Ci sono cose che scrivi e che, rilette a distanza di anni, ti fanno pensare che non cambieresti una virgola. Sono ancora attuali, valide, ed anzi acquisiscono sempre nuovi significati, nuove sfumature, le senti ancora più profondamente tue. A me capita, tra gli altri, con questo pezzo, che ripropongo ogni estate, quando le sensazioni che provo sono esattamente le stesse:
Fare “il morto” al mare è sempre stata, fin da bambino, una delle cose che mi piacciono di più. Chiudere gli occhi, rilassare tutti i muscoli, imparare ad affidarti completamente a qualcosa di diverso da te, a quello strano principio che ti mantiene a galla, al movimento del mare, mantenendo il controllo solo del tuo respiro. Stare immerso quasi completamente in quel liquido blu che ti avvolge, quasi ti protegge, ti isola dal resto del mondo, fa sembrare tutti i problemi e le preoccupazioni lontani, come i suoni e i rumori del mondo e le urla dei bagnanti ovattati, inoffensivi. È la cosa più rilassante che conosca e ti costringe a concentrarti su te stesso, sul tuo corpo. Senti distintamente e forte il tuo respiro, ogni suono che emetti. E sei costretto così ad imparare a guardarti dentro, ad ascoltarti, a conoscerti, perfino a capirti, se sei fortunato. In ogni caso, a fare i conti con te stesso. A scoprire ogni piega del tuo animo ed ogni singola sensazione provata, in maniera da essere più consapevole e comportarti di conseguenza. Il mare insegna (presso Soverato)




















