La mente non è il cervello fisico
Che il corpo biologico sia indispensabile a renderci coscienti, è indubbio. Diversamente non avrebbe senso trovarci in questo stato. Il dubbio arriva quando certi stati si coscienza (e di consapevolezza) non corrispondono a un’analoga attività del corpo biologico. Ho anche un piccola esperienza personale che vorrei raccontarvi.
Mia madre si ammalò di Alzaimer. Mia moglie ed io non ci sentimmo di affidarla ad altri, e decidemmo di accoglierla in casa nostra e curarla come potevamo. La decadenza psichica di mia madre seguì tutti i passaggi di questa malattia: c’è una perdita progressiva e inesorabile delle cellule cerebrali, con la conseguente mancanza di tutte le funzioni più nobili di memoria, cognitive e associative della corteccia del cervello. Insomma la persona arriva al punto di non riconoscere niente dell’ambiente che la circonda e di non poter più nemmeno istruire un pensiero razionale né parlare coerentemente: praticamente uno stato vegetale. Queste modificazioni celebrali, al culmine del loro processo, portano alla morte. Poco prima di questa ultima fase, una sera, mentre mia moglie ed io la stavamo accudendo, mia madre, che stava sonnecchiando, aprì gli occhi e con uno sguardo stupito ma lucido come da mesi non vedevamo, esclamò: “sono qui da voi?” Si guardò intorno e sembrò comprendere. Poi ci fissò alternativamente e con un sorriso dolcissimo disse: “Grazie per quello che avete fatto”. Poi richiuse gli occhi e dopo pochi minuti spirò senza riprendersi. Immaginate il nostro stupore e la nostra gioia per quell’ultimo saluto, impossibile scientificamente.
Quale processo si è innestato in quel cervello, ormai distrutto? Non c’è nessuna teoria scientifica che può spiegare un simile avvenimento, se non ipotizzare una consapevolezza dislocata altrove che, in un ultimo sforzo, è riuscita a istruire quei pochi neuroni, ancora sani, a formulare quelle ultime parole.
Questo è solo un piccolo esempio di fenomeni analoghi o anche diversi, ma che dimostrano un'indipendenza totale, della personalità dell'individuo dal sua organo biologico, anche se in circostanze particolari.
A questo punto vorrei esporre una riflessione forse azzardata, forse fantasiosa, ma con degli spunti di razionalità che possono essere accettati da una logica filosofica che non faccia torto alla nostra ragione.
E’ indubbio che tutto ciò che arriva alla nostra percezione o osservazione, non solo ha una caratteristica di dualità (io sono separato da ciò che osservo), ma deve subire un processo di "traduzione" attraverso i sensi; ancora di più attraverso la propria sensibilità che travalica i sensi propriamente detti. Questa sensibilità, a volte, riesce a rendersi autonoma persino dai processi psichici ordinari producendo delle sensazioni, emozioni e una consapevolezza che trascendono ogni biologia conosciuta.
Per quello che mi sembra di aver capito e sto ipotizzando, noi, in questo momento, stiamo esprimendo solo una parte della nostra coscienza. E’ questo il limite che ha generato il corpo fisico e tutta la struttura psichica (infatti sappiamo che il nostro bagaglio inconscio è molto più esteso della coscienza consapevole, tanto da arrivare ad ipotizzare un inconscio collettivo). Il principio che ha generato tutto questo, è in uno stato “d’essere”, quindi molto più onnicomprensivo e pervadente di quanto si può immaginare nella nostra percezione consapevole. Ma è anch’esso limitato nella sua espansione; tanto che ha la necessità di focalizzare la sua attenzione su “parti”, e creare, così l’ambiente idoneo a manifestare questi limiti e superarli di conseguenza. Se la nostra coscienza (che travalica la sfera materiale che conosciamo) fosse arrivata al limite massimo della sua consapevolezza, ma intuisse, una possibilità superiore a cui non può accedere, se non con delle qualità diverse, ancora da sviluppare, non cercherebbe forse di trovare l’ambiente più idoneo per far maturare quelle specifiche qualità, e non altre? Cosa sarebbe un mondo fatto esclusivamente di suoni, per chi non ha ancora sviluppato l’udito? Ecco che la necessità dell'essere (dello spirito?) va a formare la materia, la plasma nella struttura adatta a contrapporre i limiti e il loro superamento. Forse è per questo che siamo qui. Ed è per questo che il corpo fisico ha la prerogativa di nasconderci tutto quello che non è utile, esaltando, invece, quelle parti di consapevolezza, le quali hanno necessità di raffinarsi, imparare, espandersi nella direzione che è necessaria. Forse è per questo che esistono eccezioni, esperienze e momenti in cui particolari stati di coscienza, aprono uno spiraglio nel velo di ciò che pensiamo d’essere.
Qualcuno ha detto: “Non siamo il nostro corpo fisico, non siamo la nostra mente e nemmeno le nostre emozioni. Noi siamo il Pensatore.” Questo Pensatore non siamo noi, così come ci sentiamo, ma è alla radice del nostro essere. Qualche volta ne scopriamo gli indizi, e ne intuiamo la manifestazione ai limiti del nostro orizzonte percepibile.
Ho azzardato questa riflessione perchè ho trovato un filmato del Dott. Bruce Greyson, uno dei massimi esperti di NDE, psichiatra e direttore della "Division of Perceptual Studies" della Virginia University, in cui esamina la questione del rapporto tra mente e cervello basandosi sulla fenomenologia legata alle esperienze di premorte, in cui fa riferimento a casi analoghi a quelli che ho raccontato di mia madre: http://www.youtube.com/watch?v=S_cgliFjlZk













