Quella che Gleize chiama la repoesia è un po’ la regola in Italia quando la pagina casca in versi. Il bivio viene dopo. Sarà lirismo ingenuo o maturo? Come usa l’inversione questo autor…
Marco Giovenale ha perfettamente ragione. Oltretutto è un autore di cui apprezzo tutto il ventaglio di “testualità” che propone: le sue prose sperimentali hanno un’ironia sulla quotidianità folgorante; il suo lavoro poetico, con cui ha iniziato e di cui si occupa tuttora, è per me qualcosa di eccezionale.
Purtroppo il pubblico della poesia non abita tutto a Roma o ad Albinea, non è tutto laureato in letteratura o lingue straniere, non è tutto amico degli amici di Gleize, non fonda tutto linee editoriali o riviste introvabili o comunità di divulgazione online. Non ha tutto la possibilità - qualora còlto dal demone della scrittura di ricerca - di essere letto, valutato, consigliato, maturato, accolto in tali spazi nuovi della cosiddetta area della ricerca. Bisogna sempre passare per la poesia, per il vaglio dei poeti laureati, per i padri e le madri del Novecento (e non c’è niente di male in ciò).
L’area della scrittura di ricerca, inoltre, ha la tendenza ad assumere i vizi del sistema editoriale tradizionale, con tutti i difetti ereditati. Si potrebbe spingere su nuove forme di distribuzione dei testi, forme facilitate e più diffuse di retribuzione, print on demand, comunicazione, eccetera. Invece tanti libri sono introvabili, astrusi da richiedere, costano un patrimonio pur avendo 20-30-40 pagine, non è possibile alcuna forma di comunicazione costruttiva con gli autori, non c’è alcuna promozione di autori sconosciuti senza passare prima per i premi letterari (generalizzo ovviamente, ci sono splendide riviste scaricabili gratuitamente, ma il pubblico della poesia non campa tutto di letteratura, non può mettersi a spulciare tutto il deep web del poetese e del ricerchese, non può leggere e basta senza porre domande).
Si potrebbe mettersi a pensare seriamente a un nuovo canone della scrittura di ricerca, nuove forme di canone che sia importante per la lettura e l’interpretazione della contemporaneità; pensare se questo tipo di lavoro possa essere ancora importante. Sarebbe importante chiedere ai singoli autori che cosa stanno cercando, se lo sanno, se hanno deciso di aderire alla scrittura di ricerca; quale senso o assenza di senso stanno trasmettendo secondo loro. Sarebbe importante che dicessero al pubblico della poesia perché scrivono così tanto invece di fermarsi, perché pubblicano due libri all’anno (ogni anno) invece di partorirne uno solo in dieci anni ma che per loro è decisivo - se una volta essere stati riconosciuti dall’editoria e dai gruppi che contano, fatta la gavetta, va bene tutto ciò che scrivono, perché tanto è di ricerca - se stanno davvero ripensando delle categorie estetiche, come affermano che sia necessario; se delle categorie estetiche siano ancora possibili - eccetera.
Si può ancora pensare? A cosa?