"Oggi, sabato 12 ottobre, giornata orrenda," scriveva Emanuel [Ringelblum] sul suo diario nell'autunno del 1940, descrivendo l'incombente mutazione della sua Varsavia. "Gli altoparlanti hanno annunciato la suddivisione della città in tre parti: un quartiere tedesco che comprende il centro e via Nowy Świat, un quartiere polacco, e un quartiere ebreo." E "a poco a poco, il Ghetto si va formando," aggiungeva. In quei giorni caotici lo Judenrat — il Consiglio ebraico che aveva avuto dai nazisti l'incarico di "governare" la sua comunità — era letteralmente "assediato da centinaia di persone che volevano sapere quali fossero le strade incluse nel Ghetto". I mesi precedenti alla costruzione del Muro [...] erano passati tra continui tentativi di scambi di appartamenti, tra sovrapporsi di informazioni contrastanti, tra momenti di puro "sgomento" perché nessuno sapeva come sarebbe andata a finire — "Non c'è neppure una strada di cui si sappia con sicurezza che sarà compresa nel Ghetto," scriveva Emanuel pochi giorni prima che gli ebrei di Varsavia iniziassero a essere murati. "Ho sentito di un tale che ha cambiato casa sette volte per via del continuo spostamento dei confini del Ghetto. Un'altra persona, quattro volte." Solo la gente venuta da Łódź, appuntava Emanuel, "sa già cosa significa vivere nel Ghetto".
Carlo Greppi, L'età dei muri, Feltrinelli (collana Varia), 2019; pp. 57-58.











