Hai presente quei giorni in cui ti svegli con un vuoto dentro?
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Hai presente quei giorni in cui ti svegli con un vuoto dentro?
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E mi chiedo se ne vale veramente la pena. Vuoto. E io ti amo.
Vuotezza.
Questa parola mi perseguita. Mi sento come in una stanza vuota, ma non in una stanza vuota in attesa di essere arredata e riempita di ricordi. Mi sento come in una stanza vuota dopo uno sfratto, dopo un addio, dove i ricordi li lasci lì e preghi perché alcuni decidano di venire via con te.
Mi sento vuota,ed ogni parola , ogni pensiero continua ad echeggiare dentro me, a rimbombare.
Meno che mezzo vuoto (farnetico al Pigneto)
Aspetti di andare a vivere a Londra
a fare il disoccupato
per scoprire il senso della vita
nell’inganno della democrazia
dei “mi piace”
dei venditori di fiori
che allontani con nonchalanche da centrosinistra
Le dissertazioni complottiste
subculturali
in fila per il bagno degli uomini,
il materialismo non ti aiuta,
ma nel buio proletario, l’AIFON ti aiuta
Vorrei andare a lavorare
in fonderia
vedere cosa vuol dire
anelare allo sfogo artistico, intimo, autistico
nella mia stanza doppia
nel compiacimento sociale
di denaro e fatica
essere finalmente utile, porcoddio
Le belle donne hanno sempre
troppo rossetto o troppo poco
Gli alieni ci spiano e ci mandano messaggi
su whatsapp
e anche il mio fegato
mi manda messaggi
nell’ingoiare supino
di abbracci non desiderati
e dissertazioni possibilistiche
"questo pianeta è già così grande
che non basta una vita per conoscerlo”
"si danno troppe cose per scontate"
Infatti io vado a trovare il modo
di farmi offrire
un gin
e a ballare il sudore
del mio male di vivere
- La mia forma mentis
è un pò fuori forma –
La new wave
sputa sangue
sul pavimento dei vostri dj set.
La retorica piange
tra le pagine affannate dei vostri blog.
Le avanguardie si flagellano
nei vostri template.
Diane Arbus muore due volte
investita dai flash delle vostre reflex.
Gropius marcisce
nel frutto immaturo dei vostri autocad
E io sul palco dei miei sogni
più amari
vedo il baratro nero,
il fuoriscena,
della fine del copione
nei vostri discorsi avvizziti
nelle vostre correzioni automatiche
nelle vostre Polaroid ricomprate dagli zii d’Abruzzo
al quintuplo del loro prezzo originario
nei vostri epitaffi in cui si ricorda qualcuno
(e si consulta la pagina wikipedia)
solo quando è schiattato
"Progetti per un comodo pensiero
unidirezionale”
Business plan artisticamente deduttivi
rivoluzione 2.0
ovvero:
mettetevelo nettamente, gratuitamente nel culo
Del doman non v’è certezza
se non del vuoto cosmico
del mio bicchiere
e delle nostre anime.

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Individuo che non sarà nominato: Niente è introvabile.
Io: ok.
Individuo: Fredda.
Io: No, triste.
Individuo: Parla.
Io: Sapessi almeno io cos'ho
Ansia.
Ecco che arriva. Sale, arriva, la sento. L'ansia. Sembrava troppo strano che non si facesse più sentire questa vecchia nemica, sembrava insolito che non provassi più queste terribili fitte allo stomaco, sintomi di più gravi lesioni all'io più personale. Ci sono vecchi mali che, spietatamente, come il dito che trastulla una ciocca di capelli senza lasciarla in pace, molestano me e la mia strana mente. Ed ecco che mi ritrovo persa, nella più totale confusione. Sono un pendolo che con furore viene scagliato da destra a sinistra senza tregua, nell'attesa umile della fine del suo calvario. Mi stringo le cosce e rimangono i segni delle unghie, che ricalcano le vecchie cicatrici e mi lasciano solchi profondi. Mi accovaccio sul letto, inerte, tenendomi le gambe fra le braccia, strette in una morsa, disperata perché da tanto tempo non trovo più piacere in nulla. Ci sono gioie effimere, infinitesimali; dolori eterni, insoddisfazioni profonde e ansie. Loro ci sono sempre. Non provo paura, tristezza, dolore, rassegnazione. Sono inerte, indifferente. E se c'è qualcosa che mi fa star male è trovarmi in questi limbi fastidiosi, non sapendo cosa provo o cosa vorrei provare.
«Perché il freddo», recita il primo degli avvisi all’inizio di Giallo scolastico di Andrea Pazienza, «quello vero, sa essere qui, in fondo al mio cuore di sbarbo». Il richiamo al freddo, come dimensione sia estetica che psicologica, è decisivo per la genesi dell’intera saga di Zanardi. È l’eterno autunno delle sue condizioni meteo. Ed è la temperatura raggiunta da uno scandaglio morale che intende rendere conto di una strategia di sopravvivenza (quella di Zanardi e dei suoi amici) essenzialmente basata sul cinismo, e sull’attesa predatoria dell’occasione. Freddo, infine, come metafora di un supremo controllo sulla materia, della ricerca in corso di un’arte narrativa disposta a sostituire le regole alle pulsioni, la necessità all’improvvisazione, in cui è presente un principio ferreo di organizzazione, una specie di modulo fisso, una sintassi capace di regolare l’informe dell’immaginazione., una svolta verso il freddo di un rigore narrativo che coinvolge sia i testi sia l’organizzazione delle tavole. Oltre all'innata durezza d’animo, alla capacità di seduzione e ricatto, all'impeccabile eleganza, all'innegabile scaltrezza, anche la testa di Zanardi nasconde un prodigio: essa infatti non contiene nulla. Il perno intorno al quale ruota questo straordinario personaggio è un vuoto centrale, un’inviolabile assenza o latenza. In confronto, sia il bel Colasanti che lo sfigato Petrilli godono di un peso specifico del tutto diverso – di persone come tante, in fin dei conti. Proprio per questo sono così importanti per Zanardi – Zanardi l’inesistente, come recita il più bel titolo della saga. Vampirizzandoli, ne sfrutta l’esistenza di cui è così scarso. A un livello superficiale, Colas e Petrilli sono i suoi complici; più in profondo, sono la sua necessaria zavorra. La pura natura ferina del suo eroe, il suo comportamento da lupo travestito da uomo, la purezza dell’istinto, lega Pazienza a un altro grande artista del vuoto mentale – quel Bret Easton Ellis che nel 1985 pubblica il suo fulminante romanzo d’esordio, Meno di zero. Anche in Ellis la mancanza assoluta di una dimensione interiore dei personaggi, identità anagrafiche senza storia e senza coordinate psicologiche (less than zero, appunto), è il retroterra ideale di comportamenti tanto mostruosi quanto improvvisi e immotivati. L’unica passione che si può riconoscere a Zanardi è quella per il kendo, che poi è una disciplina fondata proprio sulla libertà dalle passioni. La più aristocratica delle arti marziali sembra contenere la sublimazione, quasi la cifra araldica e il lontano fondamento filosofico di quel legame necessitante tra vuoto mentale e violenza. In effetti, Zanardi è un cultore della perfezione del gesto – necessaria anche al fine di realizzare intenti futili o crudeli. Ovviamente, è quanto di più lontano si possa immaginare dai classici ideali di virtù e obbedienza del Giappone feudale. Nondimeno, il vuoto interiore di Zanardi funziona come una disciplina, garantisce l’efficacia delle azioni e la capacità di non perdersi d’animo di fronte alle avversità e agli imprevisti. Il particolare, innegabile fascino di Zanardi poggia in grande misura su una capacità di distacco che gli rende facile afferrare l’occasione dove tutti gli altri se la farebbero sfuggire. «Di certo esiste solo il particolare scopo del momento presente. Tutta la vita è fatta di momenti che si susseguono», insegna Yamamoto Tsunetomo in Hagakure, la raccolta segreta di insegnamenti per samurai resa celebre da Yukio Mishima. Quando il presente è davvero l’unica dimensione possibile dell’esistenza, la paura è sconfitta. Di fronte alla disgrazia, leggiamo in un’altra pagina di Tsunetomo, «non è sufficiente rimanere calmi». Al contrario, «quando sopraggiunge la sventura, il samurai deve rallegrarsene e andare avanti con coraggio». Così egli si adatta al corso degli eventi per dominarli. Il modello fornito dalle arti marziali fa di Zanardi una specie di samurai dell’infamia e della gratuità.
(da Emanuele Trevi, Nel vuoto di Zanardi, in Andrea Pazienza, Zanardi 1. 1981-1984)
http://popfilosofico.blogspot.com/2011/05/nel-vuoto-di-zanardi.html