Le teorie riparative per l’omosessualità
Con un gesto senza precedenti si è mosso il Presidente degli Stati Uniti in persona per dire no ai tentativi, solo «dannosi», di «curare» gay, lesbiche, bisessuali e transgender. «La maggioranza delle prove scientifiche dimostra che le terapie di conversione, specialmente se praticate sui giovani, non sono appropriate né dal punto di vista medico né da quello etico e possono causare gravi danni» ha scritto la consigliera Valerie Jarrett nel comunicato ufficiale della Casa Bianca a commento della pubblicazione, sul sito whitehouse.gov, della petizione per una legge che le vieti. «In linea con la sua determinazione di proteggere i giovani americani, questa amministrazione sostiene gli sforzi per vietare le terapie di conversione sui minori», ha aggiunto. Il fenomeno è al centro di feroci polemiche negli Stati Uniti in particolare dopo il suicidio di una ragazza transgender di 17 anni, Leelah Alcorn, che si è tolta la vita dopo che un «terapeuta» religioso ha cercata di convertirla. Ma esiste anche in Italia.
Vittorio Lingiardi – psichiatra, professore di Psicologia dinamica presso la Facoltà di Medicina e Psicologia all’università La Sapienza di Roma e co-autore delle linee guida dell’Ordine degli psicologi per la consulenza psicologica con persone lesbiche, gay, bisessuali – ha espresso con grande chiarezza cosa significhino le teorie riparative dell’omosessualità in un’intervista con il Corriere della Sera. Ecco alcuni punti fondamentali.
«Il grave equivoco “terapeutico” delle riparative è pensare che il terapeuta possa e debba aiutare qualcuno a superare l’omosessualità. Invece deve capire insieme al paziente le ragioni per cui questi non si accetta come omosessuale. Quindi ancora una volta è un problema di omofobia interiorizzata dal paziente, e di eterofilia esplicitata dal terapeuta». Cosa intende Lingiardi per eterofilia? «Uno psicologo o uno psichiatra che ritiene l’orientamento eterosessuale sia preferibile a quello omosessuale è prima di tutto vittima di un’ignoranza scientifica».
«Qualunque tentativo di modificare l’orientamento sessuale di una persona è destinata non solo al fallimento (cosa che per altro aveva già scritto Freud nel 1920), ma anche a procurare sofferenza psichica. Alla non accettazione di sé si aggiungono il senso di fallimento, un pesante crollo dell’autostima e problemi nelle relazioni. Sappiamo anche che le persone gay, lesbiche e transgender che non si accettano hanno un rischio di suicidio più alto».
«Nel nostro Paese pochissimi ammettono esplicitamente di condurre le cosiddette terapie riparative, cioè interventi psicologici e comportamentali mirati a trasformare una persona omosessuale in eterosessuale. Ma una ricerca che abbiamo condotto con Nicola Nardelli e Emiliano Tripodi mostra che anche nel contesto clinico italiano molti terapeuti pur non chiamando le loro terapie “riparative”, propongono ai loro pazienti che non accettano la propria omosessualità percorsi di “modificazione” dell’orientamento sessuale».











