Guaraldi and a story
A bit of the Vince Guaraldi tune “Christmastime is here”, and the story behind the CHRISTmas Live album, recorded live down at Shadowsound Studio in Macon, GA.

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Guaraldi and a story
A bit of the Vince Guaraldi tune “Christmastime is here”, and the story behind the CHRISTmas Live album, recorded live down at Shadowsound Studio in Macon, GA.

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Sergio Zavoli dettava al telefono le interviste – perfino le virgole –, pareva statuario ma sapeva commuovere. Il suo libro più bello attacca così: “Dalle mie parti un conto è crescere, un altro è venir su…”. Un ricordo
La prima volta. Fu un non incontro. La mostra, accaduta a Rimini esattamente dieci anni fa, s’intitolava “Confronto a 10”. In sostanza, un poeta – o presunto – era accoppiato a un artista. Io portai una traduzione dalle Lamentazioni da affiancare alle opere di Massimo Pulini. Sergio Zavoli si accompagnò ai quadri di Alberto Sughi. La mostra partì, Zavoli, giornalista dei giornalisti, già Senatore della Repubblica e Presidente della Commissione di Vigilanza Rai, restò a Roma.
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1982: Sergio Zavoli tra Giulietta Masina e Federico Fellini
Mi accadde, negli anni, di intervistarlo, un paio di volte. Zavoli incuteva timore – il direttore di allora, Franco Fregni, disse “fai tu”. Feci. Avevo un numero romano. E un appuntamento telefonico, a cui, mi consigliarono, era utile non trasgredire di neanche un minuto. Quanto a questo – almeno in questo – sono nordico. Telefonai. La voce di Zavoli zoppicava. D’altronde. Aveva 90 anni, tutti l’avevano udito, commosso, sulla tomba di Tonino Guerra, a Santarcangelo, rievocare il comune sodalizio con Federico Fellini. “Non so se questa nostra benedetta Romagna, curiosa e distratta che si commuove a ciglia asciutte e abbonda negli affetti, così ribalda e tenera, sfrontata e timida si sia mai stupita che un’aria di collina e di riviera, profumata di poderi e di spiagge, un secolo fa avesse salutato l’arrivo di due ingegni destinati, un giorno, a incantare le più diverse genti del pianeta”. A me parve inesorabile e privo di commozione. Sapeva come commuovere, però. Facevo le domande, Zavoli dettava le risposte. Dettava è il verbo esatto. Parlava come se stesse leggendo un testo. Dettava anche le virgole. “Qui ci vuole il punto”, mi diceva, ogni tanto, “qui la virgola”. La professionalità di quell’uomo – insomma, uno che si è inventato la Rai – coincideva con il talento puro. Quando pensò di aver detto tutto, avevo ancora un paio di domande in faretra, mi disse, “la saluto, le auguro un notevole futuro”, e attaccò. Quasi a dire, non mi chiami più. Il futuro non fu notevole, e l’augurio, forse, si rivela anatema, ma questo poco importa, ora. Sembrava stanco di tutto – anche di essere stanco.
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Stando a Rimini, all’altra riva del noto, fu ovvio, per me, occuparmi di Zavoli. Per desiderio di sfregiare i sacrari, lo pungevo, ogni tanto. Scriveva poesie pubblicate da Mondadori, ad esempio. Non mi piacevano. Qualche anno fa mi misi – pur superficialmente – a spulciare nella sua carriera in Senato – è stato senatore per quattro legislature, dal 2001 al 2018. Mi restò impressa la frase di Mario Luzi – Senatore pure lui, per merito – che lo ricordava, “ebbe a dirmi, parlando della politica, che non c’è mai tanto bisogno di politica come quando è la politica ad autorizzarci a voltarle in qualche modo le spalle”.
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Come molti, Sergio Zavoli – ravennate di nascita, riminese di crescita – lasciò Rimini, antica colonia romana, per la grande madre, Roma. Ha fatto quel che sappiamo, con quel viso volitivo, quadrato, serio e aperto, ambizioso. Ha firmato una prefazione potente per La mia Rimini di Fellini, edita da Guaraldi. “Da quel tre novembre del 1993, quando ci congedammo in piazza Cavour – con lo spettacolo dei fazzoletti che parevano tutte le farfalle cavolaie venute a salutarlo dagli orti dei quattro borghi – Rimini ha letto e ascoltato ogni genere di commento, e anche di giudizio, su quel figliolone ravveduto, cioè arresosi all’idea che la Romagna fosse davvero l’origine sentimentale, fantastica, anche civile, della sua esistenza; e Rimini il luogo di una definitiva conciliazione tra vita e morte. Tutto accadde quel giorno, nella suite 315 del Grand Hotel, dove le finestre rimasero a lungo aperte, con il gonfiore delle tende libere di respirare, così pareva, il suo stesso respiro, e la terrazza, sotto, su cui i ragazzi di Amarcord avevano ballato tenendo tra le braccia la nebbia. La città, liberatasi di una vecchia e ostentata diffidenza, restò attonita all’annuncio del malanno e gli fu vicina con un silenzio tra riguardoso e materno, ora che Federico era a Rimini per viverci un tempo mai, prima, così lungo, forse unendo l’idea della sua salute ai segni di una accogliente fraternità. Rimini, diventata una grande casa, amabile in quell’affetto riscoperto e forse messo a frutto per sempre”, scriveva Zavoli, che ha preferito morire nel luogo del successo e non in quello dell’infanzia. E poi, come chi scrive in punta di diamante, potendo scrivere tutto con la potenza di chi conosce gli uomini e i loro trasalimenti, “Pochi, nel cinema di ogni tempo, hanno affrontato con tanta ammonitrice innocenza, senza soppesare opportunità, equilibri, convenienze, i grandi temi incombenti sull’uomo. Federico Fellini l’ha fatto, libero da blandizie e compromessi, non ammiccando ai potenti, ma rivolgendosi soltanto a noi. Senza invettive, grida, proclami, sentenze, semmai inclinando, verso la fine, a un severo silenzio scavato dentro il rumore della nostra epoca”.
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Ho conosciuto Zavoli per lo più attraverso Mario Guaraldi, il grande editore. A volte non ci si conosce che per sotterfugi, sottolineature, i sussurri di un altro – ed è sufficiente. Guaraldi, nel 2005, aveva ristampato il libro che Zavoli amava più di tutti, Romanza. Edito nel 1987 da Mondadori, se n’erano dimenticati in fretta – d’altronde, un grande giornalista non si occupa di facezie e di fiction, ma di grandi inchieste. Mario Pomilio – uno scrittore che non smetto di amare – ne parlava, in prefazione, come di “un libro di fede nell’uomo”, che “possiede in egual misura la splendida concretezza dell’effettivamente vissuto e l’alone delle cose diventate favola e miraggio”. Qui, in omaggio, pubblico le prime pagine. Un uomo che ha vissuto così profondamente la Storia, rischia di essere refrattario al sentire, è puro pensare, quasi una statua – Zavoli, statuario, lacrimava dentro, forse, in una specie di isola privata, nella Villa Adriana del cuore, tra la gola e l’ombelico, una zattera. (d.b.)
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Dalle mie parti un conto è crescere, un altro è venir su. Crescere dà un’idea di creatura rara, la cui esistenza va sorvegliata con cura e alla cui perfezione si riservano regole mondane, princìpi morali e norme estetiche in funzione della preziosità di ciò che, appunto, deve crescere; mentre venir su è l’opposto, è la natura che affida alle lune, come per il vino, la sorte buona o cattiva di chi s’inerpica alla meglio sui fianchi dell’esistenza. Pensavo a questa distinzione, un po’ animosa e un po’ ingenua, ai tempi della scuola, quando nei modi d’essere o di apparire dei compagni intravedevo le differenti vite dei padri e quindi le sorti già separate dei figli, immaginando così un destino di diversità che nessuna cometa avrebbe potuto deviare dal suo corso. Non per nulla, mi dicevo, si cresce a corte, in villa, in collegio, alla scuola di un maestro o all’ombra di un potente; e si viene su come Dio vuole, bene o male a seconda della salute, delle circostanze e della fatalità.
Vedevo crescere poca gente, tantissima ne vedevo venir su: difesa dalle mura, nascosta nei parchi e guardata dai precettori, nel primo caso; ovunque, e fra un’indistinta quantità di persone, nell’altro. Questa visione del mondo, così drasticamente spartita, mi si chiarì quando iniziammo a praticare uno sport, ciascuno il suo preferito. Vidi allora che per un verso si diventava creature pervase da una sobria bellezza, aggraziate, ragguardevoli e risolute, per l’altro aureolate di nulla, dai toni andanti, secondarie e dubbiose. Le prime giocavano a tennis, sciavano, tiravano di scherma, mentre le seconde praticavano il football, boxavano, correvano in bicicletta. Le une avevano della vita un’idea disinvolta e briosa, le altre ispida e insicura.
Sono immerso a tal punto nella memoria di quegli anni, e così segnato da come furono vissuti, che basta un soprassalto per risvegliare una giovinezza rimasta chissà dove; quando viene maggio, ad esempio, qualcosa mi riconduce sulla Via Emilia, dopo il ponte di Tiberio, in attesa del Giro d’Italia. Avevo, per quel giorno, un complice straordinario. Era Vidmer, il figlio di Elconide Moretti, l’infermiera non diplomata che faceva iniezioni magistrali lungo tutta la strada, a qualunque ora, senza strofinamenti e con la mano sinistra. Quanto al padre, un analfabeta, aveva mandato a memoria ciò che stava scritto su ogni marmo o pietra della città, dalle iscrizioni romane all’elenco dei caduti in guerra, dagli editti comunali alle epigrafi sui sarcofaghi del Tempio, e leggendo e illustrando riga per riga tutta quella storia si era guadagnato il necessario per morire, un po’ ogni sera, nelle cantine povere della città, che sanno di vini giovani e di sigari spenti, le stesse dove si era distinto suo nonno e, prima ancora, il bisavolo. Non era mai del tutto sobrio, né proprio alticcio. Di natura ilare, amava provocare sensazioni, nella sua intenzione, gioiose; così, per scuoterlo, dava di gomito a chiunque gli sembrasse infelice o semplicemente rabbuiato. Quando voleva indurre l’Elconide almeno a un sorriso, le ricordava il più bel pezzo del suo repertorio: il concepimento di Vidmer su un barchino, a due miglia da terra, grazie a un equilibrismo del quale la moglie aveva parlato per anni con un’ammirazione un po’ pudica e un po’ spericolata; sicché il ragazzo, ascoltando, si era fatto della vita un’idea, quantomeno, di instabilità. Ma da quel richiamo era rianimata sempre meno; le vanterie del marito la facevano anzi scivolare in uno scoramento ognora più fondo.
Al contrario di me, che ogni mattina me ne liberavo in fretta risalendo da un unico inabissamento, Vidmer rimaneva a lungo influenzato dal sonno, al termine del quale indugiava in un mondo di splendide infondatezze: sognando di saper dare una risposta a qualunque cosa, anche alle più rare e astruse, si svegliava con nozioni fantastiche, ma sicure, di tutto. L’effetto di quella naturale e serena millanteria cominciava a declinare nel corso della mattinata ed era del tutto svanito nel pomeriggio. Fino a quel momento, dunque, Vidmer intersecava, connetteva e risistemava il mondo con la speditezza di chi ha finalmente trovato il bandolo della semplicità.
Sergio Zavoli
*Il testo è tratto da: Sergio Zavoli, “Romanza”, Guaraldi, 2005; in copertina: ritratto fotografico di Sergio Zavoli photo Dino Ignani
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“Era pazzo, perfezionista, antipatico, aveva molte donne e non si allineò alle mode letterarie del momento”. Elogio di Giorgio Saviane, grande dimenticato
Se fosse il personaggio di uno spaghetti-western sarebbe il brutto ma soprattutto il cattivo. “Guardi, una volta, per sfizio, ho pure chiamato la redazione dei Meridiani Mondadori. Mi risposero, piccati, ‘ma noi pubblichiamo solo nomi conosciuti’. Ricordai all’impiegata che Giorgio Saviane è stato un autore di punta della Mondadori, che ha venduto decine di migliaia di copie con i suoi libri. Trent’anni fa gli hanno perfino dedicato un SuperOmnibus con incorporati i romanzi maggiori”. Quindi? “Quindi la tizia mi rispose sbrigativamente che ‘noi pubblichiamo chi vogliamo’. Poi si corresse, ‘mi scriva, comunque’”. Bene. “No, male. Non le ho mica scritto. Mi è bastata la sgarbata conversazione”. Certo che anche lei ha un carattere… “Giorgio mi ha insegnato che non bisogna mendicare. Diceva che non bisogna andare con il cappello in mano a impetrare un favore. Se mi vogliono, bene, sennò bene lo stesso, problemi loro”. Non tutti nel club dei letterati la pensano così. “Assolutamente. Giorgio mi raccontò, schifato, di un collega, uno degli scrittori ritenuti più importanti in Italia, che per vincere lo Strega aspettava sotto casa i giurati. Andava nei salotti di tutti, uno per uno, per ottenere i voti”. L’esatto opposto di Saviane. “Per lui la dignità era tutto”.
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Sperimentazioni editoriali. Quello di Giorgio Saviane è un fenomeno. Una prova sperimentata della cecità editoriale odierna. Una ventina di romanzi (il primo, Le due folle, edito da Guanda nel 1957), quasi tutti di successo, a partire, per lo meno, da Il papa, selezionato alla prima edizione del Campiello, era il 1963, vinta da Primo Levi con La tregua. Un romanzo, quello che racconta la tormentata ascesa al soglio pontificio di don Claudio, che scassina l’alcova ben agghindata delle aule vaticane, che tortura con disarmate inquietudini. Tradotto in inglese (come The Finger in the Candle Flame) e in spagnolo (El Papa), il libro fu messo, idealmente, all’indice dai pensatori fedeli a Sua Santità. Salvo poi essere salvato dal falò dei chierici, “nel 1963 lo stroncai per ben tre volte”, confessò il pio Nazareno Fabbretti, per poi, trent’anni dopo – i grandi libri chiedono lunghi tempi digestivi – convertirsi: quel romanzo “su un possibile papa fuori di ogni schema fisso” era fitto di “pagine memorabili”, ma soprattutto costituiva “una profezia laica del destino della Chiesa”. Perché allora nessuno si è degnato di tirarlo fuori dalla soffitta nell’era del papa “guevarista” e rivoluzionario, Francesco?
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Saviane, scrittore rapace, che alterna scene lampanti, da fiction, a catabasi intellettuali, autore di capolavori scomodi (Il mare verticale), di libri mai facili, ma torbidi, obliqui, industriosamente sinistri, come Getsèmani, la storia patetica di un Gesù dei tempi moderni, che sa che “l’unico privilegio dell’uomo sull’uomo è quello di soffrire per lui”, tenerissimo, dove “non c’è fondo di disperazione umana che non sia suscettibile di riscatto” (questo è Carlo Bo), fece successo epocale con Eutanasia di un amore, Premio Bancarella e soprattutto film, girato da Enrico Maria Salerno con Tony Musante e Ornella Muti. “Beh, Silva, nel romanzo, sono io”, mi dice, con voce radiosa, Alessandra Del Campana. Che conobbe Saviane a 22 anni. Lui ne aveva quasi quaranta in più. “Lo incontrai nel suo studio a Firenze. Aveva risposto a un mio annuncio, cercavo lavoro come segretaria. Saviane era avvocato, il suo studio sfarzoso, metteva imbarazzo. Ricordo la grande finestra alle sue spalle, sul Lungarno. La luce ne corrodeva le fattezze, non lo vidi in volto, intuii soltanto la sua sagoma. ‘Lei è disposta a tutto?’, mi chiese, sibillino. Gli risposi che non avevo legami. Mi chiese il mio segno zodiacale, osservò con accuratezza la mia mano: ‘ha dei bei segni…’, mormorò. Non so, forse mi stava prendendo in giro”. Comunque, ottenne il posto. “Certo. Mi disse che la sua segretaria era una vecchia impossibile. Quando lo accompagnai nel garage dove custodiva la macchina, vidi che era atteso da una stangona, una donna bellissima, superba”.
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Già, Saviane diabolico donnaiolo. “Aveva molte donne, sì, ne era assediato. E tutte quasi subito presero a odiarmi. Ma io, per quel che mi riguarda, a Saviane non pensavo proprio: lo vedevo troppo anziano e troppo compromesso”. Poi però l’ha portato all’altare, quando lui aveva più di 80 anni. “L’innamoramento è stata una cosa lenta, progressiva, dolcissima. Saviane ha avuto tanta pazienza con me, è stato molto delicato, tenero. Ha atteso i miei tempi. Lui è stato per me il primo, ed è tutt’ora l’unico amore della mia vita”. Ricorda anche quando capitò il fattaccio… “eravamo a Mogliano Veneto, a Villa Condlumer”. Quella dove è stato pure Giuseppe Verdi. “Durante il G8 ospitò anche Ronald Reagan, se è per questo: si fece trasportare in aereo il proprio talamo”. Però… “C’era la nebbia, il lago, l’atmosfera… lì accadde tutto. Ed è stato un crescendo. Saviane ha riempito ogni spazio, è stato tutto per me, il padre e il figlio, l’amante e il maestro”.
Pratica archiviata. Che qualcosa non andasse per il verso giusto, che covassero rancori, uno stillicidio di lancinanti invidie, lo si capisce subito, appena Saviane lascia questa terra. Nella storia della letteratura italiana, confessò a Repubblica Giorgio Luti, Saviane occupa “un posto marginale”, trattasi di “un minore, ma di talento”. Un giudizio che trancia, che sa di pratica archiviata e di sospiro di sollievo, a cadavere ancora ribollente. Un giudizio inaccettabile rispetto alla mole di commenti che si sono accumulati sul corpo carnale dell’opera di Saviane, “uno dei più grandi narratori europei del dopoguerra” (Dante Maffia), capace di “romanzi di idee di sconcertante vigore compositivo” (Geno Pampaloni), dotato di una scrittura che “non so se per dono angelico o diabolico, ha la poesia, azzurra, della vita” (Dario Bellezza) e che, insomma, “ai margini delle correnti, delle scuole, delle mode, mai entrato per molto tempo nella ‘società letteraria’ e quindi nella gerarchia di valori che la critica crea ed impone” Giorgio Saviane “sta nei gradi più alti di un’altra gerarchia, non fondata sulla cronaca contingente, ma sui ritmi lunghi della storia” (Carlo Salinari).
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Ci siamo, ecco il problema. Saviane non aveva amici. Anzi, stava sonoramente sulle palle. “Ricordo che frequentava qualcuno: Bigongiari, Baldacci. Ma amicizie tra i letterati non ne aveva. Ai club degli scrittori preferiva le scalate, sulle Dolomiti. Oppure andare in barca”. Antipatico? “Diciamo che non era un leccapiedi e diceva quello che pensava. Sì, aveva un brutto carattere. E lo ha scontato. Pensi che da Il terzo aspetto volevano fare un film: contattammo la figlia di Craxi, pare che pure Celentano volesse partecipare. Poi più nulla. Perfino Il papa doveva tramutarsi in pellicola: il produttore era Cecchi Gori, la sceneggiatura sarebbe stata di Massimo De Rita”. E poi? “Anche lì, niente. Gliel’ho detto, Saviane era antipatico, non era un lacchè, non mendicava attenzioni”.
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Editoria rivoluzionaria. Alessandra Del Campana è devota custode dell’opera del marito. Ne conosce tutti i geologici anfratti. “Il libro che mi piace di più? Il terzo aspetto, ovviamente: la protagonista sono io. Ma, sa, ho anche lavorato a un suo romanzo inedito, giovanile”. Cos’è? “Un omaggio ad Alessandro Manzoni e ai Promessi sposi, l’opera che più di tutte, insieme a quella di Carlo Emilio Gadda, piaceva a Saviane. L’ho tagliato e ridotto: ha delle pagine meravigliose. Poi l’ho letto a Saviane”. E lui? “Mi ha detto, ‘va bene, va bene, ma pubblicalo dopo che sarò morto…’ Quando era a Firenze, dedicava la mattina alla scrittura – di pomeriggio tornava avvocato. Altrimenti, scriveva ogni volta che era ispirato. La scena finale di Eutanasia di un amore, ad esempio, è stata composta in motoscafo. Scriveva su quaderni dalla copertina marrone, con una penna a inchiostro verde. Gli ultimi libri, però, me li ha dettati. ‘Non dirlo a nessuno, per carità’, mi intimava. Pensava che per uno scrittore fosse sconveniente dettare i propri libri”.
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“Era un pazzo e un perfezionista. Aveva un senso del dovere e dell’onestà ai massimi livelli. Un giorno decideva di non lavorare, e andava al golf; il giorno dopo si lavorava tutto il giorno, senza mangiare perché ‘il dovere prima di tutto’. Era ombroso, sensibile. Molto complicato nei rapporti con gli altri”. E il mondo cannibale dei letterati non assolve i solitari e gli individualisti, i geniacci che amano le strade inesplorate. Non perdona. (d.b.)
*Nel 2014 l’editore Guaraldi pensò di riproporre l’opera di Giorgio Saviane, per la cura di Alessandra Del Campana Saviane, in un libro antologico, “Mio Dio”, da cui è estratto questo scritto. L’intento era quello di rilanciare un grande autore del ‘canone italiano’, in vista di ulteriore interesse editoriale. Qualcuno tornò a parlare di Saviane, di fatto, da allora, è accaduto poco, quasi nulla
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Piero Meldini, l’alchimista della letteratura italiana. Troppo raffinato e austero per questo mondo editoriale. Leggete “L’avvocata delle vertigini”, un esordio magnetico
Basso, di bulimica intelligenza, borgesiano (adora, su tutto, Altre inquisizioni), fuori dai giochi letterari ‘che contano’, polemico, spietato con se stesso e con il prossimo suo, Piero Meldini, classe 1941, per oltre un ventennio direttore della Biblioteca ‘Gambalunga’ di Rimini – che è stata aperta al pubblico 400 anni fa, è la più antica biblioteca civica d’Italia – ha il carisma truce di chi mi sta simpatico. L’ho intervistato un paio di volte – è uno dei pochi scrittori che vorrei incontrare costantemente. Lettore furibondo, critico totale, verbi intinti nel cinismo, Meldini è stata una delle ‘scoperte’ letterarie più alte e più vere di Adelphi. Era il 1994, collana Fabula, copertina superba (un particolare della Santa Lucia di Francesco del Cossa, con mano che regge uno stelo da cui fioriscono due occhi), esordio memorabile. “L’avvocata delle vertigini” sviluppò un domino di sospiri e di elogi nel club dei critici di allora. Il libro dell’esordiente cinquantenne vinse il Bagutta e fu tradotto in mezza Europa. Prima di quel romanzo, Meldini, scopritore di manoscritti strambi, speleologo in catacombe bibliografiche, aveva scritto diversi saggi, succulenti, come Reazionaria. Antologia della cultura di destra in Italia (1973) e Mussolini contro Freud. La psicoanalisi nella pubblicistica del fascismo (1976), entrambi editi da Guaraldi, e diversi studi – antropologia enogastronomica – sulla cucina romagnola. L’avvocata delle vertigini è un libro di diagonale bellezza, un giallo apocrifo e mistico, dove un professor Dominici – desunto dal Daniele Dominici de La prima notte di quiete? –, esperto in storie dei santi, scopre che la vicenda di una “beata Isabetta” nasconde profezie inquietanti. La scrittura segue una logica allucinata e ferma, che ricorda, a tratti, Friedrich Dürrenmatt: “No, non era Dominici a sfidare il vuoto: era il vuoto che sfidava lui. Che lo tentava. Che lo chiamava. Avesse almeno creduto. Gli sarebbe stato concesso, negli assalti, di affidarsi alla beata. Un incredulo poteva solo illudersi di colmare la mancanza di fede con un di più di laboriosità”; “Le ore scorrevano di traverso, col passo del granchio. Il vescovo sedeva alla scrivania, assillato da un tarlo, da un chiodo, che aveva la vacuità e l’ostinazione di un fischio”. Il libro ha un pregio raro: vuoi capire come si svolge la vicenda e nello stesso tempo sei beatificato da una scrittura vigorosa, da una sapienza letale. Insomma, Meldini è il grande alchimista della letteratura italiana. Il marchio Adelphi, per un tot, fece felici entrambi: L’antidoto della malinconia (1996), il secondo libro di Meldini, entra nella cinquina del Campiello. Con Lune (1999), libro di livida meraviglia, si conclude il rapporto con Adelphi: Meldini comincia a pubblicare per Mondadori. “Sai, La falce dell’ultimo quarto… con quello ho scritto qualcosa di simile, di più grande, forse, a Cent’anni di solitudine, ma nessuno lo ha capito”, mi disse, tempo fa, era un giorno caustico. Dal 2012 Meldini, sostanzialmente, non pubblica più. Gli ultimi episodi editoriali sono volutamente alieni: Pasticcio, edito da Babbomorto Editore (2019) e La Riminese. Venti ritratti di donne da Francesca alla Saragina (già Maggioli 1986, poi Interno4 Edizioni, 2019). Sembra essere troppo raffinato, austero, extravagante per il sistema letterario attuale, Meldini. Lui, d’altronde, non si preoccupa, non si occupa della fama, la scaccia, con sorriso furbo, manco fosse una gigantesca arpia uscita di scatto da un bestiario medioevale, malconservato. (d.b.)
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Alla fine di novembre del 1960, quando comincia ad annotare i suoi sogni, Federico Fellini è in piena ascesa: nella “cameretta dei premi” (citata alla data del 20 gennaio 1961) si è aggiunta ai due Oscar la Palma d’oro guadagnata a Cannes da La dolce vita. Che è ormai, oltre che un film osannato dalla critica internazionale, un blockbuster planetario. Il regista può riposarsi temporaneamente sugli allori, e la compilazione del Libro dei sogni è perciò anche una raccolta di materiali narrativi, una ginnastica dell’immaginazione in attesa di girare il film successivo.
Non c’è alcun dubbio che i sogni annotati nel Libro siano veri e propri racconti, sia che Fellini li abbia registrati nel modo più oggettivo e veridico, sia invece che li abbia “aggiustati” e arricchiti, e le immagini che li accompagnano – e che corredano i testi felliniani fin dai tempi di “420” e del “Marc’Aurelio” – hanno soprattutto un ruolo ausiliario: costituiscono, cioè, un promemoria e, insieme, uno storyboard. Di questi racconti possiamo apprezzare il peculiare stile narrativo che li accomuna, ossia i personaggi e gli ambienti che vi si incontrano, le trame che prediligono, il linguaggio che utilizzano, i topoi che vi ricorrono, le eventuali fonti e suggestioni letterarie (il sogno del 2 aprile 1961, per esempio, discende sicuramente dal Processo di Kafka). Rara è nei sogni di Fellini la presenza di personaggi di fantasia, e anche in quei pochi casi il regista suggerisce solitamente, seppure in forma dubitativa, chi vi si potrebbe nascondere dietro. I personaggi appartengono in genere alla cerchia ristretta dei familiari, degli amici d’infanzia (Titta e pochi altri), degli attori (da Mastroianni alla Ekberg, da Leopoldo Trieste a Valeria Ciangottini, dall’odiato Aldo Fabrizi a Sofia Loren) e dei collaboratori (l’assistente Guidarino Guidi, il fotografo Otello Martelli, il montatore Leo Cattozzo, gli scenografi e costumisti Gherardi e Donati, il musicista Nino Rota…)…
Un buon numero di sogni racconta storie notturne, quasi sempre popolate da un’inquietante fauna di “puttane e lenoni”, pederasti e poliziotti, assassini e cannibali. Questi notturni “lugubri” – come il regista li definisce ripetutamente – costituiscono un vero e proprio topos, e rivelano una tra le facce meno esposte dell’ispirazione felliniana: quella, grottesca e atrabiliare, che impregnerà Toby Dammit e il Casanova.
Ma veniamo allo stile narrativo dei sogni. La dolce vita aveva creato scandalo non soltanto perché era una rappresentazione della realtà spietatamente laica, priva, cioè, del più tenue velo ideologico e del più remoto intento consolatorio, ma perché infrangeva consolidati canoni narrativi. Invece di una trama chiusa, con un capo, una coda e un ordine preciso degli avvenimenti, esibiva una trama aperta e divagante: non un racconto, ma un segmento, una tranche di una storia potenzialmente infinita. Fellini aveva riesumato, a ben vedere, una tipologia di narrazione arcaica: dai poemi epici dell’antichità alle saghe, ai romanzi cavallereschi e giù giù fino a Pinocchio, alle “telenovele” e ai videogiochi, la forma primitiva di racconto, direttamente derivata da quella orale e anteriore alla codificazione dei generi letterari, presenta infatti una trama aperta, ed è lo stesso tipo di trama che ritroviamo nei sogni felliniani. C’è un’assoluta coerenza di stile narrativo tra i film del regista (a partire almeno da La dolce vita) e i suoi sogni. Dico di più: nei sogni la trama non è solo divagante e rapsodica di per sé, ma viene costantemente frustrata laddove aspiri a un minimo di coerenza e di rispetto delle famose unità aristoteliche, e in particolare della terza (unità d’azione). Un esempio fra i tanti è il sogno del 18 gennaio 1975. Fellini allestisce una scena patetica: in una camera angusta, confinante con una stanza affollata, una donna sta morendo; accanto a lei, nel letto su cui è distesa, una bambina le parla e l’abbraccia. Il regista si accorge a un tratto che la donna è spirata e prova una grande tristezza all’idea di doverlo comunicare alla bambina. A questo punto il climax, abilmente costruito, si spezza: Fellini è assalito dal bisogno irrefrenabile di vuotare la vescica; non trovando una tazza, è tentato di farla sui vasi da fiori e sulle piante che circondano la salma; poi, per fortuna, scorge un wc e si libera. Si tratta, più che di un finale dissacratorio, di un rifiuto categorico degli esiti romanzeschi della trama.
Accertata dunque la coerenza tra film e sogni, resta il dubbio se siano stati i secondi ad aver influenzato i primi o (perché no?) il contrario. Il Fellini notturno non è il mister Hyde del Fellini diurno. È – se così si può dire – la sua versione corsiva ed epigrammatica, e la miglior prova è proprio Il libro dei sogni, dove del regista nulla ci viene rivelato che già non sapessimo dal suo cinema. Lo zibaldone – ha osservato Ferdinando Camon – non ci restituisce la verità dell’uomo, ma dell’artista: «non è il libro dei sogni di Federico; è il libro dei sogni di Fellini».
Quello che il lettore sta osservando dal buco della serratura dei sogni del regista è infatti il suo laboratorio, non la sua alcova.
Piero Meldini
*L’articolo siglato d.b. riproduce, in parte modificato, quello pubblicato su Linkiesta il 20 luglio 2018; l’analisi di Piero Meldini è pubblicata dall’editore Guaraldi in “Federico Fellini. Il libro dei miei sogni”, 2013
**In copertina: Francesco del Cossa, “Santa Lucia”, 1472-73, particolare
L'articolo Piero Meldini, l’alchimista della letteratura italiana. Troppo raffinato e austero per questo mondo editoriale. Leggete “L’avvocata delle vertigini”, un esordio magnetico proviene da Pangea.
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“Ciò che ti smarrisce orienta verso Dio”. Altro che testo sul celibato dei preti… Ecco una sfilza di autentici apocrifi di Benedetto XVI
Benedetto XVI dice che l’uomo sceglie Dio sposandosi a lui, spostandosi dal mondo, restando celibe per aderire al sacerdozio. Apriti cielo. Forse l’ha detto, forse no. Chi si dedica a Dio dona tutto ciò che ha: il corpo. Fa di sé, figura tra uomo e Dio, sfigurato, tanto uomo da darsi a Dio, uno sposalizio. Ma non è questo il punto: questa è cronaca. Mi preme questo: penso che lo scrittore, l’ultimo degli uomini, il grado zero, l’uomo-uomo, debba scavare nella polpa di Dio – quindi, della Storia. E nel cuore di chi detiene la parola rivolta a Dio. Su questo, nel 2014, ho scritto un romanzo, “Rinuncio” (Guaraldi). La prima parte del libro è costituita da una serie di lettere, pagine di diario, aforismi di Benedetto XVI. Quelli che ricalco, in particolare, sono introdotti così: “Questi pensieri sono stati scritti, a matita, nelle pagine di un libro di Saint-John Perse, “Exil”, tra i rari volumi che Benedetto XVI ha voluto nella sua cella. Sembrano costituire un insieme di pensieri congiunti dalla stessa ispirazione, raccolti da un titolo, “In estremo”. Benedetto XVI ha cominciato a scrivere i pensieri quando era Papa, così per lo meno dimostra la calligrafia: rotonda, netta e comprensibile nel periodo papale, devia bruscamente, all’improvviso. La grafia diventa più torbida e roca dopo la rinuncia”. Naturalmente, sono apocrifi. Il libro fu consegnato all’‘emerito’ da Piergiorgio Odifreddi – che non conoscevo – un anno fa. Che gli sia piaciuto o meno rientra nel chiostro del narcisismo da cui non mi sottraggo. (d.b.)
***
Né milizia, né mestizia o malizia – martirio nella preghiera, reclamare l’osso ultimo, il sopravvissuto, audacia nel soffrire.
Dio è raccoglimento, umiltà. “Inutile” è Gesù sulla Croce, è il niente a cui dedicare la vita.
Si nasce per servire, per essere ultimi: chi non ha pace, chi è frustrato, chi è infelice deve comandare.
Solo quando Gesù dubita trova Dio.
Non si è guida, si è scelti a guidare – senza desiderarlo si conduce al deserto. L’unico condurre è presso la morte.
Usare la carità come un’arma – amare fino a uccidere.
Il cristiano non è felice – cioè, esaltato – vaga nel mondo senza desideri. Deve toccare il fondo, sfondare l’abisso, amarlo.
Disutile, il cristiano non ha personalità. Vivere è il suo solo dovere, valicare la vita senza seminare il male.
L’ingenuità è la genuina natura di Dio.
Cedersi è il carisma del cristiano.
Sempre si è soli – l’obbedienza è una necessaria menzogna.
Gesù dirige verso il caos, non c’è direzione ma vagabondaggio, né destinazione se non la morte. Ordine, via e viatico per una vita celeste sono un possesso degli antichi dèi, umani; il volto di Cristo è inumano.
Non esiste ordine, ma imprevisto, come l’avvento di Gesù non accade mai all’ora stabilita. L’ordine è la follia degli uomini ordinari che non sanno riconoscere lo straordinario.
Ogni uomo è un ponte nel nulla – nessun mortale porta a Dio.
Piuttosto, perseverare in una preghiera che è attesa. Prepararsi all’incontro con Dio lasciando ai superstiziosi le giaculatorie, la lista languida dei rosari. Abitare il silenzio, come una foresta dove gli alberi sembrano lupi. Eventualmente, far sorgere una parola per Dio sul ciglio della morte. Mai sentirsi degni di Lui.
La carne è il centro del cristianesimo: per questo Dio se ne è ornato. In questo modo, ha compiuto il riscatto della carne, facendone luogo di purezza e non di disprezzo o vergogna. Per questo il cristiano affronta la carne, non la denigra. Si accontenta di saggiare l’anima, ma salva la carne, di cui bisogna impregnarsi. Toccarla fino a credere che sia immortale.
E se il demonio fosse nell’ostinato distacco dalla terra, dai mortali? Pensare di poter fare a meno dell’uomo e della morte è il male.
Le stimmate sono gli occhi di Dio – i chiodi diventeranno rose.
Senza amore non conoscerò l’Amore.
Accendi i sensi – non avvilirli – avventati sul mondo violentalo: altrimenti come potrai riconoscere ciò che è da amare?
Ciò che ti smarrisce orienta verso Dio.
Cosa è stato di tutto quell’amare? Non ci è di sostegno – è perso. Per fortuna: ci porta a desiderare Dio.
I martiri, i penitenti, gli eccezionali – non imitarli. Non vivere da santo, da ispirato, perché Dio non parla con te. Diventa un vuoto che rassicura gli uomini. Farsi fuori, per far fare a Dio.
Costruire – perché si abbia la percezione che è inutile. L’opera si fonda sul tormento, e sulla presunzione che il bene sia una certezza. Accontentati di vedere nella pietra deposta da Dio la cattedrale.
Dio è presso di te, ti è addosso, ti indossa – perché tu pensi che sia lontanissimo.
La Croce non è un peso, ma una liberazione, un’aquila. Ogni uomo vuole la morte, cioè liberarsi dei propri beni, della propria abitudinaria personalità, abolirsi. La Croce non è una spada per vendicarsi della cattiva sorte, bisogna puntarla contro se stessi, uccidersi.
La lancia che ha trafitto Cristo in Croce si è trasformata in ciliegio: i bambini lo accerchiano ed è il più timoroso a scalare l’albero. Come una pioggia di stelle, il bimbo fa cadere sulla testa e sul petto degli amici i frutti. Chissà quale sapienza apprendono ingurgitando quelle ciliegie. Non so se il loro viso si contorca in ghigno, oppure gli occhi conoscano la serenità dei corvi.
Sentiti sempre come se Gesù ti avesse abbandonato – per farti ritrovare.
Ho parenti nei boschi, la mia carta d’identità è la corteccia di una betulla e ho amato il ferro più dell’ostia – nel rosario sono inanellati occhi di lupo.
Accetta la sconfitta come una grazia – sfida l’abiura abitandola.
Rifiutare ogni cosa – soprattutto, chi mi ritiene buono, chi mi onora con opinioni di santità, chi mi crede un genio, chi sperpera casuali complimenti. Essere inamovibile e indifferente. Come l’albero dai rami sempre spalancati: accoglie falchi e corvi, accettando la morte. Come l’acqua. Comunque, condurre gli altri a convincersi che sono malvagio – ritenersi indegni, indigenti, indigeni nel nulla.
Mi diede un filo d’erba, piantandolo spaccò il vaso, perforando perfino il cemento del balcone. Come il chiodo affonda nella carne non riuscii più a sradicare il vaso dal balcone. Con ciò, l’erba non smarrì la propria debolezza, senza la quale si tramuterebbe non in albero, ma in uomo.
La preparazione che si impartisce agli uomini di Chiesa è per renderli adatti al mondo. I sacerdoti sono le creature più esperte del mondo, amministrano, mettono ordine tra le emozioni dei propri parrocchiani, le curano e annaffiano di senso mentre dovrebbero annientarle. Sono esperti di denaro più che di Dio e parlano della resurrezione come di un pattuito stipendio. La vita della Chiesa è diventata una devastante inversione dei termini: si parla di “preghiera” per dire “mercanteggio”, il deserto è un’aula di ricevimento, il confessionale la vorace finestra del guardone, Dio è l’uomo, il fedele che occorre compiacere, la povertà è sostituita dal bisogno di successo. L’uomo di Chiesa deve conquistare anime da porgere in pasto a Dio, il carnefice. Il sacerdote così è come il possidente che compra e rivende schiavi, come un allevatore che con gioia e tenacia conduce al trotto le bestie verso il macello.
Nessuna parola può superare la verità di un corpo – né sovrapporsi ad esso cancellandone il ricordo. Questo rende autentico l’invecchiare, terribile la morte, remoto Dio. Il verbo tenta di incardinarsi alla carne, vorrebbe incaricarsene, per essere vivo. Ma sono le parole ad aver scandito la morte, legato i corpi al deperimento. Se non parlassimo, moriremmo senza sapere di morire, di essere vecchi. La carne non è un alfabeto, e Dio non parla – tocca – brucia – buca.
Non accettare alcun ruolo di dominio, ancor meno se “a fin di bene”, perché il potere non ammette altro fine che il male e corrompe chiunque lo abita – soprattutto i religiosi.
Non appena pronunci una cosa, dici un volto, ne dichiari la sconfitta.
L’incarnazione è un incantesimo.
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“Io non voglio la vita. Voglio vincere la vita. La mia parola è No”. Pär Lagerkvist, poeta e ribelle
Tra i testi che invocano la rivolta alcuni si rivolgono a un nuovo ordine altri al vortice. I primi instaurano una ‘politica’ – in fondo, inalano la lotta per sovvertire uno ‘stato’ statico dichiarandone un altro, ritenuto migliore – gli altri una verifica di sé, fino al luogo dove le ossa fischiano, come falchi. Nel 1951 Albert Camus pubblica L’uomo in rivolta, Ernst Jünger il Trattato del Ribelle. Per lo scrittore è facile, fiero, in un salto, superare il disorientamento. Con una parola lo scrittore doma la Storia, ne riduce l’urlo in belato. Un libro precede quei due, diversamente audaci. Si intitola La mia parola è No. Lo ha scritto Pär Lagerkvist, nel 1927, ed è pieno di tutta la sua selvaggia ingenuità. “La mia parola è No si prospetta come un poderoso tentativo di sostituire un’ispirata visione poetica e metafisica alla razionalizzazione totalizzante della scienza che coglie altrimenti l’umanità nuda e senza gloria, e ripropone con enfasi – pur da posizioni di consapevolezza dell’assurdità della condizione umana – la biblica centralità e maestà di un uomo ‘fatto in modo terribile e meraviglioso’”, scrive Franco Perrelli nell’introduzione al libro, in catalogo Iperborea.
*
Alcune parti di quel libro, la cui logica è l’ispirazione, la cui geometria è una poetica – dunque, la sfida come atto di sguardo sulle cose – sono meravigliose. Le ricalco, a mo’ di abbecedario d’estasi:
Io non voglio la vita. Voglio vincere la vita. La mia parola è No.
Noi non apparteniamo alla vita. Anche se forse la nostra anima si dissolverà col nostro corpo, anche se forse non abbiamo altro che questo breve tempo in cui ci è dato di fiorire e morire – comunque non le apparteniamo. Siamo qui per superare la vita, per vincerla. È per un rifiuto che siamo al mondo, per essere scoglio sul mare del tempo contro cui le onde infinite s’infrangono facendosi schiuma. La nostra parola è No.
Nulla placa la nostalgia dell’anima. Né il dolore, né la gioia più profonda. Perché essere uomo è avere fame. solo avere fame, fame – di qualcosa che non si può raggiungere. Di qualcosa che non esiste.
Sì, ogni giorno è una prigione. Ogni istante che ci è dato, ogni lasso di tempo che possiamo vivere è una prigione nella quale siamo tenuti segregati. Ogni fede, ogni dubbio, ogni passione che ci prende, ogni estasi che ci riempie col suo fuoco è la nostra prigione che ci si chiude intorno… Passiamo di segreta in segreta per tetri corridoi in un labirinto in cui nessuno si orienta, neppure che ci guida… Questa è la vita terrena. Vita da talpe, la vita terrena.
La vita non ha per fine la nostra realizzazione. La vita non ci capisce. E come potrebbe. È tutt’altro da noi… Vivere! Perché dobbiamo sempre, sempre vivere? Perché non possiamo mai essere?
È questa la nostra tragedia: la vita non ci basta. È da qui che derivano tutti i nostri problemi, tutta la nostra miseria. Siamo esseri che tendono le mani al cielo.
C’è una nauseante atmosfera d’interesse “spirituale”, in cui i poeti, con il loro fiuto e la loro opportunistica emotività professionale, divulgano il sapere e indicano agli uomini il cammino del loro vero dominio. S’instaura una sorta di comoda “concezione esistenziale”, che si nutre della più viva curiosità per tutto ciò che di più basso e più primitivo vi è nell’uomo. Ma su ciò che vi è di più alto, di divino, non si è curiosi. Sono valori incerti, che han più volte dato prova di non essere di grande affidamento. Mentre il basso, l’animalesco, è certo. È qualcosa su cui contare, lo sappiamo bene.
La vita è il prezzo che paghiamo perché il nostro essere possa esistere.
Mai, cuore umano, troverai pace dal tuo sogno di eternità. Mai ti basterà la vita. Tu devi creare, cercare qualcos’altro, qualcosa al di là. Dobbiamo perennemente dare la sua parte all’immortalità.
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Pär Lagerkvist (1891-1974) ha vissuto tanto da diventare un classico vivente – cioè uno di cui liberarsi. Sul seggio del Nobel per la letteratura, che gli fu assegnato nel 1951, non impalcò una orazione intellettuale né un proclama politico. Raccontò una storia. La storia s’intitolava “Il mito dell’umanità”. Comincia così: “C’era una volta un mondo, e un uomo e una donna, un giorno, vi giunsero con l’intenzione, più che di abitarvi, di fare una breve visita. Conoscevano molti altri mondi e questo, ai loro occhi, appariva come il più povero di tutti. In realtà, era piuttosto bello se si considerano gli alberi e le montagne, le foreste, i cieli, le nuvole mutevoli, il vento dolce del crepuscolo che mescolava ogni cosa in forme misteriose. Eppure, era un mondo povero rispetto a quelli che i due possedevano molto, molto lontano…”.
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L’opera di Pär Lagerkvist è riassunta da Barabba – in catalogo Jaca Book – e da Il nano, stampato, insieme ad altri testi di PL, sia lode a loro, da Iperborea. Lagerkvist è uno scrittore di parabole, e credo che in questo tempo pochi abbiano voglia di parabole. Piuttosto, preferiamo scendere in piazza assecondando facili slogan: chi ha voglia di scendere dentro di sé, di penetrare la propria contraddizione, di sfasciarsi? Non credo che oggi in molti leggano Lagerkvist. Tempo fa, in una bancarella, ho comprato La sibilla. Pubblicato in origine nel 1956, è tradotto da Attilio Veraldi per Feltrinelli, nel 1961, ora è fuori catalogo. In copertina, Lagerkvist ha i capelli bianchi e spiritati, sembra un satiro in giacca e doppiopetto: alle sue spalle si spalanca il bosco. La quarta presenta il libro con una domanda: “come può un dio imporre all’uomo il comandamento dell’amore, se è egli stesso spietato e crudele?”. Nel libro, una fiaba sapienziale, la sibilla di Delfi dice: “Dio è diverso da noi, perciò non lo capiremo mai. È imperscrutabile, incomprensibile. È dio. egli è il bene e insieme il male, la luce e insieme le tenebre, è futile e insieme pieno di un significato che non riusciremo mai a penetrare e non cesserà mai di confonderci”. Il libro è pubblicato nella collana ‘I Narratori0, insieme a Boris Pasternak, Malcolm Lowry, Lawrence Durrell, Henry Miller.
*
Nel 1969 l’editore Rusconi pubblica una selezione delle Poesie di Lagerkvist, per la cura di Giacomo Oreglia. Il testo è ripreso nel 1991 da Guaraldi/Nuova compagnia editrice, con una nota di Mario Luzi, che scrive: “Se è vero, come dice Rilke, che il compito dell’uomo è di umanizzare il mondo, quello di Lagerkvist è uno dei modi più ariosi e vibranti che io conosca”. In queste poesie – che bisognerebbe riprendere, ripubblicare – c’è qualcosa di evangelico, qualcosa di frugale, non sempre funzionano perché sono umane, hanno le parole di chi chiede il pane, di chi pretende una resa. (d.b.)
***
Certamente tu sei felice di nulla, benché così debba essere. A me la vita deve dare cose di gran valore, così stupendamente meravigliose.
E ora mi ha dato la sua più oscura profondità, un mare di sofferenza da temere. E a te, mia amata, nulla, solo un amore sorridente.
*
La vita ha occhi così belli, occhi di capriolo, tristi, profondi, ma che riflettono l’attimo estivo, la muta felicità del giorno estivo nel suo sguardo che brilla, vigila, riluce nell’oscurità degli alberi –
Il cacciatore depone la sua arma sull’erba rugiadosa del mattino per seguire l’orma timorosa, seguire gli occhi cupi e lustri nel profondo della foresta così lucente.
Bere alla stessa fonte, profonda e chiara, dove essa ha bevuto.
*
Notte del destino, quando la stella riposa in una mano ignota. Quando la tua anima corre verso l’abisso o la terra del miracolo.
Spenta giace l’eternità, solo un raggio di luce palpita attraverso il vuoto profondo, attraverso la dimora della morte.
*
Se credi in dio e non esiste dio, allora è la tua fede miracolo anche maggiore. Allora è davvero qualcosa d’incomprensibilmente grande.
Perché giace una creatura nel fondo delle tenebre ed invoca qualcosa che non esiste? Perché così avviene? Non c’è nessuno che ode la voce invocante nelle tenebre. Ma perché la voce esiste?
Pär Lagerkvist
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Penso a una milizia di amanuensi. Alcuni concetti imperdonabili: abolire l’autore, che alimenta il sistema del narcisismo editoriale, per lasciare spazio alla poesia. I libri nei luoghi del dolore. Ritradurre la tradizione. Sporcarsi. Dilapidarsi
Gli Imperdonabili non hanno nulla da perdere né da prendere – hanno tutto.
*
Il Sistema non esiste – esistono uomini – alcuni ben sistemati. Il Sistema editoriale, in particolare, non si può cambiare e non si può distruggere. Il libro, nonostante la morte del lettore, non morirà – ma il Sistema, ora oligarchico (le diverse, ‘simpatiche’, colte, estemporanee imprese editoriali alla fine devono piegarsi al valore/volere dei pochi che detengono librerie e meccanismo distributivo, finiscono per essere fioriture nella deflorazione), diventerà monopolistico. Il Sistema editoriale, quindi, va trasceso. Imperdonabilmente.
*
Il Sistema culturale fa ‘sistema’, per sua natura è ignifugo al nuovo. L’esperienza di Guaraldi è esemplare: le ha tentate, con spirito avanguardista, ecumenico e dada, un po’ tutte. Editore ‘alternativo’ nei primi Settanta, nel 1974 apre a Rimini, insieme a Marsilio e a Mazzotta, un convegno “Per una editoria democratica”, “contro ‘le tigri di carta’ e contro il fenomeno della concentrazione che caratterizzava il panorama editoriale”. I temi di allora – libri usa&getta, potere culturale che si coagula in pochissime mani – sono quelli di oggi. Allora partecipò al convegno pure Giorgio Napolitano, Responsabile commissione Cultura del PCI. Naturalmente, tanto dibattito per nulla. Ma Guaraldi, amico di Federico Fellini, perciò con alta propensione al sogno, non demorde. Negli anni Novanta crea ‘I Nuovi Selvaggi’, organizza convegni – uno radunato in un saggio antologico utilissimo, Dire Scrivere Pubblicare Leggere Valutare. La vita della letteratura è la vita dell’editoria?, 1997 –, raduna gente buona (da Fulvio Panzeri a Giulio Mozzi, da Ferruccio Parazzoli ad Antonio Riccardi, da Guido Conti a Roberto Galaverni). Le analisi di ieri sono quelle buone oggi. Esempio: “Chi non sa che spesso i libri tornano all’editore senza neppure uscire dai pacchi in cui sono stati spediti alle librerie?” (Guido Conti). Mario Guaraldi, per superare “la crisi del ‘sistema editoriale italiano’”, “l’evidente crisi da bulimia consumistica… a cui corrisponde una gravissima forma di anoressia culturale”, scrive una lettera pubblica a Walter Veltroni, all’epoca pimpante Ministro per i beni culturali del Governo Prodi. Non accadde nulla. Nulla accadde nemmeno nel 2011 quando Guaraldi scrive un Appello per una “Costituente del Libro” a Giorgio Napolitano, nel frattempo diventato Presidente della Repubblica (“In un momento così critico, io sento forte l’esigenza di una vera Costituente del Libro che pur tenendo conto delle criticità dell’editoria italiana riesca a ridisegnare l’assetto della produzione e della circuitazione libraria avendo a cuore soprattutto le esigenze culturali del mondo della scuola…”). Attualmente, in ritiro editoriale, Guaraldi sta pubblicando la traduzione delle grandi opere di Filone d’Alessandria, il pensatore e teologo che fa da congiunzione tra il mondo ebraico, quello greco, quello del cristianesimo nascente. Forse la sua esperienza è un monito.
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Ogni appartenenza, capisco, incrina la nostra virginea vanità. Fare ‘parte’ di qualcosa non significa che quella ‘parte’ equivalga al nostro tutto: è un partire. Un marchio – Imperdonabili – come il tau sulla soglia della porta, come la P sulla fronte: dichiara una insufficienza, una rinuncia.
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L’uomo è un compromesso: è messo tra la bestia e l’angelo, dice il Salmista. È un compromesso tra desiderio e atto, tra volontà e cura. “Non scendere a compromessi” è un assurdo: vorrei volare come un gabbiano, ma mi ingabbia questo corpo, sono compromesso. Piuttosto, stipuliamo patti.
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Abbiamo una strana idea dell’innocenza – convinciamoci che siamo tutti sporchi. Che dobbiamo sporcarci. Poi, sporchi come bambini, luridi, mentre ci lampeggia il sorriso, partiamo, prendiamo parte, spaiamoci, spietati. Siamo sempre ‘cani sciolti’. Molti sono soltanto cani. Altri si sciolgono al primo mutar del tempo, con scioltezza. A volte vale obbedire più che abbaiare.
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Torno alla questione del Sistema. Lordi di vita e di mondo, mi pare, non accettiamo più di essere ‘sistemati’ nell’anonimato delle librerie, degli inviti giusti, della premiopoli nostrana, della Rete, del dibattito che divaga in stagno. Lo dico senza graffio critico: la percezione è che non siano più quelli, da anni, i luoghi in cui può radicarsi la parola. La libreria equipara secondo la legge del più forte (che è quella di mercato); la Rete fomenta il fraintendimento (scrivo la prima cosa che mi viene in mente), mica il dialogo.
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Assumo alcune frasi da uno scritto di Francesca Serragnoli che mi ha impressionato: “Come è liberante non servire a nulla”. E poi: “Bisogna riportare al centro le opere, ora che stanno scomparendo dalle scuole anche quelle classiche, togliere la vita degli autori… diventare anonimi come gli autori biblici, perché anche dai nostri stessi testi riemerga quel frammento di realtà e ritorniamo spettatori, lettori (e non autori) anche di noi stessi”. Lo stesso pensiero mi arriva, come una fiocina, da Francesca Ricchi: la necessità di “spostare l’attenzione dal creante – che è importante ma non nel suo bisogno di farsi riconoscere – al creato”.
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Il seguito è l’ipotesi di un progetto editoriale ‘imperdonabile’. La pubblicazione di una serie di libri – Gli Innominati; I Terrapiattisti… – di poesie, sillogi da 20/30 pagine, a un prezzo sbandato, dove ci sia solo il titolo e sia celato l’autore. Eccolo, il patto. Siamo nel sistema editoriale – marchio isbn, presenza reale nei luoghi deputati alla diffusione del libro – ma lo trascendiamo. Non creiamo una ennesima alternativa – destinata alla voragine intestinale del ‘sistema’ – ma qualcosa di altro. Di totalmente altro. Se è vero che l’autore, il poeta, è il suo linguaggio, egli si pone da parte, nella fierezza dell’anonimato, per dare spazio alla poesia. Abolire l’individuo per far sorgere l’individualità del testo. Chi ci sta a questo punto? Chi è della partita, da questa parte dell’Ilisso e del Lete, disintegrando il narcisismo su cui vegeta il sistema editoriale?
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In sostanza, o si sta nel mondo a testa sotto, figli del deserto, oppure si va altrove. O altri o altrove. Con altrove intendo: portare la parola, il libro, dove non c’è e dove ha necessità. Negli ospedali, ad esempio, dove la parola è coinvolta al confronto con il male e ne è, eventualmente, annientata. Creare progetti editoriali negli ospedali. Dove i libri sono gratis. Un sollievo. Una sollevazione.
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C’è stato un tempo – vivendo da sempre nell’insussistenza e nell’inconsistenza – in cui ho pensato di scrivere per strada. Accogliere i desideri di bambini e passanti – io vorrei una favola, io una poesia per la donna che amo, io un racconto –, e scrivere lì per lì, pattuendo qualche soldo. Scrivere libri ‘unici’, uno per uno, su richiesta, adempiendo una domanda, dando disposizione di genio, guardandoci in faccia. Imperdonabilmente.
*
Terzo. Riappropriarci del sacro. Riprenderci la tradizione. Riproporla rinverdita. Con ingenuità da spiritati. Cosa significa? Ri-tradurre, in progetti contadini e titanici, i libri fondamentali, con tensione al sospiro e al superiore. Ritradurre la Bibbia – Gian Ruggero Manzoni ha compiuto memorabili traduzione di Esodo e Genesi, Andrea Temporelli del Cantico dei Cantici, Andrea Ponso è appena riemerso da un lavoro siderale in Qohelèt. Ritradurre il Corano. Le Upanishad. I Veda. Il Tao te Ching. Platone. I miti australiani e quelli giapponesi. In questo caso, imperdonabilmente, la traduzione è vissuta come ‘carisma’, come precipizio nella mutazione (“il dono… dell’interpretazione delle lingue”, dice Paolo in 1 Cor 12, 10): precisa lo stile di lingua e di vita di chi traduce. A questo lavoro d’officina e d’opificio, fa seguito la proposta di testi autenticamente ‘imperdonabili’, imperdonabilmente dimenticati dall’editoria massiva.
*
Soltanto questi aspetti – ascesa dell’opera in virtù dell’autore, in ascesi; fare editoria negli spazi nevralgici, oltre la nevrosi del sistema editoriale; destinare il proprio talento alla richiesta viva di un uomo; costruire, traducendo, la tradizione – configurano l’impresa, pur apartitica, a pretesa politica e morale. Cioè, avventura che riguarda la città, la civiltà, e i suoi costumi
*
Il ‘gruppo’ tende a escludere, qui, esclusivamente, possiamo dire di un vagabondaggio, di una escursione. Non c’è ‘gruppo’, bensì cenacolo – ci sfamiamo, dilapidandoci. Dovrà esserci un codice.
*
Se penso, penso a una militanza da amanuensi. (d.b.)
*In copertina: Marinus van Reymerswaele, “San Girolamo”, 1541
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Ermanno Olmi: l’intervista dimenticata in cui disse, “il compito della politica è quello di portare un po’ di serenità”
Il caso ha una forma di paternità. Ermanno Olmi s’invola verso l’altrove, nel 2018, quarant’anni dopo il film più noto, L’albero degli zoccoli, che nel 1978 ottiene a Cannes la Palma d’oro. Il film più grande, austero, resta, ai miei occhi, Il mestiere delle armi, l’epopea – di corrusca grandezza – di Giovanni delle Bande Nere, il geniale condottiero vissuto nel Rinascimento. Il film è pubblico nel 2001. Qualche anno dopo, nel 2006, Olmi lavora insieme all’editore Mario Guaraldi a una impresa culturale unica: l’edizione facsimilare del De Re Militari di Roberto Valturio, storico alla corte del Malatesta, che tra il 1446 e il 1455 compila il trattato dell’arte bellica più affascinante del tempo, di ogni tempo. Il rapporto è sottolineato da una intervista (che potete vedere qui) di Olmi a Guaraldi, che suona, col senno di poi, quasi come un testamento.
Hristo Jivkov è il Giovanni delle Bande Nere ne “Il mestiere delle armi” di Ermanno Olmi
Olmi, infatti, interviene proprio nell’istante in cui le armi esplosive ‘falsano’ la sfida ancora eroica, ‘omerica’ tra gli uomini sul campo di battaglia. Insomma: la guerra era un ‘rapporto’, una ‘relazione’, che le bombarde a lunga gittata – non vedi negli occhi chi uccidi – interrompono, distruggono per sempre. In questi termini Olmi racconta la nascita del Mestiere delle armi. “Per caso ho letto una storia della chirurgia, e arrivati a un certo punto, ecco citato l’episodio in cui un medico segò la gamba a Giovanni de’ Medici perché colpito da una palla di cannone. L’esito fu tragico. Cosa mi colpì? Il fatto che questo giovane di 28 anni, già capo dell’esercito pontificio nel momento in cui si affrontava il dolore straziante di una gamba che viene tagliata, senza gli accorgimenti di oggi (per poter operare con agevolezza a quel tempo c’erano energumeni che dovevano bloccare il paziente), beh, Giovanni de’ Medici cacciò tutti, prese il candeliere e disse al medico, ‘prosegui’. Naturalmente, poco dopo svenne. Da questo fatto, dall’atteggiamento di spregiudicatezza che sembrava una guasconata è nata in me una curiosità: ma questo giovanotto era davvero così? Era stato un ragazzo scavezzacollo, è vero, ma man mano che crescevano i suoi livelli di responsabilità, diventò una persona di altissimo rigore e di elevata competenza. Dopo la sua morte, tutti i grandi capitani di ventura si riunirono per affermare la necessità di eliminare dalla guerra l’arma da fuoco perché avrebbe inquinato ‘l’arte della guerra’ fatta soprattutto di scontro di spada e di strategia. Questi auspici, lo sappiamo, vennero del tutto disattesi, e da quella piccola palla di cannone siamo arrivati al potenziale distruttivo di oggi che nessun auspicio può limitare”. Poco prima dell’intervista, di nitida sapienza, Olmi si lancia in una affermazione formidabile. “Il compito, in questi momento, della nostra classe politica è anche quello di portare un po’ di serenità”. Portare serenità. La parola serenità è una parola in esilio dalla politica: non si accede al Parlamento parlando di serenità. Eppure: di cos’altro abbiamo bisogno? Così, con deliziata tenacia, ancora fresco il corpo e confusa l’anima, Olmi conficca una rosa nel cuore della politica italica.
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