Una delle cose che mi ha colpito dei due episodi usciti fino ad ora de Il Corsaro è la scrittura del rapporto genitori-figlio.
Nel primo episodio vediamo i sogni di Malcolm contrapposti a due genitori apparentemente ottusi, i quali rimangono momentaneamente messi da parte mentre il protagonista si lancia nell’avventura che lo vede affrontare il suo primo viaggio non senza insicurezze e ripensamenti, che lo portano a legare con un certo Joe Smith dall’atteggiamento sbruffone ma amichevole.
Joe però non si rivelerà chi dice di essere e in questo ci vedo un monito molto attuale: non sempre chi ti prende per mano incoraggiandoti a seguire i tuoi desideri lo fa per altruismo, specialmente se nel farlo ti mettono contro le persone che ti hanno cresciuto che pur con tutte le incomprensioni e gli errori che ci possono essere di solito ai figli ci tengono davvero. Lo intravediamo quando vengono mostrate le loro facce tristi nel momento in cui Malcolm se ne va sbattendo la porta e lo capiamo ancora più a fondo nell’episodio successivo.
Magari diventare corsaro era il destino di Malcolm, ma non era certo una scelta da prendere a cuor leggero. Sarebbe stato strano se lo avessero lasciato fare senza dire nulla. Joe aveva un secondo fine, per quanto sono convinta non mentisse del tutto quando ha detto che Malcolm gli era simpatico. In ogni caso, nel bene e soprattutto nel male, Joe dà a Malcolm la sicurezza di cui aveva bisogno e il suo viaggio prosegue, pur tra colpi di scena e tradimenti, fino a quando durante una sosta, Malcolm vorrebbe scrivere alla famiglia, ma rancori ancora caldi nella sua mente glielo impediscono.
A questo punto si crea un parallelismo interessante con una coppia di fratelli: il maggiore aveva deciso di seguire il desiderio di avventura unendosi alla marina, mentre il minore era diventato pirata per vendicarsi dell’abbandono del primo.
Ci si potrebbe aspettare che Malcolm si identifichi nel primo, che come lui ha seguito i suoi sogni, e si limiti a compatire l’altro. Invece capisce che in quel momento somiglia di più al rancoroso pirata e ne prende le distanze, riconoscendo in cuor suo che la ragione non sta tutta da una parte.
Il finale coi genitori che ricevono la lettera del figlio è molto toccante e fa venir voglia di sapere quali sono le parole che Malcolm ha trovato per loro (ma è più elegante che la narrazione le lasci solo immaginare).
Mi chiedo però se Malcolm abbia effettivamente messo da parte questo argomento o non sia destinato a seguire una rotta simile a quella di Paperone nella saga donrosiana, che più viaggiava da solo e lontano dalle sorelle più trovava scuse per rimandare il ritorno a casa.
Malcolm ha perdonato i suoi genitori ma non può sapere se loro hanno fatto lo stesso con lui. E chissà se un eventuale ritorno di Joe Smith non farà leva proprio su questo, convincendolo a passare al lato oscuro.
Di Joe Smith spero verrà approfondita la psicologia. Ho apprezzato come il gesto di generosità di Malcolm nei suoi confronti abbia innescato un effetto opposto a quello che ci si sarebbe potuti aspettare, vista una certa tendenza a narrazioni buoniste.
Se prima sembrava solo che Joe fosse uno scapestrato in fuga dai debiti che diventava cinico per sopravvivenza, ora rimane l'idea che Malcolm dovrà fare i conti con una realtà ben più complessa. Forse l'odio di Joe nei suoi confronti viene da qualche misteriosa faida tra clan? Il fatto che alla fine parlasse di avere un conto in sospeso coi De Paperoni (plurale) mi dà da pensare.
Se portato avanti con cura, potrebbe diventare un antagonista per certi versi simile al personaggio di Heathcliff: un personaggio distruttivo che non conosce mai una vera redenzione ma che non riesci a disprezzare fino in fondo perché senti che il male che ha dentro non è nato dal nulla. Un personaggio che quasi quasi alla fine ti fa pena, non perché lo giustifichi ma perché sembra strutturalmente incapace di cambiare in meglio e che se per caso ne fa una giusta la fa quasi per sbaglio o per mancanza di scopo.












