Verificato sulla mia pelle: è così.
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Verificato sulla mia pelle: è così.

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Il caffè sul comodino
Quella mattina sua sorella Anna gli aveva portato il caffè a letto.
Lui aveva chiesto di dormire ancora un po'.
Lei aveva lasciato la tazza sul comodino ed era uscita.
Non sapeva che era l'ultima volta.
Nessuno lo sa mai, quando è l'ultima volta.
È questa la cosa più crudele della vita: non avvisa.
Non manda messaggi, non bussa due volte.
Arriva e basta, e tu hai ancora il caffè caldo sul comodino.
Rino Gaetano aveva trent'anni e una Volvo blu.
Aveva una fidanzata, un matrimonio in programma tra un mese,
e una canzone nuova in testa che nessuno avrebbe mai sentito.
Aveva ancora tante cose da dire, e il modo tutto suo di dirle,
quel modo sghembo e tagliente che sembrava una risata
e invece era un coltello.
Parlava di baci, ma intendeva tradimenti.
Parlava di pioggia, ma intendeva solitudine.
Parlava di donne e di stelle e di gente che passa,
e intanto ti smontava il mondo pezzo per pezzo
con quella voce che sembrava sempre sul punto di ridere di te,
e invece ti stava solo guardando dritto negli occhi.
Raccontava l'Italia com'era, non come si raccontava.
Raccontava la gente comune, quella che non finisce sui giornali,
quella che lavora e aspetta e non capisce mai del tutto
come mai le cose vanno sempre in un certo modo
e non nell'altro.
Aveva capito, lui, che la verità fa meno paura
se la canti con una melodia allegra.
Che puoi dire tutto, anche le cose che bruciano,
se prima fai sorridere chi ti ascolta.
È un trucco antico, quasi un atto di pietà.
Alle quattro meno cinque del mattino del 2 giugno 1981,
su via Nomentana, la sua Volvo blu
incontrò un autotreno che veniva dall'altra parte.
Non ci fu tempo per niente.
Neanche per l'ultima canzone,
neanche per il matrimonio,
neanche per il caffè che sua sorella aveva lasciato sul comodino
e che a quell'ora era già freddo.
Quarantacinque anni.
Un numero che non dice niente e dice tutto.
Perché certe voci non invecchiano.
Non si siedono, non si stancano, non smettono di farti compagnia.
Continuano a girare nell'aria come fanno le canzoni,
anche quando chi le ha scritte non c'è più da così tanto tempo
che quasi non riesci a crederci.
Eppure lui è ancora lì, da qualche parte,
con la giacca un po' storta e quella faccia da chi la sa lunga,
che ti guarda e aspetta che tu finisca di fare il furbo
per dirti sottovoce quello che non volevi sentirti dire.
E ha ragione, come sempre.
Ha ragione come hanno ragione solo quelli
che non hanno avuto abbastanza tempo
per smettere di averla.
Stamattina, da qualche parte, c'è ancora
una tazza di caffè freddo sul comodino.
E una voce che canta.
Per Rino Gaetano, + 2 giugno 1981
Sono la persona più triste e sfortunata del mondo. Mi manchi Mamma.
😔
(nessuna risposta per favore)

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Io non ho capito che quella Donnina non più alta com'era, curva che camminava a stento, non dovevo lasciarla sola. Sempre il mio maledetto egoismo, i miei maledetti discorsi: mi ha lasciata andare via senza dirmi cosa le serviva prendere. Lei era molto lucida, molto più di me, tanto saggia e mi voleva veramente bene. Era la persona che più mi amava al mondo, senza tornaconto, senza secondi fini, solo cuore che ne aveva tanto.
Sono praticamente sola al mondo Mamma, piena di rimorsi e sensi di colpa. Nemmeno il tumore ce la fa ad ammazzarmi in fretta e io ogni giorno mi chiedo cosa ci sto a fare ancora qui?
Ho sognato che mia Mamma era "tornata" eravamo a casa sua, le ho fatto vedere le cose che ho sistemato, messo via e le ho detto: "Beh allora ora guarda tu cosa c'è da fare". Mi ha detto che la pianta l'ho quasi fatta morire (vero)...
Era tornata e io cerco di trattenere il pianto ma mentre scrivo queste cose sento le lacrime scendere sulle guance.
Mamma non me ne frega un cazzo di guarire e di vivere. Mi manchi sempre troppo e voglio venire con te.
Aspettami Mà
❤❤❤
Quella era l'Italia che cresceva, l'Italia che dopo tanta sofferenza ricominciava.
🇮🇹
---
Mi astengo di proposito da ulteriori commenti.
Simpatia 💝💝
ONE HUNDRED AND ONE DALMATIANS (1961) dir. Wolfgang Reitherman, Hamilton Luske, Clyde Geronimi

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IL GENOVESE...
- NON È SCARSO: È GRAMMO
- NON SI SVEGLIA: SI ADESCIA
- NON LITIGA: RATELLA
- NON SPARGE: SPANTEGA
- NON SI ANNOIA: SI ROMPE IL BELINO
-NON SI AGITA: SI INVEXENDA
- NON ESAGERA: SBULACCA
- NON INCIAMPA: SI IMBELINA
- NON LAVORA: TRAVAGGIA
- NON PREPARA: IN-NANDIA
- NON GLI FA SCHIFO: GLI FA ANGUSCIA
- NON DICE BUGIE: RACCONTA MUSSE
- NON TRASPORTA: CAMALLA
- NON SI SBRIGA: SI DESBELINA
- NON SI FIDA: ...MANIMAN
- NON È SENZA SOLDI: È MISCIO
😃
😏
Verissimo.
Una volta si litigava al telefono.
Ora si smette di rispondere.
Una volta si aspettava il suono dei passi sulle scale.
Ora si controlla l’ultimo accesso.
Una volta si andava al cinema per tenersi la mano.
Ora si guarda lo stesso film, ma da soli, commentando su WhatsApp.
Una volta si scrivevano i “mi manchi” con la penna.
Ora si scrivono, si rileggono e poi si cancellano.
Una volta si diceva "per sempre".
Ora si dice “vediamo come va”.
Eppure ci ostiniamo a chiamarlo progresso,
questo lento addio alla presenza.
Questa nostalgia travestita da efficienza.
Ma a volte,
basterebbe un citofono.
Una salita a piedi.
Un silenzio condiviso sul divano.
Per ricordarci com’era amare
prima che diventasse un’app.
🌈
Sono d'accordo su tutto, tranne che sul "per sempre": non va bene a voce, non va bene sulle app, non va bene mai. Solo in galera e per ergastoli meritati, il "per sempre" sarebbe giusto, per tutto il resto è un nodo scorsoio che stringe lentamente.
Non è tempo per noi
Che non ci adeguiamo mai
Fuori moda, fuori posto
Insomma sempre fuori, dai
(Non è tempo per noi - Ligabue)
---
Non voglio più tempo, non voglio più niente. Vorrei chiudere gli occhi e finalmente stare bene.

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Mi chiedo perché mi distraggo e ogni tanto gli rivolgo la parola. Un secondo dopo se non litighiamo ho il nervoso nello stomaco.
Mi chiedo perché la vita sia tanto ingiusta.