I B.liver a Opera “Dopo il carcere o dopo una malattia è difficile trovare lavoro. Siamo uguali” / Il Bullone - OrianaG
Pubblicato su Il Bullone n° 15, maggio 2017. Giovedì 18 maggio. I B.livers visitano la casa di reclusione di Opera, Milano, la più grande delle carceri italiane, con circa 1500 detenuti, tutti con pene definitive (quindi confermate al 3° grado di giudizio) superiori a 5 anni.
La prassi di ingresso è rigida. Nessun dispositivo portatile, niente borse, documento di identità alla mano, concessi un quaderno e una penna per prendere appunti. Appello in ordine alfabetico per avere i pass di ingresso. Il passaggio al metal detector prima di essere veramente “dentro”. Dal cortile interno, in direzione opposta all’“area verde” (dove alcuni detenuti possono effettuare i colloqui con i parenti all’aperto), si vedono i muri del braccio dedicato al 41 bis, il “carcere duro” previsto per reati gravi di mafia e terrorismo. Qui, tra gli altri, è stato “ospite” Totò Riina. Nessuno può entrare, eccetto alcuni agenti di polizia penitenziaria. Chiacchieriamo ancora tranquilli, nonostante il primo brivido lungo la schiena.
Il corridoio verso l’area pedagogica sembra lunghissimo, uno di quelli percorsi avanti e indietro milioni di volte, come in ospedale. Le pareti sono decorate, immagini che raccontano meglio dei discorsi la voglia di libertà di chi le ha dipinte. Come le poesie che ascoltiamo dal gruppo del laboratorio di scrittura, primo incontro fuori programma. “Nonostante le sbarre, l’immaginazione non muore”, racconta la poesia declamata da un detenuto, da 43 anni a Opera. Altri tre ci raccontano delle gare di slam poetry (competizioni dal vivo di poesie “a cronometro”), una all’esterno, l’altra all’interno del carcere (nel teatro aperto al pubblico della casa di reclusione) previste nei prossimi giorni.
In attesa dell’ispettrice Visentini ci sistemiamo in una delle aule di scuola, dove Ada, ex magistrato e ora volontaria allo Sportello Giuridico, e Alessandro ci spiegano più tecnicamente e nel dettaglio come funzionano i diversi gradi di giudizio, il criterio di assegnazione della pena, icambiamenti in atto negli ultimi anni.
Ci raggiungono prima l’ispettore, l’ispettrice Visentini, poi quattro detenuti, tutti iscritti all’università e impegnati in diverse attività nel percorso di detenzione. Ivan, Domenico, Mariano e Luca sono molto informati e consapevoli di quanto stanno affrontando, le loro risposte alle nostre domande sono chiare e pulite. Anche loro fanno domande a noi, chiedono il perché della nostra visita. Giancarlo Perego fa da portavoce, spiegando che l’argomento della Libertà affrontato in riunione di redazione ha portato l’idea. Persa dai B.livers in ospedale a causa della malattia, come dai detenuti in carcere per il crimine commesso. Ed è solo il primo dei punti in comune che emergono. La difficoltà nel trovare lavoro, il cambiamento dei rapporto con familiari e amici, il cambio di prospettiva nei confronti della vita, il grande valore acquisito dalle piccole cose…
È Luca a dire ad alta voce quello che tutti percepiamo, «Ne incontriamo tanti di esterni, ma voi siete diversi, c’è una vicinanza, una sintonia che non avevo mai provato». L’ispettrice Visentini poco prima ci ha parlato di lavoro con “persone”, “ragazzi”. Non usa la parola “detenuti”. Ed è esattamente ciò che succede tra i B.livers e i ragazzi di Opera in quella stanzetta. Siamo persone che si confrontano con persone. Quale crimine abbiano commesso loro o quale patologia abbiamo noi non ha importanza qui e adesso.
Ma in prima fila c’è un piede che non smette di tremare da quando è entrato. Alzo la mano combattendo con la tremarella. Sapere di essere a poca distanza da colpevoli di reati di mafia mi fa quest’effetto. Le parole escono dalla bocca senza poterle fermare: «Io non ho mai conosciuto uno zio e un cugino, uccisi in Calabria da clan rivali prima che nascessi. È davvero possibile cambiare qua dentro, anche quando addosso hai quel marchio?», nella testa c’è poco spazio per la diplomazia. I ragazzi, tutti, lo capiscono e, anzi, mi spronano a sfogare la rabbia. L’ispettrice mi fa cambiar posto, mi siedo tra i ragazzi, e fa arrivare Roberto, cinquantenne catanese, pluriomicida di mafia. Il termine della sua pena, incredibilmente sorride mentre lo dice, è mai. Racconta la sua storia, il primo esperimento col progetto Sicomoro (importato dall’America, che in cicli di otto incontri fa conoscere alcune vittime e detenuti colpevoli di reati simili a quelli da esse subiti), dell’incontro fortuito col nipote (detenuto) di uno degli uomini che aveva ucciso,«Come lui ha perdonato me, io vorrei avere l’onore di perdonare l’assassino di mio padre». Ci abbracciamo forte, emozione difficile da raccontare. Come quando Ivan racconta di suo fratello malato, ora guarito dalla leucemia, «Smettere di fare volontariato in ospedale è stato il mio errore più grande. Ero un uomo migliore».
Alzarsi per visitare una cella (più precisamente, stanza di pernottamento) e sgranchire le gambe stempera l’emozione e scioglie tutti. L’ispettrice ci deve riportare all’ordine e al silenzio più di una volta. Due detenuti per ogni cella, televisione, due armadietti, doppia porta con blindo, servizi igienici in metallo perché non possano essere divelti. Sbarre alle finestre, ovviamente. Tra gli omini di Keith Haring sulle pareti e l’entusiasmo di una partita in corso di calcio balilla, una frase sul muro, ancora, emoziona: “fate cose pazze e fatele con entusiasmo”. «Non avete idea di quanto bene mi avete fatto», Ivan ci saluta così. Abbracci stretti, sorrisi e un arrivederci negli occhi di tutti.
È chi la libertà l’ha persa che le dà il più grande valore. E tutti noi, in quella stanzetta, ne abbiamo respirata più di quanta immaginassimo.













