una notte insonne a gestire attacchi di panico, col desiderio di far finire tutto, a ripetermi quanto ero felice l'anno scorso.

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una notte insonne a gestire attacchi di panico, col desiderio di far finire tutto, a ripetermi quanto ero felice l'anno scorso.

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l’élite del femminismo giornalistico-zine-letterario indie fa emergere ciclicamente l’amic* o l’amic* dell’amic* e mi fa sentire molto molto sola, senza appigli, senza possibilità, ferma.
Oggi piangevo mentre scrivevo alle mie migliori amiche che dopo aver studiato per anni sono a un punto morto in cui non vedo nessuna possibilità per me. Piangevo mentre una di loro mi diceva ‘se serve a tirarti fuori da lì vai pure a pulire cessi’, perché io non ho intenzione di pulire cessi. Nessuno ha intenzione di pulire cessi, se non glielo chiede la necessità più cruda. Non mi manca il cibo dalla bocca, mi manca una ragione per svegliarmi al mattino. Il giorno in cui andrò a pulire cessi significherà che mi sarò arresa e che non piangerò neanche più.
Il 20 luglio 2001 ero una bambina di quasi nove anni con un nuovo fratellino da qualche mese. Oltre alle piccole ovvie memorie di lui, di quell’anno ho un ricordo distorto di me che guardo alla TV il crollo delle Torri. Il 20 luglio 2001 ero una bambina giustamente ignara che da qualche parte nella mia stessa nazione la Democrazia moriva, come scrissero in molti. Ho appreso molto tardi il punto di rottura, cosa successe quel giorno, chi fosse Carlo Giuliani, cosa gli fecero. Nel momento in cui appresi ricordo mi sembrarono quasi eccessivi quelli che scrissero “il 20 luglio 2001 la Democrazia è morta”. Guardavo alla mia generazione venuta su sommersa dai mezzi di comunicazione e da immagini di ribellioni e disastri sociopolitici un giorno sì e l’altro pure che leggere di quella vicenda, come andarono le cose, cosa fece lo stato non mi turbò più di tanto. Avevo già visto quelle cose, in che senso la Democrazia moriva quel giorno lì? E tutte le altre volte, allora? Oggi, da un po’, vedo negli occhi e leggo nelle parole di chi ha vissuto personalmente e generazionalmente quel momento, tutto il trauma possibile. Oggi, da un po’, comprendo quello che videro loro: il punto di rottura. Per la mia generazione, immagini di questo tipo sono diventate la normalità: ci hanno resi emozionalmente asettici. Per loro invece fu un macigno dal cielo, pesante quanto il peggior tradimento: non si sono mai ripresi, e un giorno tempo fa ho capito perché. Evito sempre le maiuscole quando scrivo la parola stato. Oggi, da un po’, dico anch’io “Carlo Vive”.