Quando segnavo le canzoni per i tuoi viaggi.
Quando venivo a trovarti a casa.
Quando osservavo le tue cose.
Quando mi dicevi “ci sono”.
Quante vite fa.

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Quando segnavo le canzoni per i tuoi viaggi.
Quando venivo a trovarti a casa.
Quando osservavo le tue cose.
Quando mi dicevi “ci sono”.
Quante vite fa.

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Per sopravvivere, abbiamo bisogno di una vita segreta.
Pensieri a traffico limitato.
Vorrei irrompere nei tuoi schemi, scomporli e lasciarli sparpagliati.
Vorrei dirti che la mia stanza non è più la stessa.
Che adesso c’è una lampada a forma di palloncino con una luce così rossa da ricordarmi i tuoi capelli.
Vorrei mangiare con te il dolce della pace per riconciliare tutti i nostri demoni che ancora fanno la lotta.
Ti difendo perché non farlo vorrebbe dire rinnegarti.
Il tuo silenzio è la canzone più lunga che io mai abbia ascoltato.
Il tuo sguardo oscilla tra la ribellione e la rassegnazione. In fondo un po’ ci speri ancora, di svegliarti e sentire che sei tutta intera. Che le parti mancanti in realtà erano uno stupido gioco della memoria, finito male perché la tua dote più grande è proprio quella di ricordare. Nomi, targhe, sigle, post-it, titoli. Li accantoni ma non li perdi. Li scosti ma non te ne liberi. E quando meno te lo aspetti, ti ritornano conficcati nelle tempie come una pallottola.

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Hai la capacità di silenziarti. Ti vesti di parole ma ti svesti di sentimenti. Ceni e pranzi cultura universitaria fingendo che non ti sia rimasta sullo stomaco. Tingi ancora i capelli con lo stesso colore e li detesti quando sei costretta a legarli. Sogni di costruire ponti perché speri che un giorno possano collegare ciò che tu non riesci ad unire. Mastichi idee e scruti paesaggi. Ma solo per constatare che il mare lo trovi sempre nello stesso punto e che in tutta questa merda, resta l’unica cosa che ti fa sentire completa. La tua voce non la ricordo ma se dovessi descriverti, partirei dal modo in cui guardi la sigaretta quando l’aspriri per poi arrivare al modo in cui ti sei dissolta. Il tuo civico è lo stesso. È lo stesso anche il tuo letto.
Mi suona ancora in mente la tua risata.
A furia di nominare il dovere, abbiamo perso gli svaghi. Uno però, mi è rimasto ancora.
Le canzoni le intono esattamente nello stesso posto in cui sono vissuta. Di sera, a voce bassa, per non svegliare la città, con lo sguardo rivolto al soffitto. La chitarra, si lascia coprire dalla voglia di urlare la mia stanchezza per poi restarmi accanto come quando si finisce di fare l’amore con un braccio rivolto più fuori dell’ intero corpo e con la gratitudine di chi, per un momento, si è sentito veramente bene.
Facciamo che rimango ancora un po’ ad immaginare tutto questo e che poi, con il sorriso di chi ne ha viste tante, ritorno a suonare.
#5
Questa corsa ai trent’anni per poi desiderare di tornare ventenne. I giorni tutti uguali e i desideri più grandi. Oggi voglio starmene così, come un gatto nero che guarda la pioggia dalla finestra.
#4.
Quel discorso delle isole, era una bella storia. A tratti bizzarra, a tratti poetica. Però mi piaceva ascoltarti quando ne parlavi. Non credevo che facessi sul serio. Adesso invece, posso confermarlo.
Ho perso l’accesso e tu non credi che io possa meritarlo. Tutto molto coerente. Non ho portato nulla con me. Hai ancora tutto in custodia nella parte più alta di te.
Tu mi ricordi Nisida.
#3.
Ho da dire al mondo un paio di verità. Lo faccio da sobria che forse non mi volta le spalle. Il libro che leggevo è fermo alla stessa pagina. Un giorno lo dimenticherò in treno. Che poi neanche ci vado, in treno.
Però, quel giorno, l’ho fatto. E ci sono voluti anni per dimenticarlo. E c’è voluto un secondo per ricordarlo. Se ti giri intorno e magari ti vien voglia di chiamarmi, lo completi tu il mio libro. Che ho sempre lasciato le cose a metà. Come i discorsi e il tè, che alla fine mi si fredda sempre. Però in stazione ci vengo. Tanto lo so che un po’ mi presti gli occhi. E aspetti per me. E fingi per me. E piangi per me.
#2.

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Ho spazzato intorno al cuore.
Di lato, più a destra, un sentiero mi ricorda la strada di casa. Da quelle parti ci sono due grandi cespugli floreali dove si respira forte ed involontariamente. Dicono che non si può dimenticare di farlo perché poi ci si priva della vita. Allora di tanto in tanto, per non cadere nella noia prendo un sasso e lo piazzo più giù, nel retrovia. Che poi ha tutt’altro nome, ma a me piace chiamarlo così perché la zona, in penombra, ricorda un territorio di combattimento. Un luogo, dove quando piove forte ed incessantemente ci si può sentire logorare. Qui, ai più forti sale la fame, ai più deboli passa. Gli insicuri, invece, si alternano. Ancora non ho inteso la mia collocazione, però quando si sentono i tuoni provo a fare un gioco. Non sempre riesce, ma nella piazza principale, situata su, a nord della vista, raccontano da secoli che ci siano i comandi. Se li sai usare bene, puoi assaggiare una porzione di felicità, ma se li blocchi, puoi provare una sensazione che anche se non ti appartiene, risulta spiacevole fino ad aspirarti il sonno. La postazione pare sia la stessa, cambia solo il controllo. Il mio gioco è semplice, per farlo occorrono un paio di occhi e due mani. I primi mi insegnano ad osservare e ad apprezzare. I secondi a destreggiare il rischio.
#1.
Ho da imparare dal mondo ad accettare le nebbie i tuoi colori pastello a saper fare ancora una volta lo stesso movimento di ieri e farlo domani e il giorno seguente. Ho da imparare dal mondo a ruotare a mostrare ora questa faccia ora quella, ma che siano tutte quel vero quell’essere della montagna antica. Ho da imparare tante cose dal mondo. Come stare dentro quando vuoi esser fuori come rimanere in struttura di ferro e bulloni per anni anni prima di uscirne in volo. Come tenere un piccolo dito fermo nell’aria a indicare la strada. Ho da imparare a soppesare l’amore a farlo meno istinto più bassa marea più calmo vento brezza fresca. Tutto questo e altro tanto tanto di altro quasi tutto non so: mi siedo al banco imparo forte.
[Alma Spina / da “Rovi”]
Forse ho sperato che quel non pensare durasse a lungo e che camminare fosse l’unico modo in grado di portarmi fuori o verso, comunque dove non ero mai arrivata.
Mi sento ancora in grado di fare ed è talmente tanto e vasto quello che non conosco che se almeno una piccola parte mi sapesse forse mi sentirei meno sconosciuta.
Così mi manca la vita che non ho ancora .
Trattengo il fiato in questo mare di parole.
Non sei invitato a questo prossimo mio errore.
Trattengo il fiato apposta per non far rumore,
e mi concedo a un altro rischio da affrontare.
“Nostos”, “aloos”
“Ritorno al dolore”.
Se dovessi darti una qualche forma,
mia cara nostalgia,
sarebbe la stessa che hanno i miei pensieri.
Astratti, notturni, silenti.
Sei ritorno.
Sei dolore.
Solo grazie a te la sospensione diviene inchiostro.
Non avvisi, non rispondi, non escludi.
Non ti ho mai rinnegata.

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Sei il mio punto di non ritorno.
-219-
Immergi il tuo equilibrio precario in un calice di vino.
I segni che hai nello stomaco,
li hai riversati con gli occhi.
Lo hai fatto dinanzi a chi ti ha vista senza vesti.
Lo hai fatto perché gli spazi che hai iniziato ad occupare sono divenuti stretti.
Ingoi i silenzi che ti porti addosso provando a regalare sorrisi.
Le vite si scontrano con altre vite, ma nessuno si accosta.
Il mio calice è vuoto.
Con me non hai bisogno di riversare , né di ingoiare, né di fingere.
Ti ho spogliata senza scostare nulla.