Lettera d'amore #1
I postini raccontano di lettere perdute, di consegne mai effettuate, di indirizzi inesistenti, di parole che prendono polvere su vecchi scaffali. Le lettere d’amore, spesso, non arrivano a destinazione. I destinatari cambiano indirizzo, vanno ad abitare lontano; a volte non rispondono al campanello, nonostante il postino suoni sempre due volte. Una mattina ci siamo svegliati e abbiamo pensato di fare un giro tra gli scaffali impolverati, ricopiare queste lettere e mandarle a persone che avrebbero sicuramente apprezzato.
Indirizzo inesistente
Photo by Brett Jordan
Dolce Caterina,
dolce come la marmellata e il burro sulle fette di pane caldo, dolce come l'aria che smuoveva le foglie del pioppo sotto cui eravamo seduti sabato e che faceva filtrare un po' il sole, dolce come il profumo dell'erba del prato sui cui avevamo steso le nostre tovaglie e apparecchiato il nostro picnic.
Dolce Caterina, ti sarai accorta che sono un tipo silenzioso, che appena ti voltavi a guardarmi infilavo in bocca un altro pezzo di pane, un frutto, il bordo del bicchiere. Forse avrai pensato che sono un mangione, e che avrei spazzolato tutta la merenda non lasciando niente per gli altri. O forse avrai pensato che sono timido e cercavo un modo di impegnare le mani e la bocca per non sembrare impacciato davanti a te, che sei così bella e ti muovi così bene, che sembri così a tuo agio con tutti, in ogni momento.
La realtà, dolce Caterina, è che tutto era talmente bello e perfetto e dolce che qualsiasi dolcezza in più sarebbe stata intollerabile. Non potevo parlarti, non potevo nemmeno sopportare l'idea che tu mi rivolgessi la parola: sari svenuto di dolcezza e rimasto privo di sensi steso sul prato, il bicchiere in mano, il boccone in gola.
Perché vedi, dolce Caterina, solo guardarti ridere rendeva più bello il paesaggio. Solo ascoltare la tua voce mentre chiedevi chi volesse un'altra fetta di torta faceva sembrare il sole più caldo e l'erba più verde e l'acqua più fresca e tutto più buono. E io pensavo “dolce, com'è dolce Caterina” e ti guardavo e tu mi guardavi, e allora diventavo rosso e mi riempivo le guance della prima pietanza a portata di mano. E poi ero felice. Ero così felice che non mi importava nulla di fare la figura dello stupido o del mangione, del timido, dell'impacciato.
Ecco, ti scrivo questa lettera solo per dirti questo: sei così dolce Caterina che non mi importa più niente di me. Mi importa solo sapere quando potrò rivederti, e ti prometto che sarò preparato e pronto, e disposto anche a svenire dalla troppa dolcezza, e che se mi vorrai parlare non sarò più timido ma solo tanto, tanto, tanto felice.
Matteo















