Parliamo di fotografia (e di fotografi)?
Salve a tutti :)
Come primo, primissimo post di questo blog nuovo di zecca, mi piacerebbe riallacciarmi a un discorso già trattato da altri, ma credo non abusato.
Parliamo di fotografia.
Si può fare?
Ma in quali termini?
Lo scrittore Alessandro Baricco ha recentemente rilasciato un’intervista al quotidiano La Repubblica il 9 Marzo 2014 (é passato tempo, ma tant’é…) che ho rintracciato in versione completa su questo sito:
http://www.ilpost.it/2014/03/09/alessandro-baricco-storia-fotografie-vivian-maier/
(Prima di continuare, vi consiglio di leggerlo a fondo.)
Probabilmente molti l’avranno trovato piuttosto netto, a tratti lapidario: lo scrittore, partendo dalle sensazioni ricevute dalle foto della Maier esprime un giudizio, direi, draconiano sul mondo della fotografia d’oggi e particolarmente sulle tecniche del digitale.
Ora, premetto che io amo moltissimo l’analogico e da anni utilizzo la pellicola e la camera oscura per tutto ciò che non fa parte dei lavori su commissione (matrimoni, eventi e così via), preferendola ad un workflow digitale che comunque per il mio mestiere so maneggiare.
Trovo anche io, da addetto ai lavori, che l’opinione di Baricco sia un po’estrema.
Ma leggo in giro che su questa storia c’é anche tanta polemica: che non doveva permettersi di parlare, che non essendo addentro al mondo della fotografia (ma come facciamo a dirlo? Chi lo conosce di persona?) non potrebbe esprimere giudizi, e così via.
Come ho scritto sul Blog del buon Michele Smargiassi de La Repubblica, non credo che sia corretto che a parlare di fotografia e di fotografi siano solo, e strettamente, gli addetti ai lavori (o presunti tali).
La fotografia è cultura e come tale, che sia organizzata o meno a livello “disciplinare” nel nostro paese, gode delle proprietà dell’interculturalità (e pure, come conseguenza di ciò, dell’interdisciplinarità).
Alla luce di questo sono convinto che una persona di cultura, quale che sia la sua provenienza, possa esprimersi liberamente: un parere esterno (appunto, non da “addetto ai lavori”) e un punto di vista differente potrebbe essere anche illuminante e arricchire il lettore, così come il nostro lavoro.
Questo purchè chi legge, così come chi scrive, abbia quell’umiltà di fondo che serve a non travisare le opinioni – proprie o altrui – trasformandole in fede.
Ovviamente esiste il rischio di intercettare anche pareri che non si condividono, così come (esagerando… ma non troppo) di assistere a “sparate” di chi non ha preparazione, non ha cultura e soprattutto si pone in maniera da emettere vaticini in luogo di opinioni o riflessioni personali.
Attenzione però: una cosa del genere può capitare a tutti. Ma proprio a tutti.
Anche a coloro che, un po’ addentro alla fotografia, guardano in cagnesco chi, da altro mestiere, parla del nostro.