Il Rifugio
Nell'angolo di quella stanza... un mobile non è solo legno... è una cicatrice che ho imparato a curare.
Ho passato ore a levigare le sue venature, togliendo strati di vernice vecchia fino a sentire, sotto le dita, il battito di una storia che non voleva morire.
Ora... è il mio tempio oscuro. Qui, il mondo fuori perde di consistenza. Tra piume inquiete e il fumo dell’incenso che si attorciglia come un serpente, i miei gufi sorvegliano il perimetro.
Sono guardiani di un tempo fermo, immobile.
C’è il sale che assorbe il rancore, l’acqua che riflette le ombre, e una sfera di cristallo che non rivela il domani, ma costringe a guardare dritto ciò che resta quando la realtà si sbriciola.
Su questo altare, il confine tra qui e altrove diventa sottile come carta velina.
C’è l’odore di un’infanzia che si sfilaccia in un orsacchiotto logoro e un volto in cornice che sfida l’assenza, inchiodato in un eterno presente che ancora respira.
Quando mi siedo qui, la maschera cade.
Non cerco spiegazioni, cerco solo di sentire il peso della mia stessa esistenza.
Lascio che le lacrime scendano: non è debolezza, è un rito. È il veleno che esce, un fiume nero che trascina via la zavorra che mi schiacciava il petto.
Basta un granello di sale, il fumo che danza, e l’invisibile diventa l’unica cosa che conta.
In questo spazio, dove la luce non arriva, la verità si fa carne.
Qui non sono sola.
Sono, finalmente, dove le ombre mi riconoscono.
"What I saw was always there, in the unseen, everywhere."













