Ed eccoci qua, questa volta posso osare il plurale e simulare un caloroso senso di appartenenza ad una categoria, tribe o subcultura (azzardo), quella di tutti coloro che vivono in Italia (ma or ora forse possiamo tranquillamente dire nel mondo), inseriti anagraficamente tra i 20equalcosa e i 40equalcosa, la macrocategoria sociale che oggi unisce quasi tre generazioni sempre vissute e sempre in vivendi per differenza, e che ora (insieme a tanti altri soggetti avulsi dalla specifica classe anagrafica) condividono l’isolamento imposto dal governo, dal buon senso o dalla paura. A voi la “scelta”.
Come molto spesso accade, di fronte a fenomeni nuovi, di fronte ad avvenimenti straordinari, eccezionali, ex-regola, i primi a muoversi per abbracciare o navigare l’attuale tsunami sanitario/economico/sociale/culturale -mi si permetta di non soffermarmi troppo sul protagonista in questione, insomma, direi che non ci sia bisogno di sottolineare il riferimento più che esplicito e iper-contemporaneo, tecnicamente definito come SARS-CoV-2 -ecco insomma, i primi ad agire nella stessa direzione che gli eventi scatenano, sono stati tutti quegli enti e istituzioni che ingloberò massivamente sotto la macro categoria di Cultura.
Finalmente liberalizzazione di informazioni, aperture digitali dei più importanti musei del mondo, streaming legale su infiniti cataloghi cinematografici, concerti virtuali, pornografia gratuita-concessa-e-consigliata (in questo caso è stata più una legalizzazione mentale e di costume ma vabbè)...
Infinite informazioni, infinite possibilità, infinite libertà, infinita scelta all’interno dei più finiti spazi condominiali, dei più finiti blocchi psicologici, dei più finiti dubbi sul prossimo futuro, dei più finiti sensi di controllo di fronte alla realtà.
E noi? Che si fa? E tu? Che fai? E io? Che faccio?
Personalmente questa situazione (che mi sforzerò di vedere in senso critico e avulsa dalle mie personalissime condizioni vitae) non sta esattamente tirando fuori l’essere umano e anzi, l’essere civico, che fino ad oggi pensavo di essere e/o poter essere.
Uscire di casa, camminare, correre, calpestare terra non domestica, osservare il cielo, gli alberi, ascoltare la città, le voci, i passi, i pavoni e le rondini che iniziano ad approcciarsi alla nuova stagione...sono solo alcune delle cose che negli ultimi anni mi hanno concesso di desistere dalla demenza e di abbracciare, o almeno, sopportare, la banalità della mia attuale esistenza, o forse dell’esistenza in generale. Non c’è nichilismo né volontà polemica né vittimismo in quanto sto elencando, solo semplice, schietta, viscerale e del tutto consapevole, verità personale.
Quando perciò affermo e ammetto di non essere fiera di me stessa, in questo preciso momento storico, lo faccio proprio perché, seppur con incredibili riduzioni e ridimensionamenti, queste attività le sto comunque svolgendo, si veda paragrafo “die” relativo al permesso di uscire per andare a fare la spesa, i.e. uscire con la scusa di dover fare la spesa e dover comprare ciò che viene politicamente considerato come bene di prima necessità, ma in una modalità volta a sfruttare ogni singolo minuto, ogni singolo passo, ogni singolo scorcio che mi è in qualche modo politicamente concesso, allungando e dilatando i tempi, cosa che, fino ad oggi, non avrei mai pensato di dovere/riuscire a fare. Il succo è che bisogna starsene in casa cazzo, è sacrosanto, è corretto, è un’obbligazione finalizzata a un bene più generale, più importante, più giusto e necessario di tutte le nostre piccole scuse, di tutti i nostri vili e piccoli individualismi, di tutte le nostre mediocri necessità, di tutte le nostre becere giustificazioni.
Per riallacciarmi a quanto scritto sopra, alle istituzioni culturali e a tutte le incredibili possiblitià che esse (e molte altre) ci stanno offrendo, partirò con il confessare che oggi ho limitato il mio desiderio di stare fuori con un’unica uscita, breve, diretta; durante questa uscita ho provato, come da innumerevoli giorni a questa parte, a stilare una lista di tuuuuuuutte le cose che potrei fare, di tuuuuuuuuutte le attività che tendo a incastrare all’interno delle mie calcolatissime giornate, per intenderci sia di quello che per mesi ho procrastinato perché non-avevo-tempo, sia di quello che ora mi viene concesso e regalato per poter rendere e affievolire il disagio che la clausura innesca. Nel elencazione mentale ho provato un senso di conforto e stima verso le piccole e insieme grandi trasformazioni che il mio paese sta mettendo in atto per cercare di gestire una situazione di natura anarchica, incontrollabile e difficilmente gestibile all’interno della nostra società e, soprattutto, all’interno del nostro modo di vivere.
In onore di questo, la mia inutile persona e la mia più ancora inutile e silenziosissima voce ringraziano e ringraziano, ringraziano ancora per quel poco e insieme grande che ci viene comunque concesso, liberalizzato e consigliato.
In onore invece del mio personalissimo sentire, della mia personalissima opinione, mi soffermo su quanto, ahimè, non si possano sostituire talune forme di esperienza diretta con la digitalizzazione e/o resa virtuale delle stesse. Lo so bene: questa è proprio una di quelle asserzioni retrograde, passatiste e simil romantiche di cui il passato critico e culturale straripa...Lo so bene, ciononostante continuo a domandarmi come sia possibile, anzi come sia percepibile, una qualsiasi forma di esperienza estetica laddove manchi la sua trasposizione sensibile. E sì, è sempre il solito concetto di perdita dell’aura benjaminiana trito e ritrito -e comunque sempre e per sempre attuale- ma qui non si tratta di riproducibilità di un’opera, qui si tratta di doppia forma di riproducibilità, poiché a riprodursi ora non è solo l’oggetto/opera ma la sua fruizione e tutto ciò che ne consegue. Avere la possibilità di poter consultare un’istituzione museale dal proprio salotto, avere la possibilità di sfogliare il catalogo virtuale di una fondazione mentre si è in seduti comodamente nella propria toilette, avere la possibilità di farsi una vasca calda di pixel tra i corridori del Louvre..sono sicuramente alcune tra le cose più interessanti e, a parer mio, quasi scontate che la tecnologia e la cultura di oggi dovrebbero offrire e incentivare, si tratta di pratiche e consumi che, per quanto meritevoli di lode, altro non farebbero che accorparsi e accumularsi insieme ad altre lodevoli e interessanti pratiche e libertà che la nostra cultura e società connessa e Internet-vivente già abitualmente pratica e consuma.
Ma l’esperienza artistica -e per artistica intendo qui anche musicale, cinematografica, teatrale...- quella vera, non è fatta di occhi sconnessi dal corpo, nè di aipods, nè di protuberanze simil-arti modellate in 3D. L’esperienza artistica, quella vera, necessita di tutte quelle funzioni sensibili che, almeno per ora, noi essere umani disponiamo in quanto specie.
Che allora questo momento di isolamento amplifichi ancora di più le nostre volontà di sentire, provare, vedere, ascoltare, toccare, odorare e percepire con tutti i nostri sensi e, insieme, con tutta la nostra sensibilità e, insieme, con la mente aperta e affamata... così da recarci e così da essere pronti a vedere la prossima mostra, retrospettiva, ma anche opera teatrale, film al cinema -insomma quel che si vuole- e poter ricordarci e risentire quell’estasi che l’esperienza estetica ci regala, ogni volta in maniera differente.