di quella volta che sua figlia Cetta non ce la fece più di tornare a casa da scuola per ritrovarsi a piangere sulle ginocchia della mamma. Le avevano mangiato di nuovo tutto il salame e lei ancora non si era accorta di chi fosse stato!
Nonna Rosa ebbe così la magnifica idea di preparare due panini: uno con la mortadella per sua figlia Cetta ed uno in più col solito salame, questa volta cosparso di tanto pepe.
Il giorno dopo, all’ora di ricreazione, il fatto accadde di nuovo; diversamente dal solito, però, Cetta si era già mangiata il suo panino quando un suo amico di classe le si avvicinò dicendo: - Scusa, ma che diavolo ci ha messo tua mamma sul salame, il pepe?.
Cetta non poté credere ai suoi occhi: il suo amico, che di cognome faceva “Animobono”, era il “ladro” della situazione!!!
Da quella volta non accadde più niente all’ora di merenda, anche se il salame di Nonna Rosa era diventato il più famoso della scuola.
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La segreteria di 100 Volte Marche comunica a tutti i partecipanti e a tutti gli interessati, che il termine ultimo per votare i contributi finalisti è fissato al 21 Maggio 2015 (ore 23.59).
La segreteria ringrazia tutte le concorrenti e i concorrenti per il loro contributo a questa iniziativa.
Un'esibizione live al Monsano Folk Festival; il brano fa parte del nuovo disco del gruppo "Lu Trainanà" in uscita nel mese di Ottobre 2012; un canto preso da...
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100 Volte Marche, scade oggi il termine del Concorso che vuole diffondere nel mondo un’idea positiva delle Marche attraverso i suoi più longevi testimonial
Ultime ore per partecipare al concorso 100 Volte Marche, iniziativa ideata da Fabbrica Cultura in collaborazione con il MAB (Musei Archivi Biblioteche delle Marche), patrocinata dalla Regione Marche e sponsorizzata dal tour operator Food & Relax.
Scade oggi il termine per la consegna dei contributi fotografici e narrativi da caricare sul sito www.100voltemarche.it. La partecipazione è gratuita. Gli organizzatori auspicano che i contributi possano raccontare anche il contesto naturale che incornicia il territorio, oltre al patrimonio storico, artistico ed eno-gastronomico della regione Marche.
Il contest è rivolto a tutti gli appassionati di fotografia e scrittura invitati a narrare la storia degli anziani marchigiani con foto e racconti che saranno selezionati ed esposti in una mostra itinerante nei principali luoghi della cultura marchigiana.
Il progetto si pone l’obiettivo di valorizzare le memoria storica del territorio, facendo degli anziani i testimonial più rappresentativi del brand Marche, “un ottimo spunto per guardare le Marche con nuovi occhi, da nuovi punti di vista” afferma la presidente di Fabbrica Cultura, Antonella Nonnis
Una Giuria di eccellenza presieduta dallo storico Gino Troli ed esponenti della cultura e dello spettacolo marchigiani, sceglierà tra le immagini e i racconti pervenuti, la foto e il racconto vincitori. Agli autori della foto e del racconto sarà assegnato un premio di 500,00 € offerto dallo sponsor Food & Relax.
La Rita "FESCION BLOGGHER"oggi festeggia "Lu combleann de nepotema"
Buongiorno mie care zaotte! Oggi è un giorno speciale perché recorre lu combleann de nepotema la prima (chella più vecchia). Per l’occasione voglio condivitere con voi i preparativi per la festa!
Volevo preparare il menù, puoca robba…Scungelà lu temball, frij la liva, ddò cremine, tre baullitte, li gesuite, neccò de tacchin, nu pull, nu zambitt de gnell… ma llu culer de nepotema è detto che ci porta in un posto scich…FRECT mbè m ttocca revestimme! Qua ci vuole un luk da paura, scarciante, da occasione grossa!
Ma partiamo dal principio: lu regal! Quand’era piccula mi diceva sempre “Per il compleanno voglio la carta col cavallo!” Tutti penserete al libro degli animali, al cavalluccio, la carta regalo…E invece Chiamela stupeta! Voleva le 50.000 Lire!!! Adesso i tempi so cambiati, è cresciuta, via il cavalluccio vuole la carta rosa!...Rosa…Poteva dirmelo quand’era frechina!
Passiamo al mio vestito, ero indecisa tra il blè scuro e lu nero, alla fine sono scelta questa maglietta fuxia di UggeGabbana, attillata ma non troppo, quel poco per ricreare un effetto cotechino deliziosamente coperto con la sals…Ehm..con la giacchetta nera! Almeno se casca la patacca di suco non si vede niente.
Come accessori ho scelto nu collier di Svwarovshjk…y (mo ve lo scrivo ndà se dice SVAROSCHI) con orecchini abbinati griffati “Bellissimo 1861”…Devo dire moldo dellicati e fini. Per chi fosse interessato a comprarli vi metto il collegamento sotto…E comunque ci vogliono 3 carte rosa!
Ma ne è valsa la pena, è stato un grante amore a prima vista, di quelli che indosseresti senza mai stancarti. Una collezione perfetta per le feste, per qualunque festa. Di combleanno o di Natale. Poi con questo combleto da abbinare ad una giacca nera, decisamente elegante, ed a un paio di mocassine scamosciate.
La serata credo che sarà qualcosa di meraviglioso. Vi terrò aggiornate!
Buon mercoledì a tutte voi! (e Aucuri a nepotema!)
100 Volte Marche @100voltemarche - Tumblr Blog | Tumlook