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Si cambia.
È innegabile. Impossibile da arrestare, il processo di crescita e cambiamento di un individuo.
Si cresce e si capiscono tante cose che prima non volevi capire. Non perché fossi stupido ma perché talvolta essere giovani porta a essere senza malizia, a non avere quell'indole malfidente che caratterizza quelli più grandi.
Si cresce quando la vita ti sbatte davanti la realtà.
Si cresce quando devi metterti a tavolino con te stesso e affrontarti.
Guardati in faccia. Da cosa sei scappata? Era poi così tremendo da sentire quel bisogno impellente, urgente, di scappare, di andare via? Pensaci. No, non lo era. Semplicemente eri un periodo dove volevi certezze. Un periodo dove avevi combinato un po' di casini, deluso qualcuno che ti voleva bene. Dove sentivi di non stare combinando niente di davvero utile, di non avere il controllo sulla tua vita. Dove avevi perso la fiducia in te stessa, dove avevi decretato che alla prima occasione te ne saresti andata. E così è stato. Te ne sei andata, wendy, lasciandoti dietro una scia di domande e dubbi irrisolti. Quando hai incrociato lo sguardo della persona che hai sposato, eri sicura di ciò che facevi. Sì, eri anche innamorata, certamente. Ti si è acceso quel fuoco dentro che ti mancava. E poi lui ti ha detto con molta semplicità, perché no? Perché non ti trasferisci qui, a Milano, nella grande metropoli? Ti aiuto io a trovarti un lavoro, non ti preoccupare. Con me al tuo fianco non ti mancherà niente. E tu, con gli occhi di chi ama e nel cuore la paura di chi deve fuggire, hai detto sì. E nel giro di due mesi scarsi avevi già portato via tutte le tue cose, 100 chilometri più a sud. Poi il matrimonio. La bambina, non "programmata" ma con tutta la gioia che poteva portare con sé...
Ma poi il sogno piano piano ha iniziato a sgretolarsi. La depressione. La sensazione costante di solitudine. Il sentirsi inadeguati, sempre gli ultimi arrivati, mai all'altezza. I giudizi gratuiti. I litigi su tutto. Il lavoro, tanto amato ma tanto complesso e oggetto di discussione continua. I periodi di merda dove anziché avere supporto, hai ricevuto solo altra merda. Dove tu hai dato tanto, tutto, ma non hai ricevuto niente in cambio. Certo, amare non è solo ricevere. Ma i rapporti devono essere pari. Se non sono pari, i rapporti, non possono durare.
E se non ricevi, prima o poi inizi a non avere più niente da dare. Perché è vero, chi è forte e sorregge sempre gli altri, quando crolla fa dei tonfi silenziosissimi. Perché non cade all'improvviso. Inizia a perdere dei pezzi piccoli, piccolissimi, uno dopo l'altro, piano piano, perché sei abituato così, a non farti accorgere da nessuno. A non dire niente per non far preoccupare l'altro perché l'altro è troppo impegnato a farsi venire attacchi di panico - che ovviamente dovrai curare tu - e a farti notare le tue mancanze.
Fino a che non ti rimane più niente. Provi a raccogliere i tuoi pezzi, ma non ci riesci, non c'è nulla che li tenga insieme. Fino al momento in cui senti di essere arrivato al limite, allo stremo, e ricominci a sentire quella sensazione di vuoto che per un po' di tempo non avevi più patito. Ma è un vuoto diverso, non è come il vuoto che lascia quando va via una persona dalla tua vita. È un vuoto molto più profondo, il vuoto che lascia la tua essenza quando si spegne.
Ma non puoi permetterlo. Non più. Noi puoi più permetterti di farti spegnere. La luce che hai dentro deve brillare. Te lo devi, wendy. Hai fatto tanto per arrivare dove sei ora. Certo, a volte bisogna fare dei passi indietro. Ti sei inoltrata in una foresta che via via si è fatta sempre più oscura e intricata, da sola. Torna sui tuoi passi. Non è uno sbaglio. Non è una tragedia. È istinto di sopravvivenza.
Ora che hai trovato la strada per sopravvivere, seguila. Non guardarti indietro. Chi è rimasto indietro, è lì che deve rimanere: indietro. Sei tu che decidi se la tua luce può splendere, tu e nessun altro.
[ I rapporti alla pari sono un concetto complesso. Un rapporto alla pari è come quello dell'amicizia, ovvero : nessuno dei due "appartiene" all'altro. Si sta bene da soli e quando c'è l'altro ci si sente con una marcia in più. Se quando l'amico non c'è ci si sente con una marcia in meno, il rapporto non è alla pari. ]
Aiutati da solo, credi in te stesso, pensaci tu, a te... Perché se aspetti che lo faccia qualcun altro, fai in tempo a morire di vecchiaia.
La bestia nera. La DPP ESISTE E UCCIDE.
Un bambino di cinque mesi è stato ucciso da sua madre, a causa dello scuotimento eccessivo. Una fragile vita spezzata, e un’altra, completamente a pezzi, distrutta, senza possibilità di redenzione. C’è chi la chiama assassina. Ma nessuno può sapere veramente cosa sia successo nella mente di questa donna, ve lo garantisco. Andiamo con calma.
Questo non è un trattato di psicologia né niente di lontanamente simile. È il racconto di una persona che ha attraversato momenti molto difficili e incontrato mostri impossibili da sconfiggere del tutto. È molto lungo e prolisso, quindi accomodati e leggi con calma.
Iniziamo dal presupposto che ogni persona è diversa, ogni donna è diversa. Non esiste un manuale o un metodo univoco e universale su come essere madri né su come essere donne durante i primi mesi di vita del proprio figlio, in barba a tutti i corsi pre-parto e alle centinaia di libri a tema maternità letti in attesa di mettere al mondo la nostra creaturina. Un grosso problema di noi umani è che idealizziamo tutto: predisponiamo il nostro nido d’amore, il lettino, il fasciatoio, i completini, la borsa dell’ospedale; passiamo le ore a guardare siti internet per il miglior seggiolino, il miglior passeggino, la fascia portabebé, addirittura per lo svezzamento, paraspigoli ovunque, compriamo i pannolini di tutte le taglie esistenti per andare sul sicuro, e la nostra isoletta felice con un pargolo idealmente perfetto prende forma. Già ci vediamo lì, rilassate, con i capelli decenti e sorridenti, accomodate sulla poltrona messa appositamente per allattarlo in cameretta con il cuscino allattamento, e tutto va liscio come l’olio. Nel nostro sogno d’amore il bebè mangia, fa il ruttino, si addormenta nella sua culletta e noi ci possiamo dedicare a noi stesse. Ma tutto questo, in realtà, non esiste. E se esiste i casi sono due, o siete la Ferragni e avete una super nanny/ostetrica a domicilio H24 che sa come consolare i pupi più inconsolabili, o avete solo un gran culo che comunque, sappiatelo, non durerà.
Poi arriva il momento tanto atteso, il parto. L’ospedale, il parto, ed eccovi belle zozze di sangue con il vostro sgorbio (perché, detto onestamente, appena nati non sono sta gran bellezza: chi dice il contrario MENTE) addosso. Nella migliore delle ipotesi il papà, la nonna o chi per essi lo laverà seguendo le indicazioni delle ostetriche, e ve lo riporterà bello lindo, profumato e vestito, mentre voi... beh, voi mamme sticazzi, vi dovete arrangiare. Puzzate di sudore, o siete sporche di sangue? Fatti vostri. Se avete qualcuno che vi aiuta a lavarvi (e qualcuno che vi tenga il piccolo - non è detto che ve lo tengano nella nursery) bene, altrimenti, zero. Le visite dei parenti, gli accertamenti, le torte di pannolini. Magari già le prime ragadi al seno per un attacco scorretto e le ostetriche che, al posto di aiutarti, sbuffano e ti liquidano con sufficienza se chiedi loro delucidazioni.
Ecco, non sono in grado di allattare mio figlio, il capezzolo inizia a sanguinare. Come farò a fare tutto il resto? Sono anche bloccata a letto a causa dei problemi che mi dà la ferita del parto. Ecco che in una manciata di ore il sogno d’amore è andato completamente in pezzi, e non ho neanche la forza di raccoglierne i cocci. Un senso di impotenza e inadeguatezza inizia a farsi strada, e il nano è nato da neanche un giorno. ‘nnamo bene, proprio bene, direbbe De Sica.
Con non poche difficoltà finalmente ce ne andiamo a casa. E le difficoltà sono appena iniziate, per me. Il bambino non prende peso, esame delle urine (a un neonato di quattro, QUATTRO giorni), del sangue e anche a me giusto per stare sereni. E pure il vaccino antirosolia a me, che pur essendo favorevolissima, avere la febbre era l’ultimo dei miei desideri in quel periodo. Se avessi avuto un indicatore dello stress in quei giorni, sarebbe stato oltre la stratosfera. Ho abbastanza latte? Si attacca bene? Non capisco, si attacca letteralmente ogni 30 minuti, piange come un’aquila, inconsolabile. Ha solo 24 giorni, non ha ripreso i grammi persi dal calo fisiologico. L’ittero è passato ma niente, il pediatra ci liquida in 10 minuti con un foglietto: aggiunta 120ml ogni pasto di latte plasmon 1. E che roba è, penso io. L’ostetrica del consultorio non è d’accordo: continua ad allattare, e tutto andrà bene. Ma sta figliola non prende peso, io non riesco ad alzarmi dal letto, sono sempre sola a casa, sono bloccata a letto con la bambina e ogni movimento necessario alla sopravvivenza (mangiare io; fare pipì, prendermi cura della ferita, cambiarle il pannolino) è una sofferenza indicibile. Certo, prima o poi guarirà. Ma intanto mi sento uno schifo, vedo altre mamme prendersi cura dei loro piccoli in maniera ineccepibile, da manuale, sempre in ordine, sorridenti, con i capelli in ordine. Io non indosso una tuta né niente che non sia un pigiama dal giorno del parto, a fatica sono riuscita a lavarmi lo stretto indispensabile, mi sento ripugnante, il mio corpo è deformato. Chissà quando ritornerò ad avere una routine normale, un aspetto normale, ad essere bella per mio marito?
Sento che l’ombra avvolge la mia mente, piano piano. Lento, ma inesorabile. Il mio mondo ideale non ha preso vita, la mia mente non lo accetta, e come ogni essere umano a cui tutto crolla addosso cerco un colpevole. Chi è il colpevole? Non io, di sicuro. Ho fatto ciò che dovevo, ho preparato la casa, ho fatto la borsa per l’ospedale... la colpa è senz’altro del bambino. Sì, dev’essere così, è così. Dovevo esserci io al posto di quelle mamme perfette. Di sicuro hanno solo avuto più culo di me, avranno avuto più sostegno... più sostegno. Mia suocera non fa che ripetermi di alzarmi, e dare il latte artificiale. Mia madre l’esatto opposto, di prendermi il mio tempo e allattare, anche se ciò significa fare tre giorni di fila con due ore di sonno complessive, alternate a notti di solo dormiveglia, di ansia apparentemente immotivata che ti impedisce di chiudere occhio. No, mamma e suocera, non siete d’aiuto così. Forse non so neanche io cosa veramente mi sarebbe d’aiuto, ma per carità, smettete di dirmi cosa devo fare. L’ombra mi stringe sempre di più. Le sento come ovattate, le grida di mia figlia che ha fame. Santo cielo, ti ho allattato 10 minuti fa, dieci! Adesso stai lì e basta. La schiena mi fa un male terribile e appena mi sarò ripresa ti allatterò di nuovo, tra l’altro i capezzoli sono devastati. Ma non sono sicura fossero dieci minuti, probabilmente il lasso di tempo era molto più lungo. Ora però le sento chiaramente, la guardo con occhi sbarrati e la allatto subito. Come ho potuto pensare una cosa simile? Quanto tempo effettivamente era passato? La cosa mi spaventa. Ma succede di nuovo, e poi ancora, nei giorni successivi. Piano piano mi rendo conto che tutto ciò che riguarda lei mi sembra un peso enorme, ma proprio tutto, compreso allattarla o dare il biberon, cambiare il pannolino. Senza contare tutto il resto tipo fare la lavatrice (la quale avrà avuto le ragnatele ormai) o cucinare. Volevo solo stare a letto, lontana da ogni rumore. Ero in grado di ignorare il pianto di mia figlia per ore, e non è una skill da acquisire nel tempo né nulla di positivo, era un campanello d’allarme ma non me ne rendevo conto.
Nessuno si accorse di questa situazione, ma se dico nessuno intendo nessuno. Mio marito lavorava tutto il giorno e la sera doveva arrangiarsi per mangiare, era come se io non ci fossi. La bambina diventava di sua unica responsabilità finché non andava a letto. Solo all’alba dei tre mesi della bambina, che sembrarono secoli, quando tornai a frequentare il consultorio con regolarità (avevo riacquisito parte della mia routine grazie alla completa guarigione della ferita e all’acquisto di un’auto), parlando dei metodi di addormentamento, dissi con nonchalance che “la metto nella culla e la lascio lì, se piange, la lascio piangere. Le lascio una lucina accesa perché mi spiace lasciarla al buio, ma se la tengo in braccio non si addormenta. Poi scendo a guardare la tv o a leggere” e alla domanda “ma non ti angoscia il fatto che pianga? Per quanto va avanti?” io: “boh, non lo so. Non ci ho mai fatto caso”. L’ostetrica mi ha suggerito un colloquio con la terapista del consultorio. È stato solo allora che mi sono resa conto di tante altre piccole cose alle quali non avevo fatto caso. La cosa che mi colpì di più fu quando, con molta dolcezza, la dottoressa mi disse “vorrei dirti che è solo un periodo no, ma ci sono i presupposti per parlare di DPP. Depressione Post Parto. Comunque continuiamo a vederci: ti darò una mano a capirci qualcosa.”
Fu il primo spiraglio di luce, ma non me ne rendevo conto, anzi. Ero oltremodo arrabbiata con me stessa. Come era possibile, come era potuto accadere? Spesso saltavo gli appuntamenti, e non prendevo per verità assoluta ciò che la dottoressa mi diceva, perché nella mia testa non era accettabile. Ormai la bambina aveva 5 mesi e avevo iniziato lo svezzamento. Ero un orologio: orari precisissimi, cibo pesato al centesimo, mettevo in pratica tutti i consigli della cara ostetrica del consultorio e tutto sembrava andare bene, perché finalmente la bambina prendeva peso in maniera regolare e i parenti sembravano felici e avevano smesso di sindacare sulla questione latte. Ma l’insonnia, l’ansia costante che spesso mi attanagliava e mi impediva di dormire, il velo che mi si posava sulle orecchie quando mia figlia piangeva prima di dormire, erano sempre lì. L’ombra nera mi aveva ancora stretta nella sua morsa, e sfogavo questa cosa anche mangiando eccessivamente: mangiavo di tutto, mangiavo male, spesso vomitavo. Alternavo questo mangiare senza controllo a giorni di digiuno assoluto. Forse nella mia testa speravo che così facendo avrei riacquistato la forma fisica, ma ero arrivata a pesare ben 83 chili contro i 55 dai quali ero partita e che sarebbero il mio peso forma, il mio corpo mi disgustava. L’apatia aveva colpito anche il cane, il nostro cucciolo di chihuahua, al quale spesso mi dimenticavo di dare da mangiare o dimenticavo di farla rientrare dal giardino al pomeriggio. Non prendetemi per una pazza criminale alla quale piace fare del male agli altri: in quei momenti era come se niente altro oltre a uno stato di apatia esistesse nella mia testa. Stavo lì, sul divano o sul letto, a leggere, o a guardare il soffitto, di rado uscivo di casa ed era giusto per fare la spesa. Poi iniziai con lo shopping compulsivo e a strapparmi le sopracciglia con le mani, le crisi di pianto apparentemente immotivate e la sensazione di soffocamento.
Un giorno, me lo ricordo benissimo. La bambina aveva un maglioncino blu notte coordinato a un leggins grigio, con la stampa di una rosa rossa. Quel pomeriggio qualcosa non andava. Piangeva in maniera disperata, inconsolabile, non sapevo se fossero le coliche, i dentini, fame, sete, chissà cos’altro, fatto sta che non c’era stato modo neanche portandola fuori in passeggiata di calmarla. Ero sola a casa, la presi tra le braccia e mi sdraiai sul mio letto, alzai gli occhi al cielo e iniziai a piangere. Un fiume di lacrime, inarrestabile. Ricordo le parole che le ho detto. “Ma perché? Perché non ho il controllo su ciò che succede? Perché le cose non vanno come avevo previsto?” era tutto nero, per me. Non c’era speranza, tutto andava a sfascio, ed era fuori dal mio controllo. “Ma se non mi aiuto io, chi lo farà? Chi ti crescerà?” e forse, in quel momento, qualcosa nella mia testa si è acceso, o si è rimesso in moto, non so dirlo. Mi sono alzata dal letto con la bambina che ancora piangeva e ho chiamato la dottoressa, che mi ha ricevuto mezz’ora più tardi. Le ho raccontato tutto esattamente così, parole testuali. Nel tempo le avevo omesso anche la questione cibo, ad esempio, cose fondamentali della quale avrei dovuto parlare. Mi ha semplicemente sorriso e mi ha detto: “non posso dire che sei guarita, ma il fatto che tu abbia ammesso a te stessa che qualcosa non va, è un enorme passo avanti. Diciamo che oggi è un giorno dove possiamo segnare una tappa del nostro percorso: abbiamo capito che voler avere il controllo su tutto nella vita è inverosimile, e può essere pericoloso, e distorce la nostra percezione della realtà. Ci vediamo a fine settimana, ti aspetto”.
Cara, cara Gilda. Ti faranno santa. La dottoressa mi seguì fino ai 9 mesi della bambina, ovvero fino al mio rientro al lavoro. Ripreso il lavoro, e grazie alla dottoressa, alla sua infinita pazienza e ai suoi preziosissimi consigli, al suo supporto, piano piano mi sono ripresa. Come dicevo all’inizio, purtroppo non è qualcosa dal quale se ne esce del tutto, ad oggi mia figlia ha tre anni e io so di avere ancora l’ombra nera che talvolta mi prende, ma ho imparato a gestirla. È facile? No, per niente. Ci sono sere come queste dove desidero solo isolamento. E ora è solo più semplice trovarlo, perché riconosco la mia stessa necessità e la gestisco, senza perdere il controllo. Ma ci è voluto tempo, e fatica.
Perché ho sentito la necessità di raccontare tutto questo? Perché molta gente non sa cosa sia la Depressione Post Parto. NON è quella condizione di “pianto facile” che capita di avere nei giorni successivi al parto, quello viene chiamato baby blues ed è semplicemente legata allo squilibrio ormonale, non porta conseguenze gravi, ed è ampiamente diffuso. La DPP è più rara, più difficile da riconoscere perché è viscida, infame, scaltra come un ladro nella notte, si infila nella quiete di casa tua, senza che tu te ne accorga. E ti deruba di una parte di te, e non ti è dato sapere quale. Molta gente non crede neanche esista questa condizione. Ho sentito cose agghiaccianti tipo “non può esistere perché noi donne siamo fatte per fare figli quindi se succede una cosa del genere allora una non è destinata a fare la madre, non doveva diventarlo”, e altre amenità simili. E frasi simili sono coltellate, per chi magari vorrebbe chiedere aiuto e finisce per non farlo per vergogna, per non sentirsi ancor più inadeguata e sbagliata di quanto non si senta già.
Perché prima di giudicare e chiamare assassina una donna che compie un atto inconsapevolmente estremo verso il proprio neonato che piange inconsolabile, bisogna capire che cosa veramente sia successo. Cosa stava passando quella donna in quel momento della sua vita? Se fosse stata lasciata da sola, alla mercé dei suoi demoni interiori, reduce di notti insonni, con l’ombra nera che la stringeva a sé? Non possiamo saperlo. Una cosa è certa: la DPP ESISTE. E UCCIDE, se non riconosciuta. Meno dita puntante, più mano tese ad aiutare. È l’unica soluzione possibile.
Hai mai sentito nostalgia di qualcosa, anzi di qualcuno? Qualcuno che ti ha sostenuto e benvoluto, ma che la vita infame ti ha portato via, e ora cerchi quella sensazione di protezione e calore ovunque disperatamente, come l'aria, senza però trovarla mai. Perché quella persona non è più al tuo fianco ed è solo colpa tua se l'hai persa, non puoi odiarla. Ecco, pensavo a questo mentre guardavo le onde del lago.
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Su di me.
Capita che chi mi chieda la data di nascita, mi risponda: ah, Leone! Un ottimo segno... Ascendente? Gemelli, rispondo sempre io. Aah allora sei davvero fortunata! Mi sono chiesta innumerevoli volte che cosa significasse, e oggi per noia sono andata a spulciare sul web. Questo il risultato per un "leone ascendente gemelli".
<< Hai un bel caratterino! Sei vivace, intelligente, astuto, spiritoso! Adori la vita di società, e ancora di più ti piace farti notare, essere ammirato per le tue buone qualità e il tuo fascino.
Sei vanitoso, ma dalla tua parte hai anche una buona dose di ironia e di autoironia che ti aiuta a non eccedere mai. Sei una persona mobile e curiosa, ti interessi a parecchi argomenti e probabilmente ti piace molto la cultura, imparare, conoscere e scoprire. Per cultura però non bisogna intendere solo quella enciclopedica.
l'Ascendente regala una buona elasticità mentale al tuo segno, ti aiuta ad evitare testardaggine, a sveltire il carattere a volte troppo stabile del Leone. Una combinazione davvero eccellente quindi, che ti aiuterà a primeggiare nel campo che preferisci!
In amore sei passionale e deciso, sensuale e affascinante, e non disprezzi la varietà, prima di trovare la persona giusta che ti faccia dire: per sempre!
Sei piuttosto esigente, però, e anche se hai un carattere socievole e aperto, accomodante e gentile, non è facile piacerti.
Vuoi una persona gradevole, fisicamente e mentalmente, qualcuno sveglio, che sappia sempre tenere desto il tuo interesse, ma senza offuscare il tuo fascino e il tuo magnetismo! Un'impresa, che però riesce più spesso di quello che si potrebbe credere.
Nel lavoro sei un vincente: alla forza, tenacia, costanza e ambizione del Leone, abbini l'adattabilità, la capacità comunicativa e l'astuzia del Gemelli. Se vuoi raggiungere un obiettivo, si può essere certi che presto o tardi ce la farai!
Sei curioso e ti piace conoscere tutte le persone che hai intorno. Ami chiedere in giro, muoverti liberamente e non isolarti mai, sei irrequieto, veloce e mostri continuamente la tua impazienza anche non volendo.
Possiedi una intelligenza che può intimidire gli altri e la tua facilità di espressione ti è di aiuto la maggior parte delle volte.
La facilità con la quale ti esprimi ti permette di socializzare velocemente ma se hai da elargire qualche consiglio, nella maggior parte delle volte lo dimentichi.
Inizialmente puoi presentarti freddo con le persone che non conosci ed i segni d’acqua in particolar modo potrebbero sentirsi a disagio con te, ma poi, quando entrambi vi sciogliete, riuscite ad instaurare dei bellissimi rapporti di amicizia. Di te si apprezzano la simpatia e la vivida immaginazione.
Sai essere spumeggiante, loquace, pieno di energia e voglia di fare e combinare, qualche volta addirittura eccentrico, ma comunque sempre divertente. Ma ti sai adattare. Quando il caso lo richiede sai presentarti come un intellettuale, tranquillo nei modi e riservato.
Le tue osservazioni sono sempre argute e sei votato a scoprire un mondo tutto tuo attraverso l’analisi dell’ambiente che hai intorno. Il tuo spirito di osservazione è ben sviluppato e la tua mente è attiva e corre avanti. Hai sempre qualcosa di geniale e brillante da dire, tuttavia hai un problema. Sei poco attento e visto che la tua curiosità è grande ti lasci deviare facilmente.
Nelle relazioni sentimentali la prima cosa che cercate è l’indipendenza ma lasciate ampia libertà anche al vostro partner. Ti piacciono gli scambi di idee ma non sei aggressivo, cerchi solo di divertirti. >>
Per una volta, devo ammettere che queste stronzate di segno zodiacale e annesso ascendente, ci azzeccano in pieno...
La mia persona speciale.
Quando ero piccola, i miei genitori lavoravano tanto. Andavo alla scuola materna, ma non sempre era aperta e non sempre avevo voglia di andarci. Così mia madre mi portava da lei. La mia persona speciale.
Giusy, questo il suo nome. Fin da quando ho memoria lei ha sempre fatto parte della mia vita, in alcuni periodi più presente, in altri meno, ma c'è e c'è sempre stata. La mia dolce Giusy, che ho sempre considerato come una zia, come un'amica più grande con cui confidarmi. Ad oggi non so la sua età precisa né il giorno del suo compleanno, so solo che oggi l'ho vista dopo parecchio tempo e non è cambiata. È sempre lei, come se il tempo le fosse scivolato addosso senza scalfirla. Con i suoi capelli neri corvini, in mezzo ai quali fa capolino qualche bianco, i suoi occhi color cioccolato, tanto dolci. Forse ha solo qualche rughetta in più qua e là. E poi lei profuma sempre. Sa di buono, di casa, di fresco. Abbracciare lei significa sentire subito calore umano, significa sentirsi benvoluti.
Ricordo tantissime cose divertenti fatte con lei. Quando ero piccola abitava in un paesello minuscolo, in una casa molto grande, e aveva un gatto nero di nome Amelie. Quanti dispettini che le facevo, per esempio farmi rincorrere per tutta la casa. Facevamo spesso dei dolci insieme, ho un ricordo che custodisco gelosamente, della sua fantastica torta al cioccolato con i pinoli. Oppure quando abbiamo fatto le chiacchiere fritte in casa: non ho mai, mai più trovato nessun altro che le facesse così sottili, così buone! Poi io sono cresciuta e lei andata a vivere in un'altra casa, un pochino più lontano. E andavo lì a dormire ogni tanto, mi faceva sempre piacere stare con lei, mi sentivo come a casa.
Ora per via della distanza e delle circostanze non riusciamo a vederci moltissimo, ma sono stata felice oggi di aver passato del tempo con lei. La mia dolce Giusy, che da di pulito, di buono, di casa, di amore e di amicizia.
L’invisibile negli occhi dei bambini
Quando il bus è vuoto, di solito, faccio scegliere a mia figlia di due anni dove sederci, e quasi sempre sceglie di sedersi nei posti che hanno di fronte altri due posti, quelli adatti a quattro persone che si guardano. Ma sapete, al mattino le persone sul bus non hanno voglia di guardarsi in faccia, non hanno voglia neanche di prendere posto, anche perché la loro attenzione spesso è rivolta al 5.5″ dello smartphone. Credo che la maggior parte di loro sarebbe rimasto volentieri a dormire o a cazzeggiare in allegria nella grande city.
Quella mattina, sul bus linea 39 direzione LORETO M1 M2, che mia figlia nonostante non sappia leggere ormai riconosce anche da lontano, “mamma pumma! Notto pumma! Mamma tali!” (trad. mamma pullman, nostro pullman, mamma sali), saliamo come sempre e lei corre nei posti per quattro. Si accomoda accanto al finestrino, suo posto sacro e intoccabile dal quale scruta (e giudica, la signorina) ciò che vede al di fuori. Mamma tamm, mamma scute, mamma moto, ‘gnora sedetti (signora sederti, quando vede qualcuno in piedi).
Alla fermata “Via Console Flaminio - Via Saccardo” sale una mamma con un bambino, forse poco più grande della mia, e si siedono di fronte a noi. La mamma, occupata a curiosare la sua home di facebook, bofonchia al figlio qualcosa tipo “sta’ seduto bene”, senza alzare lo sguardo. Il bambino era già seduto bene. Fissa negli occhi, dritto negli occhi, mia figlia, la quale inizialmente era impegnata a contemplare i due tram fermi al capolinea di Viale Rimembranze di Lambrate (ha una passione smodata per essi), ma poi ha deciso di ricambiare lo sguardo di quel bambino. Si fissano per qualche secondo, poi su entrambi i volti spunta un lieve sorriso. Non un sorriso di quelli con i denti in vista, un sorriso appena visibile, e continuano a guardarsi. Passano diversi minuti, a causa del nuovo semaforo pedonale in Via Rodano siamo fermi. E loro continuano a guardarsi.
Mi sembra di vedere nei loro sguardi qualcosa. Sono piccoli, certo. Ma vedo che c’è una linea di comunicazione, qualcosa che loro si dicono senza parlarsi. Cosa si stiano dicendo, onestamente, non posso dirlo con assoluta certezza. I pensieri galoppano veloci come cavalli senza briglie, sulla spiaggia. Si raccontano qualcosa, e si capiscono, senza proferire parola, e per loro è tutto chiaro, semplice, senza segreti. Per quanto mi sforzi di capire, di vedere anche io, non posso. Non mi appartiene, vedo solo una mandria di cavalli liberi, che si lanciano nella pineta, con muti nitriti di felicità
Arriva il momento di scendere. Stazione Lambrate M2, ripetono i bambini facendo eco alla voce metallica dell’autobus. Ci prepariamo a scendere. “Saluta, Lala” le suggerisco sottovoce. Lei lo guarda, gli fa un sorriso dolce, e dice con una voce spaccacuore “ciao, bimbo, ciao. Treno” per informarlo che stavamo andando a prendere la metropolitana. Il piccolo ricambia con la mano. La mamma è ancora lì che guarda la home di facebook. Temo non si sia accorta della mandria di pensieri liberi che galoppavano vicino a noi, peccato.
“Mamma, in baccio” lamenta Lavinia, arrivate davanti alle scale. Spesso non ha voglia di farsi due rampe di scale e l’ascensore puzza troppo di urina per poterci entrare, così nonostante la schiena distrutta dall’allenamento il giorno precedente, la prendo in braccio e scendo le scale.
Appoggia la testa sulla mia spalla, e sento profumo di mare, di pineta, di cavalli al galoppo e pensieri che corrono liberi.
Ti spegnerai anche tu, vedrai.
È una frase che mi sento ripetere da diverso tempo, più o meno da quando ho iniziato a lavorare. Me la sono sentita dire in ufficio, in fabbrica, in magazzino, in officina, in carrozzeria, in Comune. Ovunque io vada, mi porto dietro una scia di frasi come:
"Eh cara, ero anche io così alla tua età. Poi ho messo i piedi per terra..." o anche "All'inizio anche io mi arrabbiavo per certe cose, poi ho capito che tanto anche se mi arrabbio non cambia niente e ho iniziato a fregarmene" fino alla più iconica, tipo "È bello che tu abbia questo fuoco, un po' è l'età eh, ma aspetta ancora qualche anno... Ti spegnerai anche tu, vedrai."
Non capivo. Non capivo cosa intendessero né tantomeno perché mi rivolgessero proprio quelle parole, e soprattutto tutti con la stessa espressione, quasi compassionevole, come quando si guarda un bambino piccolo fallire miseramente nell' imitare un adulto nei suoi movimenti. Non avevo intenzione di farmi scoraggiare perciò non ho mai dato più di tanto peso a quelle parole. In realtà avrei dovuto rifletterci di più, e farne anche tesoro.
<<Solo chi ha fatto la gavetta può fare questo lavoro nel migliore dei modi>> esordisce il mio capo, durante uno scambio di idee in ufficio. <<Quando sai veramente di cosa stai parlando, lo sai perché lo hai visto. Perché sei stato a fare i recuperi, gli obitori, in magazzino, a guidare il carro, a correre come un matto per i documenti, a fare file interminabili in cimitero, quando sai quasi a memoria il regolamento di polizia mortuaria e le regole del nostro comune, quando sai a menadito tutte le chiese, gli ospedali e i loro regolamenti... Allora sì, che puoi sederti alla scrivania e occuparti di una pratica.>> la nostra collega, con una storia lavorativa alle spalle come quella sopra descritta, annuisce. Mi lancia uno sguardo che già purtroppo conosco, un misto tra compassione e disprezzo. Annuisco anche io, ma ho un nodo alla gola. Lei prende la giacca e si apparta sul retro per fumare, così ne approfitto per fare una domanda, con un sorriso falsissimo: <<Bel discorso capo, ma ... Quando arriva il mio turno di fare la gavetta?>> Lui mi guarda, mi fa quel sorrisetto di pietà che già in passato avevo ricevuto, e risponde con una voce così fredda che quasi rabbrividisco: <<Quando sarai più presente, tesoro...>>
Mi si spezza il cuore. Come se con il solo freddo di questa frase mi avesse piantato un pezzo di ghiaccio in mezzo alla schiena. Abbasso lo sguardo, il mio sorriso già forzato svanisce del tutto. Non sono presente... Come è possibile? Non basta quello che faccio? Sono sempre reperibile, come ricevo una telefonata volo sul luogo indicato, e svolgo le mansioni che mi sono state affidate senza problemi visto che nessuno si è mai lamentato di me. Che altro devo fare per dimostrare che ci tengo al mio lavoro? Che altro devo fare per dimostrare che sto facendo tutto quello che mi è richiesto, e spesso anche molto di più di quello che dovrei, senza avanzare mai pretese? Che cosa devo fare per far capire quanto vorrei imparare tutto, "rubare" il lavoro a tutti, essere un jolly formato al 100%?
Sarà forse a causa del fatto che, avendo degli impegni con la bambina, capita di non essere fisicamente presente in ufficio? Forse. O forse no, forse semplicemente devo fare di più.
Poi arriva la sera. Sono sul divano con il mio uomo, la nostra bambina dorme già. Guardiamo una serie TV ma la mia testa è altrove, lui se ne accorge e parliamo di questo episodio. Vuoto il sacco, e piango. Piango perché sono arrabbiata, perché sono delusa. Un po' dal capo, che fuori dal lavoro non è altri che mio suocero, un po' da me stessa. Come ho potuto essere tanto sciocca da prendermela così a cuore? Perché ho creduto alle parole che mi sono state dette quando ho iniziato qui con la nuova mansione.
<<Hai un buon carattere, in fondo ci sai anche fare con la gente. Però per contro quando ti arrabbi o quando vedi che qualcosa non va ti trasformi in un piccolo sergente Hartman. Per questo penso che tu sia adatta a questo ruolo. Poi lo sai com'è, no? Quando il capo non c'è.... Perciò quando sarai presente alle operazioni, dovrai controllare che tutto vada per il verso giusto. Studiati anche a memoria il regolamento di polizia mortuaria, se vuoi. Se qualcosa andrà storto con te presente, ne risponderai tu ancora prima di tutti gli altri.>>
Ecco perché ci sono rimasta così male. Perché ero stata avvisata. Non mi devo fare illusioni, la mia possibilità di fare la "scalata" sembrava concreta ma di fatto non lo era. Arrabbiarmi per le ingiustizie e scorrettezze che vedevo giornalmente non giova a nessuno, in primis a me stessa, ma io non ce la faccio a stare zitta. Il mio senso di giustizia non vuole tacere, anche se gli altri mi suggeriscono di non dare ascolto alla coscienza. Il mio senso di professionalità e dedizione al mio lavoro non mi permette di ignorare gli errori e le negligenze, anche se gli altri mi suggeriscono di farmi gli affari miei e lasciar correre per il bene comune.
No, non accetterò mai queste condizioni. Voglio tenere duro, prendere in mano le sorti di questa partita, ribaltare le pedine e uscirne vittoriosa. Non so se sarà facile o meno, ma ci proverò, lotterò fino all'ultimo secondo per tenere vivo il fuoco che ho dentro.
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4th tattoo. The Deer is full of meaning. His horns die and grown every year, so it's a inner growth and innovation symbol. That's no sense to associate the horns or this animal with betrayal or betrayed person. He can seems fragile but is so strong and wild. Curiosity, beauty, and faithfulness: that's the Deer. You are my beloved Deer. @fastdaddy_31 <<After all this time?>> <<Always.>> #tattoo #getinked #4th #Deer #totemanimal #expectopatronus #love #watercolortattoo #ztattoomilano #lightblue #instapic #instanimals #instatattoo #instaink #instawatercolor #instalove #instalike #like4like
We can be mothers and workers at the same time. We don't need to stay at home just because we have children. With motherhood we acquire considerable skills and knowledge, which can be very useful even at work. It's true: we're tired. It is true: that when children fall ill, we may have to give up work to take care of our babies. We still are human, don't forget it. Yet I don't understand why a man who becomes a father does not have all these problems at work, and often not even in social life, as if we mothers had the precise duty (and destiny) of sacrificing ourselves to take care of everything and everyone. Someone may consider me a distorted mother, because I send my daughter to the nursery school 8 hours a day, to work. Well, working for me doesn't mean just bringing home the salary. Working is a formative and growing moment, it is an opportunity to have personal satisfactions and possibilities, which also affect happiness: to give up work means to renounce a space for myself, and I need it. My wish would be to see more women than with a smile, even if tired, go to work, proud of being mothers and workers, without being misjudged by other women and their own families, supported by the state and institutions. I fear that for many more years this will remain only a hope.
Non cercare la perfezione in te, negli altri o nel mondo: essere stressati fa male alla salute.
Wendy Ma'jen Osadia
Basta trovare scuse.
Basta illudersi.
Basta giustificazioni.
Basta piagnucolare, stare a guardare senza attivarsi davvero per risolvere il problema. È facile piangere, è facile fare le vittime. Molto più difficile, invece, è stringere i denti e non accontarsi, andare oltre, continuare a provare e provare fino ad ottenere un risultato soddisfacente.
Ho sempre odiato il mio corpo per i tanti problemi che mi da, ma soprattutto per la forma fisica. Ho sempre odiato il mio viso, le mie spalle, le cosce, i fianchi, perfino i gomiti mi sono antipatici. Mi sono sempre pianta addosso trovando delle scuse, delle giustificazioni, al mio odiarmi. Sono arrivata ad uscire di casa con le lacrime agli occhi per il disagio che provavo.
Ma adesso è ora di smetterla. Non posso, non voglio più sentirmi così, e ho deciso che andrò fino in fondo. Non per mio marito, non per mia figlia, non per chi mi guarda per strada, non per la prova costume, ma per me stessa.
Ho giurato a me stessa e non mi deluderò. Obiettivi semplici, chiari e umani: questa sarà la mia chiave del successo.
Io ce la posso fare.

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Foxy by Don McCabe