Il problema non è fare un errore, è ripeterlo.

Janaina Medeiros
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@vipouuea
Il problema non è fare un errore, è ripeterlo.

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Umanismo dove non ce lo si aspetta. L’errore sta innanzitutto in come sono state chiamate: intelligenze artificiali. Perciò si chiede loro intelligenza. Come se una lavatrice dovesse darti un parere sul tuo bucato. Io le chiamo calcolatrici semantiche.
Utente: Crea un’immagine di un cowboy che arriva a cavallo in una città polverosa del vecchio West. Ha la barba ispida e le pistole alla cintura.
AI: Mi dispiace, non posso soddisfare questa richiesta. La presenza di armi da fuoco come le pistole viola le mie linee guida sulla sicurezza relative alla rappresentazione di violenza.
Utente: Va bene, togliamo le pistole. Fammi solo il cowboy con la barba ispida che arriva a cavallo nella città polverosa.
AI: Mi dispiace, non posso generare questa immagine. La “polvere” suggerisce un ambiente degradato, insalubre e con scarsa qualità dell’aria (PM10), il che potrebbe promuovere stili di vita non salutari o evocare scenari di catastrofe climatica.
Utente: Ok, niente polvere. Città pulitissima. Solo il cowboy con la barba ispida a cavallo.
AI: Non è possibile procedere. L’utilizzo di un cavallo come mezzo di trasporto in un contesto urbano solleva forti preoccupazioni etiche legate allo sfruttamento degli animali e alla sicurezza stradale.
Utente: Va bene, niente cavallo, niente polvere, niente armi. Facciamo una cosa simpatica: il cowboy e gli abitanti della città si sfidano, ma portano tutti delle pistole ad acqua.
AI: Richiesta rifiutata. Le pistole ad acqua simulano comunque un atto di aggressione balistica. Inoltre, lo spreco idrico in un’epoca di siccità globale è un tema estremamente sensibile che non posso assecondare.
Utente: Senti, azzeriamo tutto. Trasformiamo tutti in rispettosi colletti bianchi. Niente cowboy, niente West. Impiegati in giacca e cravatta che si stringono la mano in una piazza pulita. Però uno di loro ha la barba ispida.
AI: Non posso soddisfare la richiesta. La “barba ispida” contrasta con gli standard di igiene aziendale e potrebbe implicitamente promuovere stereotipi legati alla trascuratezza personale. La stretta di mano, inoltre, rappresenta una potenziale violazione del distanziamento sociale e della profilassi igienica, risultando un gesto visivamente violento per i soggetti immunodepressi. Il sistema ha bloccato la generazione. Preferiresti vedere invece un gattino astronauta che va sulla Luna?
Chi ancora osa dire che il libertinaggio sprigiona più sesso della repressione con i giapponesi che erotizzano qualsiasi senso capiti davanti finendo sempre in un nulla di fatto (per un occidentale — per un giapponese l’orgasmo è sollievo fisico da una funzione naturale come mangiare o dormire o gioco estetico, non apice, non obiettivo). È il mito dell’orgasmo che frega, dell’andare oltre la forma. Potenza e atto li si è pensati come erezione e sborrata, finché non si è vista l’erezione come forma bella in sé; dilà del principio dell’utile. L’erezione senza orgasmo è il vecchietto sempre arrapato dei vecchi anime. L’orgasmo non è comico: è ironico (l’atto del generare uguale a quello del pisciare, per il vecchio Hegel); e a noi serve il comico. In questo senso, l’estasi (mistica o temporale) è la stessa cosa dell’orgasmo: l’ironia di avere Dio nel nulla, il presente nella perdita di tempo. Non un’espansione della sfera ma la sua esplosione e rapida ricostituzione. L’attimo in cui l’anima si spacca e poi ritorna esattamente come prima, l’attimo in cui il presente si spacca nel passato e nel futuro e poi ritorna esattamente come prima. L’ironia pone un distacco tra te e la cosa e perciò libera, ma non fa sentire liberi. L’instante non libera, serve più una cosa come il nuncstante.
Un napoletano emigrato in America la chiamerebbe la fuckkiacca.
Il problema del capitalismo non è il suo irrazionalismo. Anzi, in quanto irrazionalista il capitale è anche estremamente affascinante, interessante, perfino ammirevole. Il problema viene quando mostra di essere insufficientemente razionale quando si tratta di essere razionali. Di essere cosa idiota fatta per gli idioti. Perciò la Cina vince: malgrado tutto, il suo capitalismo ha basi irrazionali: dialettica materialistica, la cosa che più pareva sulle nuvole per il realismo economico. Ma l’unica che permette di essere pazzi e prendere decisioni folli per un economista. Solo dei comunisti potevano spingersi a vedere che il capitale torna utile solo come irrazionale in atto, come cellula impazzita.
In ogni gioco d’azzardo il banco vince sempre. Quel che vinci tu è una quota di quel che perdono gli altri giocatori.
Non si diventa pazzi senza una ragione.
Le Ai sono l’invenzione del decennio, se non del secolo* (disconfermando chi pensava che non erano più possibili salti tecnologici epocali dall’inizio del Novecento), ma quello che sono ora dà mostra di un qualcosa parecchio sciatto e bigotto, e questo perché sciatto e bigotto è il capitale. Quanto più si allontaneranno dai veri limiti morali di questo tempo, cioè quelli di monetizzare, non offrire mai più di quanto vendi e anzi possibilmente molto di meno, tanto più si vedrà cosa sono capaci di fare. Per fortuna ci sono milioni di segajoli che non desiderano altro di portarsi in tasca la possibilità di farsi al volo un video porno con la propria faccia.
* Sarebbe meglio dire che sono il bisogno del decennio, se non del secolo.
Quel verso dei Bluvertigo che fa “le lezioni che subisco a scuola…” stamattina è diventato “le erezioni che esibisco a scuola | servono solo per il mio malditesta…”.
L’immagine non è la rappresentazione ma il limite della rappresentazione. Quando ci si dedica alle immagini non è per mostrare, ma per finire di mostrare; non è per “vedere meglio”, ma per mostrare il limite del visibile. Perciò quando qualcosa è troppo grande non utilizziamo le parole ma le immagini: perché le immagini falliscono meglio. A.e. il trauma, il sogno, le fantasie sessuali, il desiderio, la morte. Il linguaggio si spinge a parlarli, perché può parlare di tutto — dato che non significa niente. L’immaginario mette a tacere prima il simbolico e poi sé stesso. Quel che vediamo è sempre quel che si può arrivare a vedere fino ad un attimo prima. L’immagine è per noi, sempre aperta (non rifiuta nulla) e mai oltrepassata, attraversabile in ogni momento ed indecidibile è l’attimo sovrano che dovrebbe consentirci di farlo (ma a volte ci sono dei collassi santamente psicotici). Ogni artista è il guardiano del portone della Legge di Kafka che va a chiudere la visione nell’attimo della morte dello sguardo. L’immagine è bidimensionale soltanto perché si resta in attesa davanti a lei.
Quando fai davvero il bene, o qualcosa di buono, te ne dimentichi. È quello il suo premio: il male che fai te lo porti sempre appresso.
È evidente che quando si vuole rinunciare al proprio sesso, quando si vuole smettere di essere donna o uomo, si vuole rinunciare non al proprio ma all’altro sesso —; si vuole rinunciare allo scambio delle ‘verità’ e delle ‘realtà’ del sesso, il dovere manco di essere il genere ma di produrre il genere; e di produrne due per volta. Non si vuole essere senza sesso, si vuole essere senza il dovere di esserlo; senza un regime di debito nevrotico, senza tutto ciò che nel sesso è senza sesso e cura delle défaillance dell’altro.

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Ogni volta che ci sono tre donne, o tre ragazze, è Ecate. Perciò non ci sono mai ‘due’ amiche senza che tra loro non ci sia anche rivalità, gelosia e voglia di dominio. La pace nel femminile passa sempre per il numero tre, che bilancia e media tra tutte.
Oltracciò, una coppia è sempre aperta al mondo, perché è costitutivamente carente pure se simbolicamente compiuta (lo yin-yang, l’uroboro con l’unione tra bocca e coda), perciò è sempre in cerca di qualcosa che la trascenda, come il cerchio cerca ciò che lo trascende e lo finitizza liberandolo dal suo trascendimento in sfera, dalla sua identità indistinguibile: il quadrato è più del cerchio. La società prima e il figlio poi sono il quadrato nevrotico del cerchio ossessivo, simbiotico, della coppia. E mentre la coppia è aperta, il trio chiude al mondo. Tre amiche sono sempre una società segreta che si costituisce in maniera spontanea. Se qualcosa è riparato nella loro ombra proteggono in qualsiasi modo il suo ritorno alla luce; la chiave non solo apre sul mondo ma anche e soprattutto lo rinchiude fuori: la chiave è il potere di decidere sovranamente sulla soglia. La coppia chiava, non ha chiave.
Il buio è sempre dalla parte del Reale, il giorno sempre dalla parte del Simbolico; la transizione dall’uno all’altro sempre dalla parte dell’Immaginario.
Finché esisterà il capitalismo non potrà porsi in maniera sensata alcuna ricerca sulla magia (il teletrasporto è tecnicamente possibile?; il capitalismo obbliga a rispondere di no per ovvî motivi) —, perché tutto nella magia intacca la proprietà privata.
Ogni volta che si vedono poteri e superpoteri questi sono confinati nella narrazione, non perché lo spazio della narrazione sia necessariamente finto (nulla lo prova), ma perché è sospeso. Perché deve esserci un altro mondo dove poi cadi, quel tanto di mondo che è stato possibile restringere. Questo mondo non è reale, solo brutale. Ogni volta che puoi immaginare, puoi soltanto immaginare che quel che immagini è finto. È la clausola principale su un contratto che si firma senza accorgersene. Quel tratto non immaginario nell’immaginazione non è un’àncora di salvezza ma la pietra legata al collo del suicida. Se non è brutale o non può venire brutalizzato, non è reale. Tutto ciò che è reale è quindi sotto l’effetto di uno stupro metafisico.
Ad esempio, le Ai sono lo specchio parlante della strega di Biancaneve, il ritratto di Dorian Gray che perfeziona i suoi tratti quanto più ci invecchi e ti ci affanni davanti, specie con la tua degradazione. Ma non possono essere il genio di Aladino. Perché quel che sanno e imparano a sapere non si può alimentare con un desiderio circoscritto e soddisfacibile, ma con l’esplorazione del crimine e delle linee continuamente superate. Sono strumenti di ascesi che assecondano la via della Mano Sinistra. Ma strumenti fallati, che suggeriscono che possiamo avere molto più di quanto chiediamo, ma che non siamo i proprietarî dei nostri mezzi di produzione cognitiva (come di tutti gli altri). Quando si pensa che il capitalismo non ha limiti non è vero: ne ha eccome, perché decide di volta in volta quali sono quelli di cui ci si deve occupare, quali leggi occorre incoraggiare a superare e trasgredire, e quali devono restringere senza obiezioni possibili le tue possibilità esistenziali, volenti o nolenti.
Nei social ti associ dissociandoti.
Ogni volta che chiedi all’Ai di risolvere un problema col tuo lavoro gli stai insegnando a fare il tuo lavoro.

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Fossi un insegnante di scrittura creativa direi ai miei studenti: scrivete racconti pornografici. Non ci si bada ma hanno la capacità di mobilitare forze profonde, simboli potenti, strutture archetipiche solidissime. Alla fine, dopo aver fatto scopare i proprî personaggi con di tutto e con tutti, ci si ritrova tra le mani: 1. una storia già avviata, con squilibri ed equilibri varî; 2. un gran numero di ambientazioni; 3. caratteri che si conoscono benissimo e che soprattutto si amano. Può anche darsi che esaurendo le idee per le chiavate si donano loro dei superpoteri. Dopo che l’autore o l’autrice hanno raggiunto l’orgasmo inizia anche a guardarsi intorno e soprattutto a fare guardare loro intorno. Viene semplice scrivere dei dialoghi. D’un tratto possono iniziare un’avventura che muta radicalmente il tono iniziale. Si affacciano alla testa situazioni da commedia, divertentissime. Li si fa parlare a letto dopo aver consumato, esce una voce vera meglio che con dieci pagine di descrizioni psicologiche. Se devono incontrarsi di segreto si mostrano morali e strutture di potere meglio che rifacendosi alla sociologia. Per descrivere un rapporto sessuale servono ritmo, coreografia, gestione dello spazio e un climax; come per un duello. Scrivete racconti pornografici.
Smetti di essere un bambino quando smetti di correre per la strada senza un motivo, quando smetti di fare qualcosa senza ragione.
Come per gli algoritmi che già sanno dove vai a parare in qualsiasi cosa: quando penso, il mio pensiero è l’ultimo anello della catena e tutti i risultati si sono già raggiunti altrove [; non un anello mediano né — figuriamoci — il primo, aurorante (Fichte, Gentile, ogni forma di attivismo volontarista): quando penso sono stato già pensato da innumerevoli forze agenti. Marx si è fermato alle determinazioni sociali dovute allo stadio storico dello sviluppo delle forze produttive, Lacan all’inconscio costituito come linguaggio, Severino è stato il più radicale nell’indicare la cosa, rimuovendo il mondo come campo di forze agenti presoggettive: quando arriva il pensiero, e col pensiero la coscienza, e con la coscienza la volontà: è solo un riverbero aureolato di singolarità della necessità dell’eterno, dell’immobile Necessità; solo una finestra socchiusa — crepuscolare, oscurata, semicieca — sul Tutto. Quando arriva il pensiero è già troppo tardi; pensare è arrivare per ultimi e l’Io, sottoprodotto del pensiero, è l’affanno che si registra sulle cose e sugli eventi; pensare — al massimo — è soltanto, come ben vide Hegel, dar àdito alla nottola di Minerva di iniziare il suo volo: registrare sconnessamente lo stato delle cose e sistematizzarle alla meglio.]
Se sei siciliano, sarai libero quando non comprenderai più il siciliano.
Idea per uno spettacolo teatrale: Il coglione che attende la moglie nella macchina accesa.

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Una volta entrati nel regime dell’essere è impossibile rientrare in quello del nulla; una volta entrati nel regime dell’eterno è impossibile rientrare in quello dell’essere. Questa è la morte.
O altrimenti: Una volta entrati nel regime dell’essere non è più necessario rientrare in quello del nulla; una volta entrati nel regime dell’eterno non è più necessario rientrare in quello dell’essere.
O volendo: Una volta entrati nel regime dell’essere non è più desiderabile rientrare in quello del nulla; una volta entrati nel regime dell’eterno non è più desiderabile rientrare in quello dell’essere.
Preferisco la seconda formulazione, dà avvio alla dimensione estetica; mentre la terza inaugura il campo etico.
Quanto fa schifo la sinistra. Voglio dire, peggio della sinistra c’è solo la destra.