Un anno dopo
Il 31 Gennaio 2018 mi ero svegliata di buon umore. Avevo preparato il caffè per Giulia e per qualche strana ragione, a differenza del solito, avevo messo un po’ di musica. Generalmente ascoltiamo la radio ma quella mattina mi sentivo romantica. La canzone era “Don’t pull away” di J Views e Milosh. Uno di quei pezzi talmente languidi che ci si potrebbe accalappiare chiunque. Il video lo avevo visto in loop centinaia di volte. Una fotografa tomboy riprendere una deliziosa modella transgender di nome Indya Moore (che sarebbe diventata famosissima da lì poco) e nel cuore della canzone si baciano intensamente, avvolte dallo sfondo del mare. Lei dormiva ancora profondissimamente ed era tutto molto poetico tranne i miei capelli. Quando non riesco a svegliarmi in tempo per lavarli, opto per delle trecce alla mia maniera. Quelle che quando qualcuno mi incontra finiscono sempre per evocare immagini random della principessa Leya, Holly Hunter in Lezioni di piano o qualcuno della famiglia Stark. Ho dato un bacio a Giulia e sono uscita. Mi sentivo bene. Ho persino scattato un selfie.
Il lavoro era pessimo. Non imparavo nulla, ma stavo bene con i miei colleghi. Ci godevamo le numerose pause sigaretta e progettavamo insieme piani di fuga dai palazzi tristi di Maciachini. Papà e Adri sarebbero venuti a trovarmi nel giro di dieci giorni. Sembravano contenti ma era chiaro che il più grande dei due non avesse particolare simpatia per quella gatta traumatizzata che mi ero appena messa in casa.
Papà odiava i gatti ma sono certa che avrebbe riso molto se gli avessi mostrato il video in cui le faccio ballare “Shiny happy people” del REM. Tilda era uno dei miei pensieri principali durante quel pomeriggio. L’avevamo appena adottata e non si faceva avvicinare in alcun modo. Piangeva spesso. Chi avrebbe mai pensato sarebbe diventata il gatto-cane che è adesso.
In questo preciso momento ho appena terminato la descrizione del mondo ordinario che altro non era che la mia vita fino a quell’ attimo. In ventinove anni erano successe molte cose, ma la protagonista era in attesa della sua chiamata. E una chiamata fu realmente. Telefonica. Sul tragitto di ritorno a casa.
Una signora sconosciuta mi ha consolata mentre urlavo sul vagone della metro gialla in direzione duomo. A ripensarci sembra una scena di un film indipendente americano. O forse canadese. Nel susseguirsi degli “e poi…” e degli “e quindi…” che durante questo anno senza papà mi hanno condotta al nuovo equilibrio della mia narrazione, mi sono chiesta più volte se stessi davvero elaborando il lutto o se più semplicemente stessi scrivendo la storia di una tizia che pensava di potercela fare nonostante tutto, come facevo da piccola quando mi sentivo sola. Il metodo è sempre stato infallibile. Lo pensavo così intensamente da farlo funzionare. In fondo credo di stare bene. Voglio solo continuare a ricordarlo per paura che svanisca. A chiamarlo in causa in momenti in cui la gente non vorrebbe certo sentir parlare di te e del tuo defunto padre. Solo per sentirlo vicino. Magari inconsciamente perché un po’ li invidio e forse, lo ammetto, per farmi un po’ del male.




















