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@ppiumaleggera

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Nulla e nessuno ci appartiene davvero
La dipendenza affettiva è una componente profondamente radicata nell’esperienza umana.
Fin dall’inizio della sua storia, l’essere umano ha compreso che la collaborazione e il sostegno reciproco aumentano le possibilità di sopravvivenza. Per questo motivo, creare legami forti e affidarsi agli altri è parte della nostra natura.
Tuttavia, spesso attribuiamo ad alcune relazioni un valore quasi assoluto. Concetti come “anima gemella”, “migliore amico” possono portarci a credere che determinate persone siano insostituibili o destinate esclusivamente a noi.
In realtà, i rapporti significativi non nascono semplicemente dall’incontro con qualcuno di speciale ma sono il risultato dell’impegno, della crescita e della compatibilità che due persone costruiscono nel tempo. Pensare di aver trovato una persona perfetta che soddisfi ogni nostra aspettativa è una visione romantica ma poco aderente alla realtà.
Le relazioni funzionano perché vengono coltivate giorno dopo giorno.
Uno dei rischi maggiori è l’idealizzazione. Quando vediamo qualcuno come perfetto, smettiamo di vederne i limiti e finiamo per attribuirgli un valore eccessivo. In questo modo può nascere una forma di dipendenza emotiva, ovvero la convinzione che il nostro benessere dipenda dalla presenza di quella persona.
Quando una relazione diventa sbilanciata, chi idealizza tende a mettere in secondo piano i propri bisogni e per paura di perdere l’altro, rinuncia gradualmente a una parte di sé, adattandosi continuamente alle esigenze della persona che considera indispensabile.
Idealizzare qualcuno per un breve periodo è naturale e può persino rendere più intensa la fase iniziale di un rapporto, il problema nasce quando questa visione si prolunga nel tempo.
Da qui prendono forma la gelosia, la paura dell’abbandono e il desiderio di controllare l’altro. Come un bambino che considera un giocattolo esclusivamente suo e teme che qualcuno possa portarglielo via, anche noi rischiamo di trattare le persone come qualcosa da possedere.
Ma le relazioni umane non funzionano così. Nessuno è una proprietà di qualcun altro. Ogni persona è unica, ma questo non significa che sia indispensabile alla nostra esistenza.
Quando un rapporto finisce o qualcuno si allontana, il dolore è inevitabile perché perdiamo qualcosa di irripetibile. Eppure esiste una differenza fondamentale tra ciò che è unico e ciò che è necessario per vivere. Comprendere questa distinzione permette di affrontare le separazioni con maggiore maturità.
Il vuoto lasciato da chi se ne va non rimane necessariamente una ferita aperta ma con il tempo può trasformarsi in uno spazio libero, pronto ad accogliere nuove esperienze, nuove relazioni e nuove persone che arricchiranno il nostro percorso.
“Non vale la pena trascorrere il tempo discutendo su ogni cosa.
Sto imparando a non reagire a tutto ciò che mi dà fastidio.
Sto imparando che non ho bisogno di ferire chi mi fa del male. A volte il massimo segno di maturità è allontanarsi.
Sto imparando che l’energia che spendo per ribattere e discutere mi impedisce di concentrare le energie su cose utili per me.
Sto imparando che non posso piacere a tutti, e va bene così.
Sto imparando che di tanto in tanto, non dire nulla, dice tutto.
Sto imparando che rispondere alle provocazioni, dà potere a un’altra persona sulle mie emozioni.
Non posso controllare ciò che dicono gli altri, ma posso decidere come reagire.
Sto scegliendo di provare ad essere migliore.
Sto scegliendo la mia tranquillità, perché è quello di cui ho davvero bisogno”.
[R. Vecchioni]
“Molte persone soffrono per tutta la vita del senso di colpa di non aver soddisfatto le aspettative dei propri genitori.” 
A. Miller

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io non sono fatta per le mezze amicizie, le mezze conoscenze, le mezze relazioni. o con tutto il cuore o niente.
dio, perché oggi è così difficile trovare una persona così?????
Nadiia Ploshchenko
Cerco di dare il mio massimo a tutti, anche a chi conosco da poco. E forse è quì che sbaglio. Troppo buona, troppo vera, troppo autentica. E rimango fottuta.
Più conosco persone e più mi rendo conto che non incontrerò MAI una persona simile a me. Davanti a me vedo buio. E la cosa che fa più male di tutte, è che le persone che incontro fanno schifo, e io continuo a stare male e continuo ad andare in terapia per sta gente di merda.

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Mi manca la versione di me che sorrideva senza pensarci troppo.
Ci stiamo dimenticando
come si fa a vivere davvero.
Non a sopravvivere.
Non a compilare giornate.
Vivere.
Che è una parola enorme
e fragile insieme,
come tenere l’acqua nelle mani
senza stringere troppo.
Ci stiamo dimenticando
di bussare alle persone
invece che ai telefoni,
di restare mezz’ora in più
dove si sta bene,
di dire “arrivato?”
di dire “mancavi”
di dire “ho paura”
senza sentirci difettosi.
Abbiamo imparato a sembrare forti
anche quando ci stiamo rompendo dentro.
E ci riesce così bene
che a volte
non ce ne accorgiamo neanche più.
Ma guarda che non sei nato
per diventare una stanza chiusa.
Non sei nato
per tenerti tutto dentro
fino a fare muffa nei pensieri.
Le emozioni hanno bisogno d’aria.
I sentimenti di gambe.
La tenerezza di voce.
Altrimenti si spengono.
E allora dimmelo più spesso
che mi vuoi bene.
Dillo male,
dillo tremando,
dillo con gli occhi bassi
se proprio devi,
ma dillo.
Perché la gente muore anche
di silenzi.
Ci stiamo dimenticando
quanto salva un complimento sincero.
Quanto può cambiare una giornata
sentirsi dire:
“sei importante per me.”
Tu fallo.
Anche se ti sembra poco.
Anche se il mondo ormai
parla solo la lingua dell’ironia,
delle battute cattive,
dei cuori mandati per abitudine.
Tu resta umano.
Che detta così sembra una frase semplice,
ma certe volte
restare umani
è l’atto più rivoluzionario che esista.
Difendi la tua dolcezza.
Difendi quel lato di te
che si commuove ancora,
che si ferma davanti a un tramonto,
che ringrazia chi serve il caffè,
che accarezza i cani per strada,
che sente nostalgia perfino
di cose che non sono ancora finite.
Difendilo.
Perché è lì
che sei vivo davvero.
Non diventare uno di quelli
che vogliono bene in silenzio
fino a diventare assenza.
Non lasciare le parole importanti
chiuse nei cassetti della gola.
Dille adesso.
Dille forte.
Dille piano.
Ma falle uscire.
Perché alla fine
la vita non la misurano i giorni.
La misurano le volte
in cui qualcuno
grazie a te
si è sentito meno solo.
Capisci allora
quanto è sacra la gentilezza?
Non è educazione.
Non è galateo.
È cura.
Non avere paura di essere troppo.
Troppo emotivo.
Troppo profondo.
Troppo affettuoso.
Il problema non è chi sente troppo.
Il problema
è chi non sente più niente
e lo chiama maturità.
Esci.
Vivi.
Sporcati il cuore di persone.
Fai tardi.
Abbraccia.
Perdonati.
Ricomincia.
Il fatto di non essere mai stata scelta mi ha dato una libertà che non voglio perdere: quella di essere sempre me stessa, senza adattarmi per piacere a qualcuno.
Non mi costruisco in funzione di come arrivo agli altri. La mia ironia, la mia empatia, la mia libertà espressiva non sono cose che doso o trattengo per essere accettata. Sono mie, e restano tali.
Io sono così: do tanto, e lo faccio subito, senza filtri. E sì, questo significa espormi, anche troppo presto. Significa rischiare di scottarmi, di non essere capita, di dare a chi non sta cercando quello che sono.
Mi fa male? Certo. Sono umana.
Ma preferisco questo rischio alla versione di me che si trattiene, che si dosa, che si modifica per piacere agli altri.
Se vuoi esserci, trovi la mia mano tesa. Se non vuoi, non ti rincorrerò.
Perché la mia libertà vale più della paura di farmi male.
Sapete? Oggi, dopo 30 anni, la vita è riuscita a insegnarmi qualcosa di nuovo.
Quelle poche volte in cui smette di essere tremendamente prevedibile, riesco ancora a sentire un brivido lungo la schiena. Anche quando l’insegnamento non è a mio favore, anche quando mette in luce le mie mancanze… va bene lo stesso. Perché capisco qualcosa che ieri ignoravo.
Oggi la lezione è stata particolarmente dura.
Ho sempre pensato, nonostante il mio aspetto ordinario, di essere una persona con una straordinaria ricchezza interiore. Sono sempre stata convinta che il mio modo di fare, la mia empatia, la mia sensibilità, una volta scoperti, sarebbero stati una calamita per chiunque si sentisse solo o non compreso.
Ingenuamente, e forse anche con un pizzico di presunzione, credevo che proprio quella rarità avrebbe spinto le persone ad aprirmi le braccia.
Oggi ho capito che non funziona così.
Puoi essere la persona migliore, più buona, più comprensiva, intensa, amabile… ma se l’altro non vuole farti entrare, non lo farà comunque.
E non servirà a nulla ricordargli che si sta perdendo qualcosa di meraviglioso. Magari lo sa anche, ma semplicemente non gli importa.
E’ stato difficile da accettare? Molto peggio, è stato tremendo, una doccia fredda.
Però, forse, questa è la lezione più importante che potessi imparare: quello che fai, devi farlo per te stesso, perché ti fa stare bene. Se lo fai per essere scelto, smette di essere spontaneo.
Non puoi controllare ciò che l’altra persona sceglie di fare con te. Ma puoi scegliere cosa fare con te stesso, ogni singola volta.

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Quanto siamo disposti ad aspettare qualcuno che non cammina al nostro stesso passo? Fino a che punto sappiamo dare, senza ricevere subito?
L’affetto è una moneta da scambiare, o un dono da offrire anche al buio?
Alle persone a cui ho chiesto: “Se non ricevi, smetti di dare?” ho ricevuto sempre risposte tristi e prevedibili: “Sì, perché io valgo e merito reciprocità.”
E d’altronde, anche io avrei risposto così. Avrei detto:
“Se vedo che resti, anche senza che io ti rincorra, allora forse posso fidarmi.”
Alla fine, forse, pensiamo tutti di avere ragione. Ma in realtà siamo tutti uguali: facciamo fatica ad ammettere, anche solo a noi stessi, di essere un po’ egoisti.
E non ci sarebbe nulla di male, se almeno fossimo sinceri. Con noi stessi, prima di tutto.
Aurora De Pace
Se c’è una cosa che ho imparato, in questa vita troppo breve, è che il dolore non porta mai davvero alla rovina. Puoi piangere, crollare, sentirti ferita — ma poi, comunque, andare. Alzarti la mattina, correre, saltare, e poi, di nuovo, ogni notte… crollare.
E il giorno dopo, riaprire gli occhi, fingere, dimenticare. Il buio ritorna, e tu ti spegni. Torna il sole, e tu ti accendi. E così — in un loop infinito.
Fino a quando? Fino a quando non raggiungi il tuo obiettivo.
La chiamavo debolezza, un tempo. Ma adesso lo so. È una forma assoluta, vibrante, stramaledettissima forma di forza.
Non sono forte perché non mi spezzo mai
Sono forte perché mi spezzo ma… mi rialzo, sempre.