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I subumani delle mele
Le mele sono delicatissime e non è che prendi e le butti in una cesta come avresti pensato. Se ti cadono si buttano via. Se rompi il picciolo si buttano via. Se le maneggi premendo troppo con le dita mentre le raccogli si buttano via. Se sono troppo piccole si buttano via. Se sono verdi invece che gialle si buttano via. Se presentano inestetismi gravi o buchetti o imperfezioni finiscono in seconda scelta ma più probabile vengano buttate via. Ai consumatori piace mangiare mele perfette, incerate e dello stesso calibro.
Il che può sembrare assurdo, ma il vero fattore di difficoltà della raccolta delle mele è che ogni albero va completamente ripulito - ti fanno il culo se vedono che ne hai lasciata anche solo una appesa - e soprattutto il tutto va fatto in fretta, molto in fretta. La coidura dei Golden dura 20 giorni e se vai oltre quel tempo puoi anche lasciar marcire le mele sugli alberi. Quindi, se ti immaginavi la raccolta mele come una romantica scampagnata nei boschi con un cestino in mano sei piuttosto fuori strada: l’ansia, la fretta e il nevrotismo sono il pane quotidiano che si respira sui “prati” durante la coidura. Devi raccogliere e riempire un cassone da tre tonnellate e mezzo di mele ogni dodici minuti. Non 15, se devi pisciare devi sfuttare un momento in cui il carro continua ad andare e in qualche modo recuperare il lavoro perso al volo.
Melinda acquista delle varietà e per 30 anni ne ha l’esclusiva, significa che gli altri contadini non possono piantarle. Presumo sia una cosa legale e presumo che anche i cartelli della droga in Messico funzionino più o meno in un modo simile. è sempre Melinda che decide quando la raccolta inizia e finisce.
La paga è di 8 euro all’ora; 9 ore al giorno; nessuna pausa, nessun giorno di ferie per un mese almeno. Alla fine del contratto ti segnano un solo giorno di lavoro e il resto te lo danno in nero, per pagare meno tasse. Se vieni dalla Romania come Minuz, un omone alto un metro e ottanta che a fine del turno si ficca 10 mele nella tasca della giacca in gomma verde sperando che nessuno lo veda, la paga può sembrare accettabile. Nei soldi c’è compreso anche dormire in una camerata da 8, su 4 letti a castello. Fa freddo dice ed è molto stanco. Gli chiedo da quanto non vede la sua famiglia e mi risponde 40 giorni in italiano sdentato. “Mi mancano i miei figli” aggiunge.
8 euro l’ora sembrano schiavitù se lo dici in giro. Poi in realtà fai due calcoli e capisci che sono 1400 euro al mese. In una grossa multinazionale in cui lavoravo guadagnavo di meno, e facevo una mansione per cui avevo dovuto studiare e fare il parassita dei miei per 10 anni, sottostando a stress, responsabilità e mobbing così grossi da farmi venire degli attacchi di panico quotidiani. Almeno sui meleti in Val di Non sei all’aria aperta, il panorama è bello e nessuno crede di fare qualcosa di importantissimo per l’umanità. Lavori, a testa bassa, fino a sera, ma non fai grossi discorsi sui valori dell’uomo per vendergli un nuovo paio di scarpe. E soprattutto, puoi andare a lavorare con la stessa felpa per due settimane e nessuno fa caso alla macchina che guidi.
Nel meleto biologico di Gas gli alberi sono distanziati due metri e mezzo. Negli “impianti” in cui ho lavorato le piante sono a 45 centimetri. È l’esatta trasposizione di un allevamento intensivo di animali, dove gli animali vivono in gabbie grosse come un foglio A4 nel quale possono a malapena muoversi. I meleti sono siepi continue di alberi debolissimi a livello strutturale e che producono un quantitativo esagerato di mele. I rami sono fragilissimi e si spezzano rimanendoti in mano se giri la mela dal lato sbagliato. Le mele sono il prodotto di concime e prodotti chimici e veleni inquinanti che vengono spruzzati con continuità tutto l’anno, in media ogni 3 giorni. Una pianta sfruttata in questo modo perde la sua produttività dopo circa 6 anni, e dopo dieci circa viene abbattuta e sostituita.
I proprietari di queste coltivazioni intensive di mele sostengono che il biologico è molto peggio del convenzionale. Che alla fine irrorano molte più sostanze nocive di loro. Chi fa il biologico lavora anche di meno perché non deve svegliarsi alle cinque del mattino o andare la notte a fare i trattamenti. (Per legge devono farlo la notte perché non c’è nessuno in giro, osservando una distanza di sicurezza da case, orti privati, strade e persone perché i veleni sono altamente tossici.) Inoltre mi dice che il biologico è solo una trovata che hanno avuto perché va di moda e si guadagnano molti più soldi. Mi chiedo dentro di me perché anche lui non faccia biologico, se gli fa schifo guadagnare più soldi.
Al mattino alle 7:45 la piazza del paese è al culmine. Da una parte gli slovacchi che si passano un cartone di vino rosso, dall’altra dei Nigeriani che indossano sempre cappuccio e maniche tirate fino oltre i palmi e la giacca completa in gomma verde, stivali compresi, che abbiamo tutti. Nell’angolo vicino alla fontana ci sono i Romeni che fumano sigarette e bevono birra. Hanno volti segnati e bocche sdentate, sembrano tutti vecchi. Di italiani siamo pochi, e questi pochi arrivano sulle proprie macchine. Sono di solito ragazzi del posto. Alle 7:45 arrivano i trattori e ci caricano tutti sui cassoni per portarci sui campi a lavorare. E così, nel civilissimo Trentino vedi gente viaggiare dentro un cassone per le mele, in equilibrio sulle forche del muletto, che sobbalza a ogni buca. Se prendessero una buca veramente forte immagino che potrebbero tutti finire sull’asfalto: seconde scelte.
Non esiste molta cavalleria in questo lavoro, nemmeno la logica del “lascia il tuo posto a donne o anziani” come nei sedili dei treni. Se trovi un passaggio in auto e puoi evitarti il freddo lo prendi, a discapito di qualcun’altro. Io appena stacchiamo trovo passaggio con P che lancia la sua panda a manetta sulle stradine e una volta rischiamo di investire un vecchio coltivatore che ci fa segno con le mani di rallentare. “Chissà se direbbe di rallentare anche ai raccoglitori quando stanno ANDANDO a lavorare al mattino” commenta. Normalmente si inizia sempre almeno una decina di minuti prima e non si finisce mai nemmeno 30 secondi prima della fine del turno. è duro? non saprei. forse si, ma è la ripetitività del gesto, 9 ore al giorno, a mandare a puttane il tuo sistema psicofisico e quando torni dopo il turno sei affamatissimo e vorresti invece solo metterti a dormire.
Dall’altra non esistono notifiche, mail o cazzate da social. Dici buongiorno a chi vuoi bene all’alba mentre ancora dorme e gli auguri la buonanotte quando finisci di lavorare. Hai un sacco di tempo a cui pensare. Per alcune ore del giorno le braccia vanno e il cervello se ne va e ti trovi a pensare alle persone a cui vuoi bene, a cosa mangerai la sera e ti senti fortunato per le piccole cose della vita.
Pietro, che in realtà credo si chiama Tamausefh o qualcosa del genere si fa il segno della croce ogni volta che passiamo di fronte alla madonnina in cemento, prima di sbattere il culo prendendo il tombino, mentre tutti si aggrappano alle sponde del bilico. Chissà in che divinità crede, ma non parla italiano, e non so come chiederglielo.
Io la chiamo la discesa all’inferno, anche se la temperatura è sotto allo zero e il freddo è tagliente. Quando al mattino lasciamo la principale per scendere verso i meleti, oguno seduto sul cassone col bavero tirato su, il cappuccio, il berretto e le maniche a cercare di tenere meno pelle possibile allo scoperto non ci salutiamo. Qualcuno accende una sigaretta e la fuma con le mani raggrinzite, siamo solo un insieme di subumani che non uscirà da quel campo di lavoro fino a sera, non appena caleranno le tenebre. Viviamo nelle ore in cui nessuno può vederci. Siamo i subumani delle mele.
Il vecchio che guida il trattore che carica i cassoni per portarli in magazzino viene sul prato. “Den do l’è el?” chiede agli altri indicandomi col dito “sono Italiano” gli rispondo con un tono di voce molto alto. “Italiano? e di dove?” chiede colto alla sprovvista, dando per scontato che ero un immigrato “Marche” “Ah, Marche” ripete, non sapendo che dire, tra se e se.
Il ragazzo pachistano mi si avvicina mentre raccogliamo. Raramente ti guarda in faccia, è vestito nella solita giubba rossa con scritto “idea casa” e potrei giocarmici le palle sotto ha la camicia a maniche lunghe a quadri bianca che indossa dal primo giorno che l’ho visto. Dicono che per qualche ragione i Pachistani lavorano sempre in camicia. Mi si avvicina e per un attimo c’è uno scambio di sguardi, e poi ritorna a raccogliere le mele. Dalla giubba spuntano solo le dita che muove velocemente, ma i palmi restano dentro. Si riavvicina di nuovo altre quattro o cinque volte e nel momento in cui si alzano i cassoni e ci fermiamo un attimo mi fa segno indicandomi le mani. Mi guardo le mani e non capisco. Indica di nuovo, timidissimo, abbassando lo sguardo e prende le dita tra di se. Solo allora capisco che non possiede un paio di guanti per lavorare e le sue mani si stanno congelando. Mi sta chiedendo se ho un paio di guanti da dargli.
Le piante sono ricoperte di polvere bianca. Chiedo a P cosa sia e mi risponde “veleno”. La sera mi prudono la barba, le braccia e continuo a strofinarmi gli occhi. Le mie condizioni igeniche sono imbarazzanti.
Incrocio il vecchio che trasporta i cassoni dopo qualche giorno, mi becca che sto pisciando tra un filare e l’altro. Immagino che mi redaguirà perchè sto perdendo tempo o ho dimenticto una mela sull’albero o chissà cosa altro. “ma ce lo hai da mangiare? io non sono un grande cuoco, ma un piatto di pasta in casa mia c’è sempre. Se non la hai.” “Grazie mile, sono apposto” rispondo “Ah bom bom” dice il vecchio ingrando la marcia al trattore, ripartendo, mentre borbotta tra se e se.
Oscar Rizzo search and destroy at the Orsa Pravello Trail in the Italian prealps
Grazie Stephen per la foto
una magnifica foto orribile della Tuscany Crossing 50 km.

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skatepark di Eugene, in Oregon, ricordo di essere rimasto lì per un pò la sera a guardare gli skaters girare
Vedere mr.Courgan, ma soprattutto gli altri, in imbarazzo mi riempie di gioia
Vita da allievo
Immaginati quindicenne. La tua esistenza si svolge per metà in un mondo virtuale. Amici su Facebook, ragazze su Instagram, appuntamenti su Tinder, lezioni su Zoom, vocali dei parenti su WhatsApp, sesso su PornHub, video su Youtube, cazzate su TikTok.
I tuoi amici sognano soldi e gloria, tutti parlano di soldi e gloria, la musica in radio parla di soldi e gloria, successo e popolarità: la musica dice di fare tanti soldi e farli facilmente, non importa come ma importa farli velocemente. I soldi stabiliscono l’importanza e il successo di una persona. I film hanno il lieto fine se alla fine il protagonista diventa ricco: tu devi chiedere dei soldi extra alla paghetta dei tuoi genitori per uscire la sera. La scuola ha ripreso. È il posto dove adulti noiosi e annoiati pretendono di spiegarti come vivere. Sono contrari alla musica contemporanea e non hanno mai sperimentato cosa si prova a mollarsi agli ottanta all’ora giù per una strada di montagna. Se non ti droghi e la musica ti interessa fino a un certo punto è solo perché quella sensazione – la velocità mentre sei in bicicletta- è migliore di qualsiasi altra sostanza. La bicicletta è il tuo unico mezzo di trasporto, per quanto ti riguarda le macchine sono tutte uguali, inquinanti e inutili. I tuoi vedono il tuo sport come un passatempo, ti dicono che sei stato bravo anche se non sei riuscito a chiudere il buco coi fuggitivi e dopo quindici minuti ti sei trovato in coda al gruppo, prima di vederlo andare via senza di te. I tuoi non hanno visto la gara, non hanno mai fatto ciclismo, ti vedono uscire di casa in bici e rientrare dopo molte ore, chiedendosi se non stai sprecando troppo tempo per quel passatempo invece che studiare.
Il ciclismo è la metà reale della tua vita.
Mentre tutti giocano in un campo tu sei per strada. La strada rende tutti uguali, rende tutte le cose reali. Tutti soffrono e tutti rischiano e tutti fanno fatica. In un campo se sei stanco ti fai la doccia e te ne vai: se ti fai male, c’è un dottore. Che poi, cosa potrebbe succederti, al di fuori di un crampo, in una partita di pallone? Ci pensi mentre un furgone ti sfiora ai cento all’ora alzando una nube nera di smog. Un giorno hai mandato affanculo una Jeep bianca che ti ha toccato con lo specchietto il gomito mentre ti superava in curva: ti stringeva contro il guardrail e sotto c’era il precipizio. Eri convinto che saresti potuto morire, a mezzo centimetro dal guardrail, col precipizio di sotto. Hai fatto il dito medio dopo che la jeep bianca ti ha superato. Il guidatore ha accelerato, ed è scomparso all’orizzonte sgasando sulla sua Jeep bianca. Ti ha aspettato su una piazzola di sosta qualche chilometro più avanti, giù dalla Jeep bianca e mettendosi in mezzo alla strada ti ha forzato a fermarti. Ti ha urlato degli insulti e ti ha spinto giù dalla bici tirandoti in terra. Dopodiché ti ha riempito di botte, calci e pugni. Il suono più brutto anche più del rumore tonfo delle sue scarpe che si abbattevano sulla tua pancia era stato quello della bicicletta che sbatteva sull’asfalto. Hai aspettato qualche minuto per terra, steso sulla piazzola di sosta in posizione fetale dopo che avevi sentito la macchina andarsene via. Con gli occhi chiusi respirando forte e i pantaloni bagnati. Ti eri pisciato addosso: eri convinto che saresti potuto morire.
Invece non eri morto, ti sei alzato e hai controllato che la bicicletta non fosse rotta, che non avesse ammaccature e graffi troppo grossi. Poi hai controllato te stesso, lividi, tagli e un po’ di sangue. Male al culo, al gomito destro e alla pancia. Avresti voluto piangere, ma non ci sei riuscito, hai solo vomitato. Ti sei rimesso in sella e sei proseguito dolorante verso casa, chiedendoti che bugia avresti inventato per non raccontare sul serio a nessuno come era andata. I tuoi ti avrebbero impedito di uscire ancora da solo ad allenarti.
Non eri stato abbastanza intelligente da scappare. Non eri stato abbastanza furbo per ricordare la targa della Jeep bianca. Non eri stato abbastanza coraggioso da difenderti combattendo. Non eri stato abbastanza forte per non scoppiare a piangere dopo qualche minuto. Piangevi pedalando come un quindicenne che si è pisciato sotto. Non c’è gloria per chi se la fa addosso, in tutti i sensi. Avresti raccontato che eri caduto per colpa di una buca, sempre che non fossi riuscito a nascondere i lividi e far finta di non zoppicare. Puoi fermare una partita di pallone se ti fai male. Puoi chiamare un dottore se ti fai male sul serio o chiamare un arbitro se qualcuno non rispetta le regole. Per strada no. Puoi smettere di giocare e farti la doccia se sei stanco, un arbitro può interrompere il gioco in un campo. Per strada no. La strada è la parte di vita, quella reale.
(pezzo pubblicato su Alvento Mag.)

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Swiss Alps 100
Dritto all’inferno
cosa stai cercando? Corro in direzione dell’inferno, su una strada asfaltata che ho scelto proprio perchè non c’è ombra. Solo asfalto rovente che poi diventa una strada bianca polverosa con i camion della rena che alzano nubi bianche superandoti a tutta e una discesa di nuovo nel bianco con poche curve e dei prati bruciati dal sole, prima dell’asfalto, di nuovo.
Fanculo al troppo caldo, al buon senso, all’allarme canicola sui telegiornali, alla gente spiaggiata, alla crema solare. Fanculo al nylon e ai cellulari. Esco alle due e non ho niente. Voglio andare dritto dritto all’inferno, sentire l’aria bruciare, i polmoni in fiamme. Mi tiro dell’acqua in testa, calda, plastificata, bollente. Voglio vivere emozioni vere, voglio odiare e amare, bruciare con passione e soffrire, se dovesse servire. Voglio non avere rimorsi, ascoltare la musica nel cervello senza auricolari, ascoltare i miei pensieri senza dargli tempo di nascondersi nel buio. Avere la capacità di sostenere lo sguardo ed essere sincero. Mi siedo a bordo strada, accovacciato su un prato all’ombra e mi rialzo subito. Il paradiso è la consolazione di una vita vuota, mediocre e noiosa, solo chi si è divertito nella vita finisce all’inferno. Dritto all’inferno. Dritto nel cazzo d’inferno.

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Abbiamo capito di amarci al primo silenzio senza pudore Per poi dirci addio senza sincerità Ho così avuto paura del mio silenzio per la prima volta Lasciando le mie dita confondersi con i disegni gelidi del marmo su cui il mio corpo ha cercato il sonno Una collezione di frammenti senza vincoli logici apparenti Quattro lati, due luci, quattro ombre.
La Quiete, Era questa la mia prigione di carte?
Esistono al mondo dei testi più potenti, completi, semplici e sintetici ma che esprimono una vita di quelli del La Quiete? Da veramente troppi anni credo di no.
Foto più bella dell’anno?