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Ho visto i miei sogni finire, gli incubi diventà veri, quando ho scelto questo gioco ho messo i guanti neri.
Noyz Narcos (via iononsonnessuno)
Giacomo Leopardi. Il fiore come canto del nulla | 2016 © Lapo Lani Il 18 luglio del 1821, Leopardi scrive nei “Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura” [1]: «Il principio delle cose, e Dio stesso, è il nulla». Scrive questa frase perché è convinto che «nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere, o non essere in quel tal modo». Il principio di tutte le cose è il nulla, «tutto è nulla, solido nulla». Credere che le cose siano niente, significa credere che ciò che appare esistente sia niente. Questo pensiero – fondamento del nichilismo, l’essenza della modernità – segna il confine più estremo mai raggiunto dalla filosofia dell’Occidente. Leopardi apre la strada che verrà percorsa dalla cultura contemporanea nell’ultimo atto dell’età della tecnica. La scienza e la tecnica sono i due maggiori interpreti di questo orizzonte, in cui il divenire è un processo che esclude la relazione tra le cause e gli effetti degli accadimenti: ogni cosa nasce dal nulla e ritorna nel nulla. La tecnica ha come scopo l’incremento indefinito degli scopi, senza poterli prevedere né conoscere; la scienza procede con metodi statistici, probabilistici, considerando presunto e ipotetico l’evento che accadrà. In ambedue i casi si opera all’interno del concetto di soggettività, profondamente radicato nel pensiero moderno: il “sistema” [2] delle cose che noi conosciamo è la loro relazione, il loro co-esistere. Questa convinzione ha sostituito quella per cui il sistema delle cose che noi conosciamo è epistème [3], ovvero lo scenario in cui è possibile giudicare e conoscere le cose al di là del puro fatto reale. L’epistème è la conoscenza “vera” di ciò che sta sopra l’accadimento dei fatti. Per un lungo periodo l’oggetto dell’epistème si è chiamato Dio: quell’Essere immutabile ed eterno che comprende e giustifica il divenire. Leopardi oltrepassa radicalmente il concetto di epistème, riuscendo a dire che le cose sono nulla, poiché escono dal nulla per poi ritornarvi. Così, seguendo lo stesso ragionamento, anche Dio è nulla. Leopardi pensa che l’infelicità dell’uomo derivi dalla consapevolezza che tutte le cose sono niente – «da che abbiamo conosciuto il vòto delle cose e le illusioni e il niente» –, così come è niente la felicità stessa. Il poeta scrive [1]: «L’orrore e il timore che l’uomo ha, per una parte, del nulla, per l’altra, dell’eterno, si manifesta da per tutto, e quel mai più non si può udire senza un certo senso». I primi pensatori greci avevano una diversa visione del mondo: il Tutto è un circolo di produzione e distruzione, composto di punti eterogenei. Il circolo incomincia da un punto privilegiato, verso cui tendono e ritornano tutti gli altri punti. Questo movimento viene eseguito “secondo necessità” [4] (come dicono Eraclito, Anassimandro e Parmenide). Il punto privilegiato del circolo si chiama arché (in greco ἀρχή, che significa “principio”, “origine”), il principio di tutte le cose che compongono il mondo – la phýsis. L’arché è il modello rispetto al quale tutto si genera e tutto si annulla. Quindi il principio delle cose non è il nulla come pensa Leopardi, ma è la dimensione in cui esse esistono all’origine. A provenire dal nulla e a ritornarvi è la singolarità, la specificità delle cose, non la loro essenza. La conoscenza dell’arché consente di comprendere le cose indipendentemente dalla loro manifestazione reale. Qui si intravede il pensiero platonico, uno dei fondamenti della filosofia tradizionale dell'Occidente. Leopardi si allontana dalla dottrina di Platone, sostenendo che la materia che compone le cose è preesistente ad esse ed è eterna. Le cose non trovano né voce né vita nella materia, che è «silenzio nudo» e «quiete altissima». Le forze della materia che creano la voce e la vita delle cose hanno un nome: nulla. Tali forze non agiscono attraverso un modello generatore preesistente – arché o il mondo delle idee platonico. Quindi le cose sono prodotte delle forze della materia, ma il principio della loro singolarità è il nulla. Il 10 dicembre del 1821, Leopardi scrive sul concetto di infinito: «La cagione di questi sentimenti è quell’infinito che contiene in se stesso l’idea di una cosa terminata, cioè al di là di cui non v’è più nulla; di una cosa terminata per sempre e che non tornerà mai più». La sensazione di aver oltrepassato il confine delimitato dall’epistème – entro cui il divenire è previsto e contenuto – fa emergere in Leopardi il doloroso senso di infinito: l’inesorabile infelicità, inscritta in un orizzonte eterno, che viene causata dalla conoscenza del nulla e della vanità di tutte le cose. «Qui su l’arida schiena del formidabil monte sterminator Vesevo, la qual null’altro allegra arbor né fiore, tuoi cespi solitari intorno spargi, odorata ginestra, contenta dei deserti. …» [5] Il fiore della ginestra nasce nelle pendici del Vesuvio, il monte che provvederà a distruggerlo. Tutto viene dal nulla e qui ritorna. Rimane solo il tempo di godere l’odore sparso dai cespugli solitari, unica consolazione prima dell’inevitabile annullamento. Il Vesuvio è la forza della natura che tutto annienta; l’odore della ginestra è il canto del genio, conforto all’infelicità degli uomini. La ginestra è contenta del deserto perché è di questo che canta, di ciò che è sentito come origine dell’annullamento. Il fiore, che mai aveva trovato una collocazione così nitida nell’arte italiana, è il canto del genio che vive i tempi della modernità, i tempi in cui Dio e ogni forma di epistème sono morti. Un canto le cui note addolciscono l’angoscia (la paura del nulla), l’inquietudine (la paura dell’imprevedibile) e l’infelicità (la consapevolezza che tutto è nulla); le passioni che nascono di fronte all’oblio del divenire, processo sterminatore e formidabile [6]. Lapo Lani Dicembre 2016 “Il fiore come canto del nulla”: i due disegni sono stati realizzati con inchiostro nero giapponese su carta bianca, e successivamente elaborati con processi digitali. Dimensioni (ciascuno): circa cm 30x21. _______________ Note: [1] “Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura”, altrimenti conosciuto come “Zibaldone” o “Zibaldone di pensieri”, scritto tra il 1817 e il 1832. [2] La parola deriva dal greco ed è composta dalla preposizione sýn- (“con”, “insieme”) e dal verbo histemi (“stare”); quindi “stare insieme”. [3] La parola Epistème deriva dal greco (ἐπιστήμη) ed è composta dalla preposizione epì- (“su”) e dal verbo histemi (“stare”); quindi “stare sopra”. L'epistème designa la conoscenza certa e incontrovertibile delle cause e degli effetti del divenire, ovvero quel sapere che intende porsi “al di sopra” di ogni possibilità di dubbio attorno alle ragioni degli accadimenti. [4] Nella Grecia antica il principio di necessità – col significato di “forza”, “costrizione” – deriva dalla parola ἀνάγκη (ananke). Ananke (Ἀνάγκη) è anche la dea che rappresenta la personificazione o la potenza del destino, della necessità inalterabile. Nella filosofia presocratica questo concetto costituisce la legge generale che regola l’universo. Anassimandro attribuisce al principio di necessità la forma dell'eterno ciclo di tutte le cose. Per Eraclito è la legge eternamente costante che determina il processo dell'universo, legge alla quale l'uomo si deve adeguare sia perché è il meglio che possa fare, sia perché non potrebbe fare diversamente. Parmenide vede nella mitica figura della dea Ananke la suprema legge cosmica, la quale definisce l'essere in contrapposizione al non essere. [5] “La ginestra o il fiore del deserto”, canto scritto da Leopardi nel 1836 a Torre del Greco, in una villa sulle pendici del Vesuvio. [6] “Formidabile”, dalla parola latina “formidabilis”, ovvero “che fa paura”, “spaventoso”, “terribile”.
NICHILISMO Corrente filosofica che pone l'accento sulla nullità di tutti i valori
Dizionario italiano
Voi che per li occhi mi passate ‘l core e destate la mente che dormia, guardate a l'angosciosa vita mia, che sospirando la distrugge Amore. È vèn tagliando di sì gran valore, che’ deboletti spiriti van via: riman figura sol en segnoria e voce alquanta, che parla dolore. Questa vertù d'amor che m'ha disfatto da’ vostr'occhi gentil'presta si mosse: un dardo mi gettò dentro dal fianco. Si giunse ritto ‘l colpo al primo tratto, che l'anima tremando si riscosse veggendo morto ‘l cor nel lato manco.
Cit. “Voi che per li occhi mi passaste ‘l core” (Guido Cavalcanti)

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Che dolce periodo del cazzo Non so perchè ma ormai non ho più tempo per fare nulla. E se già prima mi sembrava poco, ora lo è ancora di più Non ho più tempo per studiare, svegliarmi, respirare, fare i compiti, addormentarmi. Non ho più tempo per fare nulla, e non capisco proprio dove questo tempo vada a finire. Un grande vaffanculo
Salvami dal nulla che sto diventando.
Evanescence (via maledettadaunangelo)
Un giorno qualcuno mi spiegherà perchè un giorno stai bene (che poi, non è star bene ma semplicemente è non star male) e due o tre giorni dopo lo schifo torna ad invadere la tua vita, torna a colmare ogni momento della tua giornata, e il tuo cuore, assieme alla tua mente, marcisce lentamente
La vita