“ Una drammatica scrittrice operaia* è stata crudele contro il tempo libero; ma il suo diario nero dice la verità sulle fabbriche? Qui, nel cuore di una fabbrica, accade spesso di ripensarci, di confrontarlo. Non c’è occasione migliore. Tuttavia non vi riusciamo; per le condizioni che mutano, perché passo tante volte dietro le schiene dei nostri delle presse ma ancora i loro veri pensieri mi sfuggono. La sociologia va sempre in cerca del suo metodo d’indagare e lo insegue. Se provo io a lavorare alle presse, io non sono loro. Se li interrogo, possono mentire. Se li osservo, posso descriverli, ma non capirli. Se mi metto nella loro testa, posso inventare un monologo interiore sbagliato. Essi, dovrebbero esprimersi; eppure, dal momento in cui si esprimono, tradiscono o superano quel silenzio caratteristico della condizione operaia, la quale, forse, non è deducibile che da segni indiretti, dalla vita esterna alla fabbrica. Allora? Per la famosa scrittrice operaia nell’automatismo uomo-macchina una parte di attenzione umana viene sempre assorbita: il dolore è provocato dalla fantasia che vorrebbe, potrebbe liberarsi, mentre una corda continuamente la ristrappa contro gli scatti della macchina; la peggiore, la più avvilente, sarebbe questa libertà dimezzata e finta, contro la quale il tempo libero non serve. L’autrice crede che le riduzioni d’orario siano moralmente false. Essendo la vita degli operai, degli uomini, materiale e spirituale, dentro il lavoro, di che cosa si alimenteranno fuori della fabbrica? Nel lavoro devono essere liberi, cioè nel momento in cui vivono; e il tempo libero non ha senso se non è ritagliato dal lavoro.
Il tema cupo e catastrofico dell’alienazione marxista risuona nel fondo di tutte queste interpretazioni. Causata dal non possesso degli strumenti produttivi o dalla sola organizzazione scientifica e dalla suddivisione del lavoro, insomma dovuta al capitalismo o problema anche di una società socialista – l’alienazione è il cancello di ferro che trattiene chi lavora, lo isola in una responsabilità così frazionata e lontana dagli ultimi scopi, da violare l’istinto, la volontà , l’intelligenza. Tutte le relazioni umane del mondo arretrano ma non strappano questo cancello.
La disoccupazione cronica, invece, muta davvero la prospettiva della condizione alienata: l’alienazione vera, storica, qui a Santa Maria è la disoccupazione, la quale precede ogni problema industriale, pur essendo contemporanea di una civiltà industriale. “
*Simone Weil, La condizione operaia (La condition ouvrière); lettere ed osservazioni maturate nel biennio di lavoro 1933-34 nelle fabbriche metallurgiche di Parigi, raccolte postume dalle Éditions Gallimard nel 1951; l’opera fu tradotta da Franco Fortini e pubblicata dalle olivettiane Edizioni di Comunità nel 1952.
Brano tratto da:
Ottiero Ottieri, Donnarumma all'assalto, Garzanti, 1972¹; pp. 110-11.
[1ª edizione: Bompiani, 1959]