La paura è l’emozione che proviamo quando siamo dinnanzi a un pericolo, la paura è il campanello d’allarme che attiva il nostro istinto di sopravvivenza, che ci fa conservare la vita. La paura minaccia uno dei bisogni primari e fondamentali dell’essere umano, il bisogno di sicurezza. Nella piramide dei bisogni di Maslow, dove i bisogni che stanno alla base sono i più importanti, sono quelli necessari per dare stabilità all’essere umano, il bisogno di sicurezza è il secondo dopo le esigenze fisiologiche (mangiare, bere, dormire, ecc,) e precede il bisogno di affiliazione (relazioni sentimentali, familiari, amicali, sociali, ecc.).
La paura di un pericolo per la nostra vita minaccia il bisogno fondamentale di sicurezza, il nostro corpo si attiva per ripristinarlo con un’operazione semplice: raccoglie informazioni sul pericolo, perché queste permetteranno di scegliere come agire nella maniera più vantaggiosa. Superato il pericolo, correremo nel nostro posto sicuro e solo in quel momento, il corpo spegnerà il suo programma di allarme e potrà lentamente ristabilire i suoi equilibri neurormonali. Questo è lo schema che noi esseri umani come anche gli animali, mettiamo in atto per reagire al pericolo, quando l’evento pericoloso termina, che si superi illesi o anche danneggiati, poter far ritorno al proprio posto sicuro, che sia la nostra casa, le persone che amiamo, i nostri amici, un animale, un luogo, qualsiasi relazione che ci faccia sentire al sicuro, è ciò che fa cessare la paura. Siamo al sicuro, non ha più necessità di farsi sentire, il suo campanello d’allarme ha funzionato innescando il processo che ha permesso di tirarci fuori dal pericolo, può estinguersi.
La paura ha finito il suo compito, ci ha salvato la vita. La paura però, non l’ansia.
L’ansia è qualcosa di differente, è la paura senza pericolo imminente, è la paura senza oggetto, è quella del sento che accadrà qualcosa di brutto, è quella che fa scappare da posti percepiti pericolosi ma che altri sentono come sicuri, che fa scendere dagli autobus, uscire da un bar troppo affolato, è l’ansia della folla, del contagio, del diverso, dell’abbandono, l’ansia della prestazione, l’ansia di un nemico invisibile che arriverà non si sa quando o dove, ma si sa che arriverà.
L’ansia a differenza della paura è un programma di allarme che non si spegne mai, con costi onerosissimi per la salute psicofisica della persona. A differenza della paura che raccoglie informazioni, l’ansia ha un’unica reazione, la fuga. L’ansia, o il panico che ne è una manifestazione, sono sensazioni impossibili da attraversare, si devono solo fuggire, interrompere subito, allontanadosi dal pericolo percepito o evitando il pericolo previsto. Dall’ansia si fugge e ci si calma eseguendo azioni ripetitive, come giocare a tetris, o fare la maglia, o come entrare in un flusso gamificato.
L’ansia, a livello neuropsicofisiologico, è una risposta che abbiamo appreso quando eravamo piccoli e abbiamo vissuto, una o più, situazioni in cui ci siamo sentiti in pericolo e non abbiamo avuto modo né di tirarci fuori da quel pericolo, né abbiamo trovato un posto sicuro dopo, quando terminato il pericolo, non c’era nessuno che ci facesse sentire al sicuro o che ci spiegasse cosa fosse accaduto, permettendoci di ristabilire i nostri normali livelli fisiologici e percercepire un senso di sicurezza.
E quando siamo bambini non capiamo quello che ci succede. Quando siamo bambini vogliamo sempre giocare, vogliamo solo giocare, il gioco ci fa crescere e ci calma, ci fa stare in relazione con i grandi e con i pari. Ci aiuta ad imparare, i bambini e le bambine amano ripetere i giochi che li rendono sempre più bravi e competenti e spesso, quelli che hanno vissuto un evento traumatizzante, ripetono gli eventi vissuti riproducendoli nei loro giochi. È la loro maniera di elaborarli.
Il pericolo di un’altra guerra mondiale, quello di una guerra nucleare, la fine delle risorse, la crisi climatica, una nuova pandemia peggiore di quella da Sars-Covid-19, sono tutte situazioni che sostengono un funzionamento della società basato sull’ansia, l’ansia del futuro. Queste spade di Damocle che pendono sulla testa dell’umanità sono esattamente le stesse che 38 anni fa, aveva indicato Susan Sontag, le stesse identiche. Anche la disinformazione e la loro strumentalizzazione sono rimaste le stesse.
Decidere di strumentalizzare i problemi profetizzando apocalissi e creando nemici invisibili, ha l’unico risultato d’impedirci di affrontare i problemi, di comprenderne i processi, di dargli significato, di affrontarli, di occuparcene.
La pre-occupazione è una strada inaccesibile con lavori in corso che non finiscono mai.
La paura non va confusa con l’ansia. Sono le nostre ansie che vengono strumentalizzate, per indurci a uno stato di infantilizzazione che ci porta a voler fare di ogni cosa un gioco, a voler sempre giocare, giocare e vincere, vincere tutto, vincere sempre.
La paura è l’avvertimento che qualcosa sta minacciando il nostro senso di sicurezza e serve ad attivare una risposta per fronteggiare il pericolo, questa risposta inizia con la ricerca di informazioni corrette che ci permettano di agire per ristabilire il senso di sicurezza perduto. Non dobbiamo combattere o fuggire la paura, non va ignorata, è ciò che ci dice che abbiamo bisogno di conoscere meglio qualcosa, di capirla, di averci a che fare. La paura è anche ciò che ci spinge a cercare i nostri simili, a unirci a loro per aumentare la nostra conoscenza, la nostra forza, la nostra resilienza, che ci spinge a sviluppare un senso di comunità, di appartenenza. Allo stesso modo non dovremmo temere e nemmeno sfuggire la nostra solitudine. I social media riescono ad isolarci davvero completamente, dai nostri simili, coi quali possiamo non incontrarci mai ma avere un rapporto quotidiano attraverso chat e messaggerie, e ci isolano anche da noi stessi, dalla nostra capacità di stare soli, di conoscerci, di occupare il tempo e lo spazio della solitudine con qualcosa che sia solo nostro e per noi. Di poter trascorrere un tempo sereno in compagnia di noi stessi, la possibilità di avere una relazione intima con noi stessi. La pratica yoga, la mindfulness, la meditazione sono tutte pratiche che cercano di insegnare allo spirito, o alla psiche, attraverso l’esercizio corporeo, quello che il Professor Renzo Carli ha definito una Competenza alla solitudine, la capacità che ognuno dovrebbe acquisire di stare da solo o da sola, non come fuga per proteggersi dagli altri e nemmeno come l’esito fallimentare del nostro successo sociale, ma come una competenza appunto, una capacità acquisita, una maniera di essere sani e sereni.
Mi piace stare insieme agli altri, mi piace stare con i miei amici, mi piace conoscere le persone ma ho sempre avuto bisogno anche di trovare spazi soltanto miei in cui fare o anche non fare niente, per poi ritornare a stare con gli altri. Questi spazi erano una sorta di feste private durante le quali disegnavo, leggevo, scrivevo, spesso ballavo, mettevo su la mia playlist preferita e ballavo. Oppure, stavo sdraiata sul divano a fissare il soffitto, pensando a qualcosa mentre guardavo scene con gli occhi della mente. Era la mia solitudine e non la pativo.
Al tempo potevo scegliere se stare da sola o in compagnia, adesso che sono obbligata a stare sola con una compagnia indesiderata, patisco la mia solitudine.
Nel 2014 vivevo a Gela già da cinque anni e avevo raggiunto un livello di compentenza alla solitudine che definirei Elevato, la socialità e la vita culturale del paese consistono nella ristorazione e nella frequentazione di pub e locali con musica ad alto volume e fiumi di alcol che scorre, così esclusi gli amici di una vita, la mia vita sociale era veramente povera e sentivo il bisogno di connettermi e incontrare qualcuno che mi stimolasse intellettivamente, culturalmente, artisticamente o in qualsiasi altro avverbio che si riferisca a tutto ciò che gli esseri umani sono in grado di produrre di bello o di utile. Ritengo che quando entrai su Instagram, stavo cercando proprio questo, qualcuno dall’altra parte del Mondo che avesse qualcosa da raccontare, una foto da mostrare, un nonsoché che mi avrebbe fatto riflettere, o sorridere. E quello che trovai fu sorprendente.
Il mio username era @alereale_lol e la didascalia sul mio profilo appena sotto la mia faccia sorridente, recitava in Inglese: Quello che vedo come lo vedo per voi con gioia. Pollianna, Candy-Candy, Memole, Giorgy e tutti quei personaggi femminili dei cartoons che hanno nutrito quelli che, come me, erano bambini negli anni Ottanta e che erano buonissimi, dolcissimi, sempre pronti a perdonare tutto e tutti, anche quando la vita li schiacciava nei peggiori modi possibili, mi facevano un baffo. Ero su Instagram con l’intenzione di condividere gioia. Quasi un ecoattentato a pensarci oggi.
Entrai e chiaramente la prima persona che seguii fu la mia cara amica Annalisa, la stessa che mi aveva parlato della piattaforma e la stessa, che in un capitolo precedente di questo blog, ho ringraziato per essere stata una delle oasi che mi hanno dato rifugio nei momenti più difficili di questa storia. Dopo, non sapendo bene che fare, segui i suggerimenti di Instagram il cui account ufficiale svettava in cima alle proposte, seguirlo mi sembrò un modo adeguato per iniziare a capire come funzionasse il social. Al secondo posto dopo Instagram, c’era l’account di un fotografo del Regno Unito, sul suo profilo c’era la sua foto, un profilo in bianco e nero, che non mostrava il volto completo né lo sguardo. Nella sua galleria c’erano molte foto, alcune che avevano vinto dei concorsi. Non era soltanto un fotografo naturalista o paesaggista, era un fotografo concettuale che utilizzava il linguaggio metaforico della poesia e della letteratura per comporre le sue immagini. Ogni minimo dettaglio all’interno della cornice era stato incluso consapevolmente, perché ogni dettaglio dell’immagine serviva a decifrare il messaggio nascosto, ma non come un indovinello, come un personale linguaggio figurativo, esattamente come in pittura dove ogni elemento è simbolo, ogni simbolo un pezzo di un significato che va oltre l’immagine raffigurata. In più, le didascalie che accompagnavano le sue foto erano divertenti, erano ironiche o candidamente buffe. Mi piaceva, così non soltanto iniziai a seguirlo, ma visitai tutta la sua galleria, lasciando like e commenti. Qualche giorno dopo rispose a qualcuno dei commenti che avevo lasciato, ma non mi seguì a sua volta e questo fu qualcosa che mi confuse a lungo.
Non mi seguiva, quindi non poteva sapere quali fossero le mie attività, cosa postavo o chi seguissi, eppure ogni volta che accedevo all’app era lì, pronto a comunicare o meglio a giocare a quello che ho definito Love Gaming, ovvero la gamificazione delle relazioni sentimentali virtuali.
Roma 30 dicembre 2023 h: 3:37 pm
Capitolo 16 Love Gaming – V Parte










