La bilancia della memoria
È un giovane ventenne il Nino che inizia la sua veglia sulla piazza Caracciolo, uno sguardo che ha tenuto e continua a riservare per il mercato da quasi 57 anni. Quando qualcuno chiede di raccontargli un po’ di sè, lui parla della Vucciria.
Anche la sua vita insieme a quella di tanti altri si fonde con l’anima delle balate. Ma durante questo mezzo secolo passato qui, tra il profumo di pane, sarde e baccalà, Nino ha dimenticato tutte le lodi da tessere nei confronti di questa città.
Le sue memorie si scontrano di continuo con la realtà che egli oggi si costringe a vedere: quando pensa al passato con gli occhi gonfi di orgoglio, ricorda a tutti che il nostro popolo siciliano è stato tra i primi ad avere un governo al mondo, a far ordine nel caos, ad avere delle strade transitabili e delle menti brillanti che sapevano sfruttare al meglio questa terra dorata da coltivare e divorarne i frutti, non farli marcire. Le labbra di Nino sono quelle di un giudice, cosparse di un amaro invisibile che pronunciano colpe per tutti, perché la causa del declino del quartiere non si deve ricercare solo nella crisi ma nel disturbo del gambero, quello di cui sono affetti i siciliani.
Ha visto la Vucciria svuotarsi piano piano, un declino lento dal 1968. Non si è mai mosso dal suo angolo, accanto all’ex salumeria Censuales, un lembo di balate riservato e strategico: da quel punto si riesce a vedere tutta la piazza, la discesa dei Maccheronai, via Pannieri e la via dei Frangiai. È un altare dorato quello che espone Nino ogni giorno, tre piani assemblati con lastre di granito rosa porrino, marmo bianco e barattoli dorati che brillano di olio e di pesce essiccato.
La bilancia che troneggia sull’altare ha i piatti squilibrati: quello più pesante porta sopra il peso della memoria della Vucciria. Sull’altro piatto invece la scellerata leggerezza che ne ha causato la rovina.
















