March 2024, 2025
The ancient architecture of the city. Tbilisi, Georgia
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March 2024, 2025
The ancient architecture of the city. Tbilisi, Georgia

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not much fun but quite sincere ©Giuseppe Dibenedetto 2025
wonders of the russian street
Districts and neighbourhoods or where do Russians live?
Stalinki, Khrushchevki, Brezhnevki, Putinki - what are all that?
They are the types of buildings where most of Russians live.
♦️Stalinki
Stalin-era houses were built from the 1930s until 1955. Considered elite.
Advantages: high ceilings, spacious kitchens, good sound insulation. They were built mainly in the central districts of the city.
Because of the large areas, many Stalin-era buildings were used as communal housing – a family lived in each room.
♦️Khrushchevki
The Soviet government announced the beginning of the construction of standard buildings throughout Russia on July 31, 1957.
Quickly, closely, equally – so in three words they can be described.
Aim: to settle everyone in apartments
The Khrushchev buildings were built in the shortest possible time.
The ceiling height is only 2.5 meters, the bathroom was combined with a toilet, the kitchen area is 4-6 square meters.
Initially, the Khrushchevki were designed for 25 years of operation (that is, until about the 70s), but many Khrushchevki survived until 2021 and this is still one of the most populated and affordable types of housing.
Pros: They were built by districts. Relatively cheap. In a tight space, but not in the offence.
♦️Brezhnevki
Built in the period from 1970 to 1985.
More comfortable analogues of Khrushchevki. Instead of typical five-stores got higher up to 12 stores.
The apartments are more spacious. The ceiling height increased 2.7 m, the kitchen area - up to 7-13 sq. m. The toilets and bathroom became separate. Corridors appeared, passageways were removed. Elevators appeared in the houses.
Houses built in the Soviet era are gradually becoming uninhabitable.
They are slightly being replaced with new buildings.
♦️Putinki
“Affordable for everyone".
A corridor, a modest bathroom with a shower and one single room – a studio (kitchen+bedroom) for all occasions – this is an approximate filling of "Putinki”.
In fact, these are studios, housing for specific purposes — for example, study or work.
♦️Modern residential complexes
A modern residential complex is a city within a city.
Every high-quality residential complex has: Kindergartens and schools, underground parkings, playgrounds, areas for walking dogs and playing sports; green zones.
The buildings themselves have become higher. Up to 30-40 floors!
Spacious halls and lobbies in each entrance, where you can leave bicycles, strollers and other equipment that will interfere with the apartment. The presence of several types of elevators — regular, cargo-in each entrance. The apartments have dressing rooms and spacious loggias.
L’Italia è piuttosto un paese in cui sempre più persone e associazioni si ergono a difesa del bello, lottano per una riscossa civile contro la prepotenza distruttiva del cemento, rivendicano il diritto a un territorio sicuro, confortevole, funzionale; e in cui altrettante persone e associazioni, più semplicemente, si prendono cura di angoli del paese dimenticati dalle istituzioni. Si moltiplicano i comitati locali, Fai, Italia Nostra e Legambiente registrano sempre maggior seguito, l’opposizione al saccheggio del territorio è folta e coraggiosa e non teme le speciose etichette di sindrome Nimby (Not In My BackYard). […] La ragione di questa rinnovata sensibilità, di questo impegno ancora minoritario, sì, ma in costante crescita, sta forse nel fatto che, come fa notare Salvatore Settis, «la “domanda” sociale di paesaggio (con la sua sintesi fra natura e cultura, fra spazio e tempo) aumenta sempre di più perché l’offerta – la qualità – diminuisce».[4] Quasi sempre, però, si rivela un impegno vano, di fronte all’ottusità degli amministratori, all’abusivismo e al vandalismo immobiliare che hanno già fatto toccare livelli impressionanti di consumo del suolo, ferito irreparabilmente il paesaggio del paese, messo in pericolo città storiche uniche al mondo e pregiudicato la vivibilità di molte aree urbane. Nonostante queste «sacche di resistenza», siamo costretti ad assistere alla trasformazione dell’ambiente in cui viviamo da bene pubblico inestimabile in risorsa da sfruttare.
Difesa del territorio, difesa della democrazia

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COLORARE LE CITTÀ PER CELEBRARE LA GIOIA DI VIVERE
La Superkilen è una grande piazza e un parco pubblico urbano che sorge a Copenhagen, in Danimarca.
Nato come progetto per migliorare il quartiere di Nørrebro e per portarlo a un nuovo concetto di sviluppo urbano che possa ispirare i cittadini, il parco ha lo scopo di celebrare la diversità e la gioia di vivere. Pieno di oggetti provenienti da ogni parte del mondo, come la popolazione che abita Nørrebro, è stato progettato come una sorta di esposizione mondiale che unisce le persone. Estesa su 30.000 metri quadrati, la Superkilen è costituita da tre aree principali: una piazza rossa, un mercato nero e un parco verde. Il quartiere è diventato un simbolo dell’architettura della gioia, un luogo alla moda e multiculturale frequentato da studenti e artisti e visitato ogni anno da milioni di turisti.
Molti degli oggetti nel parco sono stati appositamente importati o ispirati da diverse parti del mondo, come le altalene dall'Iraq, panchine dal Brasile, una fontana dal Marocco, scivoli dal Giappone e cestini dall'Inghilterra. Ci sono insegne al neon di tanti tipi che rappresentano di tutto, da un hotel russo a un salone di bellezza cinese; i coperchi dei tombini vengono da Zanzibar, Danzica e Parigi. In tutto ci sono 108 piante e opere che illustrano la diversità etnica della popolazione locale e del mondo.
Superkilen è da poco stato eletto come quartiere più bello del mondo, secondo la classifica 2021 della rivista Time Out.
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Fonte: Visit Copenhagen; Time Out - 15 gennaio 2022
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DUE COSE CHE STANNO A CUORE AGLI ELETTORI DELLA ZTL
Il rito elettorale si è celebrato, il risultato è netto, non discutibile. Il sindaco uscente Alessandro Canelli della Lega è stato rieletto con quasi il 70% dei consensi dei novaresi. Un tempo si sarebbe detto che si tratta di una percentuale “bulgara”. La maggioranza che lo sostiene è granitica, almeno tutto lo lascia pensare. Ed io come Henri Laborit vorrei proporre un esperimento: tenere d’occhio due progetti (uso il termine “progetto” in maniera impropria, poiché ancora non si è capito bene se qualche progetto esista davvero), che mi stanno particolarmente a cuore: il restauro di Casa Bossi e la pedonalizzazione di Piazze dei Martiri, anche in considerazione del fatto che il sindaco, Alessandro Canelli, sembra avere delle idee in proposito. Certamente si tratta di interventi importanti e non pretendo certo che siano importanti per tutti, forse sono più importanti per noi elettori della ZTL (Zona a Traffico Limitato), come ci chiamano con un po’ di ironia “gli altri”, quelli che si occupano del “popolo vero”, quello delle periferie. Sicuramente ci sono situazioni che necessitano maggiormente di interventi urgenti, che non salvare il patrimonio artistico e architettonico di una città di provincia, però questi due progetti, a chi vi scrive, stanno molto più a cuore delle sorti dello “Street food” (cibo da strada) o degli “Street Games” (giochi da strada), ma si tratta di una opinione personale, naturalmente. A dire la verità per entrambi i progetti, quello di Casa Bossi e quello di Piazza dei Martiri, si sarebbe già dovuti essere a buon punto, ma poi tutto sembra essere finito in un buco nero (black hole). Ma io non nutro pregiudizi o meglio mi sforzo di non nutrirne. Allora che il conto alla rovescia abbia inizio: mancano 1.825 giorni alla fine del mandato della nuova amministrazione comunale di Novara ed io attendo con fiducia. Domani ne mancheranno 1.824…
“ Venezia è un pesce. Guardala su una carta geografica. Assomiglia a una sogliola colossale distesa sul fondo, o a un’orata che guizza su un’onda. Come mai questo animale prodigioso ha risalito l’Adriatico ed è venuto a rintanarsi proprio qui? Poteva scorrazzare ancora, fare scalo un po’ dappertutto, secondo l’estro; migrare, viaggiare, spassarsela come le è sempre piaciuto: questo fine settimana in Dalmazia, dopodomani a Istanbul, l’estate prossima a Cipro. Se si è ancorata da queste parti, un motivo ci deve essere. I salmoni si sfiancano controcorrente, si arrampicano sulle cascate per andare a fare l’amore in montagna. Balene, sirene e polene vanno a morire nel Mar dei Sargassi. Gli altri libri sorriderebbero di quel che ti sto dicendo. Ti raccontano la nascita dal nulla della città, la sua strepitosa fortuna commerciale e militare, la decadenza: fiabe. Non è così, credimi. Venezia è sempre esistita come la vedi. È dalla notte dei tempi che naviga; ha toccato tutti i porti, ha strusciato addosso a tutte le rive, le banchine, gli approdi: sulle squame le sono rimaste attaccate madreperle mediorientali, sabbia fenicia trasparente, molluschi greci, alghe bizantine. Un giorno però ha sentito tutto il gravame di queste scaglie, questi granelli e schegge accumulati sulla pelle un poco per volta; si è resa conto delle incrostazioni che si stava portando addosso. Le sue pinne sono diventate troppo pesanti per sgusciare fra le correnti. Ha deciso di risalire una volta per tutte in una delle insenature più a nord del Mediterraneo, la più tranquilla, la più riparata, e di riposare qui. Sulla cartina geografica, il lungo ponte di quattro chilometri che la collega alla terraferma assomiglia a una lenza: sembra che Venezia abbia abboccato all’amo e si stia dibattendo per liberarsi. È legata a doppio filo: binario d’acciaio e fettuccia d’asfalto; ma questo è successo dopo: a metà Ottocento è stata posata la ferrovia, e negli anni trenta del Novecento la corsia per le automobili. Abbiamo avuto paura che un giorno Venezia potesse cambiare idea e ripartire; l’abbiamo allacciata alla laguna perché non salpasse di nuovo per andarsene lontano, questa volta per sempre. Agli altri diciamo che l’abbiamo fatto per proteggerla, perché dopo tutti questi anni di ormeggio non è più abituata a nuotare: la catturerebbero subito, finirebbe di sicuro su qualche baleniera giapponese; la esporrebbero in un acquario a Disneyland. La verità è che non possiamo più fare a meno di lei. Siamo gelosi. Anche dispotici e brutali, se bisogna trattenere chi si ama. Abbiamo fatto di peggio che legarla alla terraferma: l’abbiamo inchiodata al fondale. “
Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce. Una guida nuova, Milano, Feltrinelli, 2020 (edizione rivista, ampliata e aggiornata del testo pubblicato per la prima volta nell’anno 2000).