Lost
Non ho più molta fiducia in questa umanità perlopiù assai infelice che dice e dice e si parla addosso ma che non ascolta egoista quasi sempre egotica talvolta che si sta scollando che sta precipitando in un baratro, un fosso anche se, invero di quest'umanità cosiddetta non riesco del tutto a farne a meno. Perché non riesco a combinare alcunché per me soltanto: perdo il filo, il senso, l'obiettivo vengono a mancare la direzione e pure il verso; solo con me stesso, divento perso. C'è che quel che gelosamente serbiamo, aspettando un chi o un quando migliori - e chissà chi; e chissà quando - ovvero, tutto ciò che ci rifiutiamo di dare senza gli altri, che ce lo abbiamo a fare. Sarebbe un po' come sentirsi capitani coraggiosi solitari che non abbandonano la nave in un mondo senza più oceani dove anche l'ultimo mare è evaporato come un aroma, un’essenza e dal cielo più non piove sui deserti di rovi e rovine, non piove su costole scoperte e coste esposte e fiumi in secca su covi di serpi e sterpi spinosi e moli della Giudecca ché anche il cielo, di pioggia e clemenza sembra sia rimasto senza.
Eppure ci sono coste tènere di pietre dure profumate di rosmarino e verdure e altri aromi, altre essenze arbusti come verdi nuvole generose coste e macchia e rocce che si fanno porti cale naturali sulle quali attraccare e riposarsi dal mal di mare dal quel dondolarsi di muscoli e budella che rendono ondoso il moto venoso che pompano sangue con cuore di vento e liquida e ondosa pare la terraferma quando le gambe ci tornano a camminare dopo la lunga traversata per scappare da guerra, fame, paura sempiterna o altri oceani di umanità contaminata per sbarcare in mondi d’oltremare dove la morte stessa non appaia una questione di ogni giornata. Altrove, non so dove in chissà quale altra baia ci sono ancora acque chiare nelle quali potersi specchiare o nuotare insieme agli squali senza nulla da temere al largo di spiagge su isole sulle quali non c’è nulla da tenére in serbo, neppure il rancore poiché tutto si è già perduto anche il riserbo e il pudore anche il filo di plastica di questo sfilacciato pensare già troppo lungo e intricato come una lenza o una rete fatta per impedire fughe di pesci liberi da intrappolare adatta a soffocarci tartarughe delfini balene narvali da ammazzare.
A proposito di animali: ho visto un elefante nuotare nella corrente fangosa per salvare un uomo; abbrancarlo con la sua proboscide e riportarlo a riva. Un occhio di plastica e vetro, maneggiato da un secondo uomo, riprendeva la scena pietosa per mostrarla al resto del mondo: ma l’umanità che guarda è tutta di plastica o quand’anche volesse brillare è trasparente di silice comunque trasparente, inanimata. Elefante, amico mio che di te non so nulla tu hai sicuramente un’anima e con te molte altre specie e forse all’umanità sì detta dovremmo cambiarci il nome se l’Umanità, cosiddetta poi alla fine ce la insegnate voi.
Fine, non ho più nulla da scrivere né probabilmente da dire anche al di là di queste righe scritte per me soltanto. Arrivo all'ultimo verso: e di nuovo, mi sono perso.













