- Presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino
- Segnalato da la Repubblica
- Libro: “Mio Sé e l’alchimia della Felicità”

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Piazza San Pietro
Roma non perdona e non fa sconti, nemmeno ai ricordi. Li tiene davanti a te come carne appesa al gancio, e mentre li guardi penzolare sembrano macchie nere contro il cielo. Ci incontriamo, fingendo che sia per caso. Arrivi e hai quel passo che conosco a memoria. Strafottente, sicura di te. Lo sguardo, il tuo, quello che scoperchiava cattedrali, che non doveva dimostrare niente. Quello che ha buttato tutto alle spalle. Tu, la meraviglia di un tempo rubato agli dei. «Sei rimasto uguale», mi dici. Io sorrido appena. Ci provo. «No. Sei tu che mi guardi allo stesso modo.» Rumore di gente intorno, le voci dei turisti, bambini che corrono urlando. Piazza San Pietro è un’apoteosi di colori, una giostra che gira, indifferente. Noi restiamo fermi ai bordi della pista e ci guardiamo, malinconici. Parliamo del passato e mi racconti di te. Le notti troppo lunghe, le promesse buttate addosso, le risate che finivano sempre in qualcosa di storto. Mi cerchi negli occhi, scavi, sperando di trovarmi vivo. «Se fosse possibile ricominciare», lo dici sottovoce, come se bastasse dirlo piano per renderlo vero. Poi abbassi lo sguardo. «Ricominciare?» ti rispondo. E in quel momento viene fuori tutto. L’irripetibile che non può tornare indietro, i miracoli che accadono una volta sola. Le bugie dette per sembrare più grandi, i miei limiti e i tuoi, le altre, infilate come cerotti su una ferita che non si chiude. Io che cerco un approdo, o un’isola nuova. Tu che hai imparato a non fidarti di chi promette felicità e nemmeno si regge in piedi. Il futuro, quando lo nomini, si rompe e smette di esistere. Restano i cocci, le schegge che scricchiolano sotto le scarpe. L’impronta di una sconfitta. «Non possiamo più salvarci», mi dici. Non è cattiveria, solo stanchezza. Annuisco, e per la prima volta non riesco a difendermi. Il sole tramonta e sporca tutto di arancione. Ti guardo un’ultima volta. Roma continua a respirare, piena di gente illusa. Noi no. Noi abbiamo capito che certi amori non finiscono. Cambiano faccia come le stagioni, mutano forma e rimangono incompleti. Sono frasi lasciate a metà, ed è per quello che ancora fanno male.
-Guido Mazzolini-
Un celeste divenire è soprattutto un racconto. Mi piaceva l'idea di una narrazione più fluida, ma allo stesso tempo portatrice di intrecci suggestivi. Una cronaca, il resoconto di un'ampia fetta d'esistenza dei protagonisti e nulla più. Non ho inseguito il colpo di scena o l'effetto speciale, non ho cercato trame surreali o stupori collocati in realtà letterarie. Mi sono limitato alla semplice narrazione di accadimenti e destini. E ancora una volta è proprio il destino a tracciare il disegno che farà incontrare, conoscere, vivere i protagonisti della storia. E ancora una volta la trama narrativa cederà il posto a un racconto reale e privo di miracoli. E ancora una volta l'eroismo della vita si nasconde nella normalità. Sì, quella benedetta normalità ormai fuori moda, ma che racchiude il vero prodigio dell’essere umano. La “geografia” del romanzo si muove dalle nebbie padane di una Cremona onirica, per arrivare a una Milano luccicante e agli sfarzi decadenti di una surreale Venezia. La musica jazz si fa contrappunto alla narrazione di una storia d'amore sofferto e meritato, che prima di tutto è una storia di vita, interrotta da un destino che più cerca di separare e più rende solido un legame. È questa la realtà svelata dal racconto; in fondo non siamo meravigliose scintille immerse nel disordine di un caos imprevedibile, ma destini voluti e chiamati, forse appena accennati, ma uomini e donne che possono adempiere alla propria sorte ricalcando un disegno già tratteggiato.
...Ci fermammo in un autogrill per fare colazione. Qualche camionista sudato, il rombo dei motori in lontananza e la radio che gracchiava canzoni in rima. Ordinammo cappuccini e brioche. La ragazza dietro al banco passava lo straccio, sorrideva benevola e accaldata, troppo stretta in una divisa blu. Respirammo quell’aria di vacanza mischiata al profumo del caffè. Sofia si guardava intorno. Le piaceva osservare le stranezze altrui, possedeva un talento per cogliere al volo i particolari bizzarri delle persone. Pensai che sarebbe stata un’ottima giornalista, sempre pronta a descrivere il mondo con la giusta dose di ironia. Chissà quale percorso le avrebbe riservato il futuro. La vidi adulta, mi vidi vecchio. Claudia intinse la brioche nella tazza e l’addentò con gusto. Un po’ di schiuma restò sulle labbra, sorrise e la tolse con un dito, poi lo succhiò ammiccando. Riusciva a trasformare l’azione più banale in uno spettacolo per gli occhi. Era erotica in ogni suo gesto e lo lasciava trasparire dalla pelle, dalla smorfia delle labbra, da quel dito in bocca. Mi venne voglia di baciarla, di averla in quell’istante sul bancone del bar. In faccia al mondo avrei urlato quanto l’amavo, davanti a un pubblico di camionisti in canottiera. Fermai il pensiero, spensi l’interruttore.
-Un celeste divenire-
Si chiamava Timoteo. Lo convocarono di notte, quando la città odorava di buio e sogni interrotti. Non dissero nulla, nemmeno dove lo avrebbero portato. Lui non si oppose, salì sull’automobile, si sedette tra due guardie, accese una sigaretta e aspettò. Pochi minuti di strada, poi un portone, un androne buio e un ascensore. La stanza era stretta, alta come una cattedrale, pareti nude, una luce diffusa e bianca che toglieva le ombre e i contorni alle cose. Lo aspettavano, erano in quindici, vestiti di nero. Timoteo restò in piedi con la sensazione di aver scordato qualcosa di importante. Provò a ripercorrere la propria vita, ma non trovò colpe degne di nota. Una moglie annoiata, un lavoro che non amava, tante cose lasciate a metà. Sentimenti, rimpianti, appuntamenti mancati. Ricordò un amico che non vedeva da anni, un figlio amato solo a parole. Tante delusioni, imprecisioni, piccoli particolari e lanci troppo corti, emozioni trattenute, altre rifiutate, ma nulla degno di un tribunale. Eppure la giuria annuiva, come se ogni pensiero fosse una prova. Il presidente lo fissò con durezza, puntò l’indice verso di lui e fu come essere trafitto da una spada. Sentì il bisogno di confessare, ma non sapeva cosa. Parlò, comunque. Disse di avere fatto del suo meglio. Aveva provato, ma non sempre si è coraggiosi. Poi aggiunse che il tempo passa e non chiede permesso a nessuno. Seguì un silenzio lungo, definitivo. La giuria si ritirò mormorando, il presidente abbassò gli occhi su un foglio vuoto. «La sentenza è unanime», annunciò. Timoteo trattenne il respiro. «Colpevole.» «Di cosa?» chiese, con un filo di voce. Il presidente si alzò, e in quel gesto l’imputato riconobbe il proprio modo di alzarsi. Gli occhi bassi, le spalle, la postura, la stessa barba da fare. Ogni particolare di quell’uomo gli apparteneva. Si vide riflesso in uno specchio e allora capì. I volti della giuria si ricomposero in uno solo. Il suo, moltiplicato. Uscì dal tribunale alle prime luci dell’alba. La città ricominciava a vivere, persa nei soliti destini. Camminò fino a casa, dondolando. La testa carica di pensieri e un’espressione seria sul viso.
-Guido Mazzolini-

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Ti riconoscerò tra la solita gente che accalca le strade la folla stremata che inutile vaga stamane saprò che sei tu porterai un cappello di cielo guanti di trine e tante buone intenzioni, io appoggiato a quel muro di calce le mani in tasca lasciate a pesare gli inverni più lunghi ti riconoscerò perché sei il mio destino o perché non esiste destino cieca predestinazione nient'altro che flebili lampi e casuali occasioni, avrai il profumo della mia infanzia di un posto sicuro, avrai il sapore più intenso di neve e di acqua salata, ti riconoscerò quando portando le labbra al tuo viso vacillerà dubbio un respiro per un solo momento.
-L'Attimo e l'Essenza- di Guido Mazzolini
“Mio Sè e l’alchimia della Felicità”
«Un viaggio di crescita personale e spirituale che trasforma la tua vita, portando consapevolezza, equilibrio e ispirazione.»
Lucia cammina, piegata in avanti, mentre la pioggia le inzuppa capelli e vestiti. Ha solo vent’anni e in tasca porta una diagnosi senza poesia. Numeri, settimane, una vita che cresce in lei, anonima, traditrice. Un grumo di cellule affamato di silenzio. Lui l’ha lasciata, appena saputo. Ha detto di non si sentirsi pronto, ha detto che deve pensarci lei. Certi uomini fanno così. Giocano e non crescono, scappano, prendono le promesse e le fanno a pezzi. Le finestre dell’ospedale sembrano acquari gonfi di luci, di voci, di piccoli pesci. Lucia pensa al suo corpo come a una stanza occupata da un intruso. A volte la libertà è una scelta veloce, un bisturi sterile, rapido, e quando hai finito non resta nemmeno il sangue sulla lama. “Farò presto”, pensa. La porta d’ingresso si spalanca. Esce una donna che spinge un passeggino con una ruota che zoppica. Dentro, un bambino ride sbucciato, luminoso e irriducibile. Quella risata le apre una crepa nel petto. Lucia pensa a sua madre, all’odore di pane caldo, alle mani grandi che la sollevavano quando cadeva. E in quel momento capisce. In quel momento decide. Dice sì a una vita capitata per caso, sconosciuta e senza colpa. Avrebbe tremato, pianto, avrebbe contato gli spiccioli. Ma avrebbe visto un volto nascere dal suo ventre. Due occhi, due mani, due piedi. Non più una, non più sola. Il cielo è ancora grigio, ma ora Lucia respira più in alto. Ride e piange senza singhiozzi, lacrime buone per la donna che è stata e per quella che diventerà. Poi alza la testa e si accorge che il figlio che ha dentro non è un rumore estraneo, una spina nel dito da togliere in fretta, ma un richiamo, un bussare ostinato alla porta del petto. Quella piccola vita già la tiene attaccata alla terra, al tempo, al domani. Al suo essere donna e al suo essere madre. Ha smesso di piovere e un raggio di solo attraversa le nuvole. Marta sorride, adesso sa cosa fare. Ha scelto la strada più difficile e in salita, ma le vette più belle si trovano sempre a impensabili altezze di cuore.
-Guido Mazzolini-