Ci siamo tutte, le persone che sono, sono stata, io.
Il mio riflesso allo specchio sembra una mosaico di me – la bambina insicura che per un distinto non è tornata a casa, la bambina ancora più piccola che si taglia il mento dondolando sulla sedia, quella un po’ più grande ma ancora più fragile che si ustiona la fronte con la piastra perché i capelli crespi non fanno arrivare l’amore (come se l’apparecchio ai denti non bastasse, come se essere me mi avesse salvato dalle risate di scherno – l’ho mai detto che le sento ancora? – come se l’adolescenza non stesse già ferendo la parte più vulnerabile di me). Vedo il neo sotto l’occhio destro che ho da sempre, anche la donna che sono a 15 anni, l’orgoglio e l’ossessione per il mio primo amore, vedo anche l’incertezza del seno troppo piccolo, la cellulite troppo vasta, le smagliature, i peli, il dolore, i miei “non mi guardare”, i miei “desiderami di più”. Vedo tutte le volte in cui mi sono annientata per non essere abbastanza, non abbastanza per i bambini, poi uomini che ho voluto, non abbastanza per me stessa, alla fine, e la consapevolezza che quella mancanza non potrà probabilmente colmarsi mai.
Eppure vedo la me di adesso, un corpo segnato dall’inchiostro, modellato dall’esercizio, vedo i capelli lunghi, come mai li ho portati, come sempre li ho voluti, e penso di essere la persona che sognavo per me a 12 anni, nei miei racconti, nelle mie fantasie.
Guardami, bambina, guarda dove siamo arrivate, guardaci belle e potenti, dimentica le lacrime che abbiamo buttato, dimentica la solitudine, dimentica che ti ami solo tu. Guardami splendere perché da sola non riesco, perché ci saranno altre mani a toccarmi – a parte le mie – perché non può essere finita a 24 anni, perché non può finire adesso.
“come mai qui?”







