All’arrivo del quintino, Agatha si troverà nientemeno che fra le braccia dello spaventapasseri, abbarbicata al palo che sorregge una grossa zucca messa in bilico, a mo’ di testa. «Addio, mio amato…» dà le spalle al castello, primo errore madornale di qualsiasi figura di merda «…la ghigliottina ci aspetta» flebile, a tratti udibile. Del resto il pathos è palpabile, così come la tragicità di un quadretto estremamente imbarazzante, potenzialmente mortale «che questa sia la nostra ultima danza».
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«Che cazzo stavi facendo?» scaricatore di porto di professione, tuttavia le sue parole non recano più traccia di giudizio, ma solo una nota di stranita curiosità .
«Che palle Tristran!» strillacchia, poi serra gli occhi e tira fuori, velocissimo e senza respirare «stavo provando la mia tragedia ecco cosa stavo facendo» mica c’è scritto da qualche parte che il candidato al premio miglior attore protagonista ce l’ha davanti. E che non è lo spaventapasseri. «Solo che in questa fogna magica non ci sono maghi abbastanza belli per impersonare Quatrius. Tanto vale limonare con una zucca»Â
«Tu sei uno stalliere, Quartius. Hai una tresca con la principessa del castello McDusty, e per fartela breve finirete ammazzati entrambi» buchi di trama colossali, ma tant’è. «All’alba il boia affetterà il collo a entrambi… ma prima di allora, passerete un’ultima notte insieme» a riprova che Agatha è davvero troppo piccola: «probabilmente a ballare e a limonare». Batte le mani due volte, poi. Non per applaudire a se stessa, ma per dare al quintino il segnale d’iniziare con la sua improvvisazione.
«… cosa. Scusa, ma perché muore pure lei? Di solito tagliano il collo al Babbano… quando è fortunato» aggiunge a parte, spostando il peso del corpo da un piede all`altro quasi fosse improvvisamente a disagio. «Vabè» gli cascano le spalle per la rassegnazione, ma nei passi che ci impiega a raggiungerla fa in modo di ritrovare il buonumore «E facciamoci `sta ultima danza…» acconsente ironico, prima di cercare di posare le mani intorno alla vita di Agatha e di avvicinarla a sé. «Principessa!» un po` gli viene da ridere, va detto «L`ultimo abbraccio, prima di quello mortale» recita, ironicamente melodrammatico, prima di chinare la testa in favore di un orecchio della Serpeverde. «Quando verrà il boia me ne occuperò io, tu pensa solo a metterti in salvo» lui, in barba alla tragedia, un po` ci prova a immettere in quelle parole un briciolo di speranza. E di eroismo tutto Grifondoro.
Il cuore fa una capriola, gli occhi castani si strabuzzano: «a-aye?» Farfuglia, poi reagisce con il solito broncio imbarazzato. «Danza» l’ultima danza. Lo corregge mentre chiude gli occhi e lotta per appianare il volto, poi riapre gli occhi e Merlino la fulmini se non è lei Tabatha MacDusty, principessa del regno senza nome. «Va bene, correrò lontano ma tu raggiungimi, te ne prego» non è una brava attrice, visto che sotto al muso di Tristran fa di tutto per non scoppiare a ridere. Tipo ficcarsi le labbra in bocca e sbatacchiare le palpebre a ritmi strani, come per scacciare il panno lucido di qualche lacrimuccia divertita. «Però poi crepiamo nel sequel, vero?» allaccia le braccia intorno al collo del quintino, ma il solo sforzo di raggiungere la sua altezza le costa un mugugno gutturale, simile a un pigolio. Con cui condisce pure un ultimo balzo con cui gli si arrampicherebbe addosso a mo’ di scimmia – probabilmente un po’ stufa di tutto questo recitare. Certe cose è sempre più bello immaginarle, ché poi quando si avverano non sono mai come nei sogni. Agatha non ha il viso favoloso di Charlotte e Tristran è davvero troppo grande per lei, per non avvertire la pulsione più viscerale di tutte: quelle di una sorella minore che non ha più voglia di camminare. «Ce la fai a tornare al castello così? Secondo me non ce la fai»
E quindi nel sequel si muore? «`sticazzi» decreta il sommo poeta, dispettoso ma ben contento di assecondare le successive azioni di lei. Agatha è talmente leggera che, come nelle migliori fanfiction, il protagonista magro ma forte non dovrebbe incontrare grandi difficoltà nel cercare di sollevarla dal suolo; la prenderebbe di nuovo per la vita intanto che abbozza qualche passo iniziale, lento, inscrivendo un cerchio, sino a prendere abitudine e velocità per farla volare una seconda volta. Lo fa con indosso l`aria spensierata di chi si diverte un mondo e non di certo quella di un disperato condannato al patibolo, conservando il sorriso anche nel momento in cui viene sfidato a fare da mulo. «E invece ce la faccio» ribatte a tono, con uno schiocco della lingua contro il palato. Contrae il viso, muscoli e tuttecose per sostenere il suo peso mentre comincia a muovere i primi passi verso il sentiero. «Dieci falci che ci riesco» ormai è una questione di principio.
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«Non sei un po` piccola, per limonare?» aggronda la fronte e si adombra dall`alto dei suoi sedici lunghi anni, un traguardo effettivamente importante per un Goltraighe che domina le storie sanguinose di Agatha.
«Chi sei, mio padre?» sbotta, un tutt’uno di stizza e capriccio.
«No» non è suo padre «Ma ti tengo d`occhio, MacFusty» le assicura con sguardo assottigliato, riversandole addosso la burbera preoccupazione di un fratello maggiore.
«ah-ah. Allora preparati: non ci dormirai la notte» a tenere d’occhio una come lei.
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 «Poi te l’ho detto. Lui è bello da far paura ma lei lo è ancora di più, perché c’ha gli occhi azzurri come il mare e un sacco di lentiggini e…» potrebbe essere il ritratto spudorato di Charlotte Charleston, ma questo è competenza del casting director.Â