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Remember, don't chuck out your recycling tomorrow! #ruhetag das Braunglas - brown glass . . #dailydeutsch #learngerman #deutschlernen #deutschkurs #braunglas #brownglass #recycling #igersberlin #ig_berlin #berlin (at Berlin, Germany)
Ruhetag
24.06.2018
Am heutigen Sonntag war der verdiente Ruhetag...
Mi piacerebbe spiegare a parole quello che vedo – a colori.
Diventa sempre più difficile intavolare un discorso che abbia come centro i miei interessi e soprattutto i miei modi di pensare. Non che io abbia chissà quali interessi e chissà quale pensiero articolato, una mente che non riesce a ricordare cosa ha letto, chi ha detto cosa si ritrova con ancora meno risorse per rendere il discorso complesso. Eppure diventa difficile fare una critica al sistema, parlare anche di malattia mentale. Si tratta di dover dire sempre le quattro cose banali, ma soprattutto moraliste e perbeniste. L'ultimo, episodio recentissimo, riguarda proprio i disturbi mentali dove dico che vedere un disturbo così esplicito – e quindi facilmente riconoscibile anche a chi non è medico, sottintendo – mi sorprende e mi fa lollare. Utilizzo proprio questo termine lollare che viene frainteso, ovviamente, e vengo presa per una che ride dei disturbi mentali. Una che prende antidepressivi, è alla sua terza psicoterapia, ride dei disturbi mentali. Fosse stato detto da qualcuno che non mi conosce ci poteva anche stare questo fraintendimento, ma detto da una persona che mi conosce da più di dieci anni è avvilente e disturbante un'affermazione del genere.
Armata di coraggio e una strana calura addosso decido di vestirmi leggera. Camminare con solo lo strato esterno dei vestiti, senza altri strati sotto insomma, è divertente! Avevo dimenticato la leggerezza di indossare vestiti e non sentirmi infagottata. Scelgo anche di mettere il giubbino corto e leggero. Al momento non sembra sia stata una buona scelta quella di dare ascolto a questa voce coraggiosa. Confido nel sole di Bolzano.
Intanto ascolto i pain of salvation spinta dal ricordo di un tipo che fa video porno amatoriali e che il mio cervello ha deciso di far somigliare al cantante dei pain of salvation, appunto. Non è un tipo particolarmente bello, abbastanza esile, per niente muscoloso, capelli molto lunghi brizzolati, barba. Un uomo abbastanza normale, insomma, ma che a me sembra sensuale, neanche arrapante ma sensuale. Mentre Daniel ha deciso di tagliare la barba spezzando il mio cuore, nonostante questa scelta infelice la sua voce resta comunque tra le più sensuali che abbia mai sentito. Ascolto allora il mio album preferito Remedy Lane battendo i piedi a ritmo e agitando la testa nei momenti di più enfasi.
Le nuvole iniziano a farsi più rade, il sole sembra già scaldare. Bolzano rimane sempre una scelta felice.

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Sogno di essere in un letto d'ospedale con due flebo attaccate ad entrambe le braccia. Non potevo muovermi perché piegare le braccia significava sentire il bruciore dell'ago interno, vedere le cannule riempirsi di sangue. Avevo il terrore dunque di muovermi – conosco bene quel dolore, so che non è così insopportabile ma nel sogno ne ero terrorizzata –, avevo anche il terrore che finisse la flebo e dunque entrasse aria. Ero letteralmente immobile a letto, con le braccia larghe distese lungo i rispettivi fianchi. Parlavo non ricordo con chi, forse una paziente vicino al mio letto. Non ricordo altro, solo questo e mi sono svegliata col fiato un po' corto, un po' di ansia in petto per la paura.
Frena l'autobus e cade la borsa finendo sotto al sedile difronte, esclamo piano ma facilmente udibile da quelli seduti di fronte a me 'u cazz. Ricordo allora che ogni santa mattina, quando scendo mezz'ora prima del mio turno perché non ce la faccio a fare tutto quello che devo fare nella mezz'ora canonica stabilita da una fuori di testa, solitamente bestemmio sempre col tubo dell'aspirapolvere, allora le prime parole della giornata sono appunto 'u cazz, spesso inserito all'inizio di due bestemmie per creare un trittico di scristo mattutino a mio parere molto divertente: 'u cazz 'a maronn e gesucrist. Quasi ogni santo giorno allora inauguro la mia giornata di schiavitù con questa bestemmia. Poi entro in mensa, saluto, mi chiedono come va ed io rispondo sempre Male, sempre male ma va tutto bene. Ieri mi hanno chiesto Sei già scazzata? Io rispondo Sì, cioè non particolarmente rispetto agli altri giorni ma nella media come gli altri giorni. Bello essere una donna indipendente (?).
Ho tre giorni liberi e me li passo via dall'hotel, porto con me due libri Rovelli e Lingiardi, indecisa quale iniziare a leggere dato che ieri ho finito addirittura un romanzo. La mia scelta, allora, molto prevedibilmente ricade su Lingiardi, un libro sul masochismo. Ripenso che domani ho un colloquio conoscitivo con uno psicoanalista per iniziare psicoterapia online. Mi dico che devo scrivermi il discorsetto iniziale da fare. È un freudiano, accoglierà le mie reazioni traumatiche a dei traumi che fondamentalmente non ci sono stati? Accoglierà i miei problemi col corpo e col cibo e dunque col sesso e la mia immagine? Accoglierà la mia eterna insoddisfazione, la mia eterna indecisione, le mie continue dimenticanze? Capirà che si tratta di sciogliere un grumo, che si tratta di un lavoro lungo e profondo e che di certo non possiamo affrontare un problema alla volta perché per me è tutta un'urgenza? E a proposito di urgenza, capirà e accoglierà questo mio stare continuamente in allarme? La mia tensione muscolare, i miei tremori notturni che sebbene meno frequenti rispetto al passato sono comunque tornati? Accoglierà soprattutto il fatto che io leggo di psicologia e spesso anche letture specifiche, non tanto libri divulgativi ma libri che devi ordinare perché normalmente non si trovano? Non lo so. So che è un uomo perché l'ho scelto uomo, so che ha sessantadue anni perché l'ho scelto più adulto di cinquant'anni e casualmente è venuto fuori lui e sessantadue è l'età di mio padre. So anche che nonostante tutto sento di non aver molto da dire, che ho delle resistenze al pensiero di parlare e confidare per l'ennesima volta in una psicoterapia visto che ben due (tre se mettiamo quella insignificante dall'inizio) si sono concluse con un nulla di fatto, che questa volta se non riesce la psicoterapia ci rimetto i soldi delle sedute. Lo saprò domani o forse neanche domani.
Entro per la prima volta in questa pasticceria già un mesetto fa, poco dopo scopro che è calabrese, ovviamente entro perché vedo in vetrina un cannolo alla ricotta, la volta successiva ci prendo un cornetto con la ricotta. Odio i luoghi comuni ma alla fine mi viene confermata la diceria che al sud il cibo è più buono. Non so il cibo in generale qua ma le pasticcerie altoatesine sono come gli altoatesini stessi: le guardi e pensi wow sembra tutto invitante e buono, li assaggi ed è tutto insignificante solo che però ti costano un rene. Gli altoatesini sono così: a guardarli sembrano tutti o quasi interessati, poi capisci che sono più teste bacate delle teste bacate e che ti fanno pagare anche l'aria che respiri. Allora ogni volta che sono libera vengo in questa pasticceria che ha un nome che però mi dà sui nervi perché melavenda è bruttissimo, dai, solo uno del sud e soprattutto calabrese poteva inventarsi un nome tanto di merda. Ma va beh. Almeno mi fornisce l'unica cosa positiva della mia terra e cioè i dolci alla ricotta, ovviamente la materia prima – la ricotta, appunto – non è la stessa e un cannolo te lo vendono quasi il doppio di quanto lo prendo giù, ma va bene così. Niente come questo posto ti insegna che devi pagare caro per un po' di pseudo felicità.
Basta addentrarsi un minimo in questo parchetto per sentire il rumore delle macchine attutito, il gorgoglio del fiume poco più sotto, due signore parlano in spagnolo sedute in una panchina poco distante da me. La giornata qua è bella, leggermente ventilata, abbastanza soleggiata. Mi godo un po' di questa aria piacevole, tra la cefalea tensiva e l'angoscia. Mordo aggressivamente il labbro inferiore, mi dico che è per la tensione del mal di testa.
A volte mi chiedo dove finisce l'angoscia ed inizia la derealizzazione, tutto sembra un'allucinazione ed io non so capire quale sia il pensiero giusto da fare, l'immagine giusta di quella persona da avere, cosa mi sto inventando e cosa è più vicino alla realtà. Allora mi chiudo in me stessa e abbasso le aspettative per non rimanere delusa. Non ho nessuna parola da dire, nessun pensiero da articolare, mi dedico ad un lutto che non è avvenuto, mi lecco delle ferite che non ci sono state. Allora cosa lecco? Forse è quella che Maurizio Balsamo chiama “allucinazione di assenza”, dice: il soggetto tenta di riscoprire l'assenza, di creare qualcosa al posto dell'altro originario, ma nel venir meno di questa possibilità, fallito il tentativo di ricostruzione positivizzante, l'altro si istituisce, nel tentativo comunque di assicurare una permanenza, come un oggetto che investe il soggetto mediante una allucinazione negativa. Con ciò, stabilendo un rifiuto del riconoscimento del senso di esistere che assumerà allora valenze persecutorie, e che definirà la costruzione di un oggetto stabile nel tempo, ma in negativo. Il diniego dell'essere diventa strutturale e l'opera non è solo la traccia di un combattimento, ma la traccia dell'inutilità di ogni resistenza.
Man mano che il sole inizia a tramontare mi accarezza il volto, sento un leggero calore sulla guancia destra. Mi sembra di essere tornata indietro di un sacco di anni, una eternità dove tanto è iniziato ma solo per fare dei giri vorticosi su se stesso, indietro in un tempo dove la solitudine era l'unica prospettiva possibile. Adesso mi sembra sia l'unica condizione concessami.
A carponi mi sposto dai piedi alla testa del letto e mi ficco nuovamente sotto le coperte. Il riassunto della mia mattinata.
C'è una velo nero davanti agli occhi, è leggero, non mi impedisce di vedere attraverso, ma tutto è ombrato, grigio scuro. Il filtro naturale della tristezza, della stanchezza. Alla testa c'è invece una pressione che parte dall'interno e sembra voler fare esplodere le tempie, gli occhi, spezzarmi la mandibola.
Chiudo di nuovo gli occhi e sono altrove. Sono in un posto sicuro, in un letto avvolgente e caldo, al mio fianco c'è qualcosa o qualcuno, non ha un volto, non ha mani , sento solo il suo calore morbido. La voce è indistinguibile, mi ricorda qualcuno. Un fantasma che non so se ho immaginato tempo fa, se è reale o no, un'idea bella che mi sono fatta ma che resta inafferrabile, intangibile, allungo le mani per afferrarla a me ma sfugge sfugge sempre, a volte sembra evaporare e poi ritorna e poi sembra sparire di nuovo ed io non capisco, non capisco, non capisco. Questo posto sicuro non ha un nome, quel corpo accanto a me non ha un sesso, non ha un volto, la voce solo vagamente associabile rimane un miscuglio indistinguibile di parole che non afferro. Dovevo sentirmi al sicuro ed invece mi sento di nuovo esposta. Apro gli occhi e la luce mi ferisce, il silenzio mi ferisce.
La mia gabbia d'oro luccica troppo in questa giornata soleggiata ma buia, buia a causa di quel velo di cui sopra. Ho ai piedi qualcosa di pesante, la guardo per capire cos'è, è la libertà. Me la trascino, mi impedisce di camminare agilmente, affanno, mi trascino alla finestra, guardo fuori e vedo un muro di cemento. La cella d'oro all'interno di un carcere. Tra le mani ho una chiave, una voce dall'interno mi dice che si chiama potere d'acquisto, una chiave piccola. La chiave per stare in società. Ma come faccio, come faccio se ho questa palla di ferro al piede, se sono dentro questa cella? Non importa. Ho in mano la chiave del potere. Così piccola? Così piccola perché piccole sono le possibilità che mi concede. Posso aprirci questa gabbia allora? Ovvio che no. Funziona solo grazie alla gabbia. Ritorno con aria mesta a letto, la chiave tra le mani, sono legate anche loro. Eppure non ero libera? Mi siedo sul letto. Riposa mi dico, hai bisogno di riposare, di dimenticare, di riprendere energie. La chiave è piccola ma ti costa tanto in termini di sofferenza, di energie, dormi sussurro. Ho l'impressione che una mano mi accarezzi la fronte scostandomi i capelli. È sempre quell'idea. Scompare di nuovo. Mi addormento.