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Marcello Truzzi - Caldron Cookery - Meredith Press - 1969 (illustrated by Victoria Chess)
Esce il 2 Dicembre "La mitologia spiegata ai truzzi" di Paola Guagliumi.
"Se i truzzi hanno imparato ad apprezzare l’arte, perché non introdurli a un altro affascinante aspetto della cultura, ossia il mito?Gli amorazzi extraconiugali di Zeus, le gare musicali di Apollo e Marsia versione “X Factor”, le sfighe di Edipo, i viaggi di Ulisse turista controvoglia e quelli di Enea rifugiato, la rappresentazione maschilista delle donne e quella sorprendente della fluidità dei generi: il mito classico è storico e insieme eterno, sembra lontano ma ci è più vicino di quanto pensiamo. Con una buona dose di libertà e ironia, la mitologia greca e romana viene qui rivisitata, criticata, commentata, ma soprattutto raccontata in modo semplice e divertente. Il pubblico è quello dei non esperti di ogni età e provenienza; lo scopo farci sorridere ma anche sfiorare i grandi temi universali che ci rendono umani."
Sarà disponibile in libreria, sul sito di Mimesis Edizioni, e nei principali store online. Daje che v'ho risolto er Natale.
È arrivato quel momento dell'anno in cui vedere le vostre caviglie meravigliosamente in mostra mi fa venire o' fridd nguoll : in primis perché siete dei truzzi; in secundis perché ogni volta che le vedo sento io il freddo che non sentite voi.
Summer Casual.
Too casual for a tie perhaps, but it’s a linen tie. Zegna jacket, shirt from Truzzi, Shibumi tie, ps from Vanda, pants from Incotex, Di Mella shoes and Oliver Peoples shades.
Also check out our website: Diplomatic Ties. And if you are interested in music, check out: All Kinds of (Good) Music as well.

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Today.
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vivi, muori, ripeti (o non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che è riconoscibile).
Riflettevo su una cosa. Imbattendomi nell'ennesimo acceso botta e risposta sugli sviluppi del fenomeno trap, mi sono soffermato sui commenti inviperiti di quanti, in special modo tra i miei coetanei, rimbrottavano di come si stesse meglio prima, di come stiano marcendo le cose, di come visti ‘sti Sonohra frà ho rivalutato i Finley (cit.). Per un istante il mio cervello ha staccato la spina, rotto l'empatia e l'affinità anagrafica e si è chiesto: ma tutti questi che ce l'hanno a morte coi trapper si sono dimenticati dei truzzi? Per quanti erano piccoli o se ne fossero dimenticati, un rapido excursus antropologico. Il fenomeno truzzi ha rappresentato una delle sfumature più cupe della moderna storia delle culture giovanili. In quella che, a ben vedere, è stata l’ultima epoca, perché mi pare sia stata proprio un’epoca, in cui si poteva aspirare a essere qualcosa, o grunge, o metalheads, o punk, o gothic, o indie, o gabber, o qualunque cosa, il “truzzo” era l’unico a volere somigliare al Nulla. Incapace anche solo ad abbinare gli articoli in modo corretto, il truzzo diceva “la rock” non “il rock”, aveva come scopo della vita solo l’opinabile gusto estetico: capelli bisunti, occhiali Carrera o Gucci a mascherina, giacchette imbottite rinforzate con improbabili pellicciotti, colori fluo come se non ci fosse un domani e tutto un armamentario di basica ignoranza (e non solo) musicale che al confronto Achille Lauro potreste pure portarlo a casa e presentarlo ai vostri genitori. Allora invece di chiederci cos'è che ci infastidisce dei recenti fenomeni sociali, faremmo meglio a domandarci: “Cosa ci spinge a distanza di anni a rivalutare il nostro giudizio su tutte quelle cose ritenute in principio detestabili?”. Almeno dagli anni Sessanta, quando un tale chiamato Robert Zajonc sottolineò per la prima volta l'importanza del semplice “effetto da esposizione”, abbiamo capito che la gente preferisce cose che ha già sperimentato. Che siano immagini o melodie, le persone ammettono di apprezzare cose già espedite, anche se in primissima battuta le hanno perfino odiate. E attribuiscono la loro maggiore capacità di percepire ad esempio un politico non a un'esperienza precedente, ma a una supposta qualità insita nella stessa persona. Invece di pensare: “Ho già visto un tipo così, con la camicia bianca e la cravatta blu, quindi ora lo percepisco come familiare”, pensano: “Accidenti, alla fine è meglio uno così!” e si sentono più rassicurati e/o intelligenti. Di contro: Obama che cravatte non ne usava destò sia perplessità che ironia ancora più che per il colore della pelle - politici afroamericani ce n'erano stati anche prima. L'effetto si estende di certo alla musica. Negli anni ci siamo abituati a tutto, dai capelloni ai punk passando per le boy-band e tutto il resto. Per più del 90% del tempo che passiamo con la musica, abbiamo a che fare con dei suoni già sentiti e figure già metabolizzate. La ripetitività è certo la caratteristica assai più diffusa della musica, immaginata o reale. Aspiriamo, in sintesi, a qualcosa ci ricordi i Fugazi nell’attesa di sentire qualcosa di nuovo dei Fugazi, tra un vecchio brano e l’altro… dei Fugazi*. Si pensi al hype attorno al disco dei Messthetics di Joe Lally e Brendan Canty dei Fugazi - di cui in fondo anche sticazzi. La ripetizione nella musica funziona in questo modo: rende gli elementi espressivi sfumati e sempre più fruibili di quelli inediti, per cui la spinta a partecipare - muovere la testa a ritmo o adoperare la stessa estetica da pirla quasi incosciamente - sarà più irresistibile che mai. Può esistere quindi musica senza una ripetizione sensoriale, sia estetica che sonora? In effetti non è un oggetto naturale e i musicisti non sono tenuti a dei requisiti da rispettare. Anzi, nell’ultimo secolo alcuni compositori hanno proprio cercato di evitare, di sabotare, quando non direttamente scardinare questa ripetitività: pensate alle avanguardie ma pensate pure più banalmente ai Sex Pistols. Fa lo stesso. Durante uno studio condotto qualche anno fa dal Music Cognition Lab in Arkansas, sono stati fatti ascoltare dei brani in origine molto simili tra di loro per genere, struttura, eccetera. All’insaputa dei partecipanti, alcuni brani sono stati modificati con un programma audio. Alcuni segmenti sono stati tolti o inseriti. I brani modificati differivano dagli originali solo perché non contenevano una similitudine nella curva sonora. In teoria, così dovevano risultare abbastanza insoliti e sgradevoli. Ma i partecipanti, studenti universitari senza le conoscenze accademiche della musica, le hanno trovate non solo “piacevoli”, anche “più interessanti” e non hanno ritenuto che fossero state create da un computer. Allo stesso tempo, è storia di tutti i giorni il successo o l’insuccesso dettato dalla familiarità di qualcosa o qualcuno nella nostra mente, che poi ci permette di partecipare attivamente a ogni istante che viviamo. Così, il tipo alla Lip-Peep-anche-se-non-è-Lil-Peep verrà riconosciuto come “strafigo” dalla ciurma adorante di quel replay ma un “povero demente” per coloro a cui appare inedito, fino ai casi limite che arrivano a dimenticare o rimpiangere (per dire) i truzzi che di Lil Peep erano formalmente soltanto dei parenti alla lontana, distorcendone nella propria testa il ricordo.
Non tutti gli aspetti della musica hanno bisogno di essere resi più interessanti dalla ripetizione. Una singola nota di violino può suonare musicale anche senza ausili particolari. La ripetizione non spiega perché un accordo minore ci sembra cupo o uno diminuito sinistro, ma forse ci spiega perché una serie di questi accordi ci sembra inevitabile e trascinante. La ripetizione ci spiega perché un taglio di capelli ci fa riconoscere un appassionato di rock da uno di pop, ma non ci spiega perché a distanza di tanti anni e centinaia di look simili le enormi spalline di David Byrne nel 1984 appaiono ai più come strane e affatto invitanti all’ascolto della relativa musica. Percorrendo e ripercorrendo lo stesso sentiero nello spazio di tutta la storia della musica, la ripetizione fa apparire la sequenza di suoni e di immagini meno simile a una obiettiva presentazione di contenuti e più simile a una specie di coda che ci portiamo dietro. Attiva un circuito che ce la fa percepire come qualcosa che ci ricorda in fondo noi stessi, non quello che realmente percepiamo. Il senso di identificazione che proviamo o no attraverso immagini e suoni, e che nella nostra mente fa parte integrante della loro stessa definizione, deve molto all’esposizione ripetuta. Non è casuale. Quando iTunes vi segnala che state ascoltando per la 368esima volta lo stesso album, una piattaforma tra le tante tenta di suggerirvi 68 pagine di artisti simili o cercando una foto dei NoFX vi imbattete in un’immagine dei Prodigy ma non ci fate nemmeno caso, non siete pazzi o maniaci compulsivi. Il problema triste della musica è che ha smesso di ridefinire sé stessa, come invece ancora sembra accedere nel bene e nel male nell’arte contemporanea. C’è un limite e la ripetizione rappresenta la non volontà (o l’incapacità?) di superare quel limite. *Sostituite con chi volete e chi vi rappresenta meglio.