La vita ci chiama spesso ad insegnare, a trasmettere conoscenza ad altri. A me piace, lo confesso candidamente, mi mancano gli anni rubati al mestiere di ingegnere per insegnare informatica in un liceo. C’è un momento speciale, del quale ti rendi conto se non ti fossilizzi sulla cattedra come una statua lapidea, ma ti siedi con gli occhi alla stessa altezza di chi sta imparando assieme a te. È un momento in cui scatta il meccanismo della comprensione, non è per niente diverso da una illuminazione buddista, solo che si tratta di una fiammella concentrata su un argomento specifico invece di allargarsi al mondo. In quel momento vedi le pupille dello studente che si dilatano, i suoi occhi brillare di meraviglia, come gocce di un lampadario attraversate da un raggio di sole che diventano arcobaleno.
Ho letto in questi giorni un libro scritto dalla mano di Paul Lockhart, un professore della prestigiosa St. Ann’s School di Brooklyn, lì insegna matematica, ma a modo suo. Il titolo è Lamento di un matematico, ora riedito per i tipi della Rizzoli con una nuova intestazione: Contro l’ora di Matematica, un libro che fa riflettere su come, in realtà, le ore spese dai nostri studenti a sviscerare questi argomenti, siano in verità consumate ad imparare linguaggi e strumenti, senza entrare nel nocciolo della questione della materia, senza metterci la cosa fondamentale per uno che impara: la curiosità e il fare proprio.
Basta considerare che i normali libri di testo sono pieni di esercizi da risolvere scritti da altri, con problemi posti che non scatenano la nostra curiosità personale o le nostre inclinazioni. Immaginate di dovere scrivere un tema di italiano usando solo citazioni, invece di provare a ricamare e disporre le parole in un racconto di noi: unico ed originale come le nostre emozioni.
La matematica è gioia, al pari delle altre scoperte, apre ad un mondo di logica che permette la soluzione di quesiti, ma anche la formulazione di ipotesi: consente di giocare, nel senso migliore e più ampio che questa parola rappresenta per tutti noi.
Ricordo con piacere la faccia sogghignante della mia professoressa del liceo, un cerbero che amava molto la sua professione, quando diceva nell’ora di fisica che adesso non si giocava più con i numeri, ma che dovevamo fare i conti con il mondo. La matematica no, ci lascia questa libertà, non a caso l’autore del Paese delle meraviglie era un matematico; essa ci consente sogni altrimenti impossibili e li circonda di probabilità. Insomma non è quella cosa noiosa e priva della nostra personalità che spesso propinano nelle aule di scuola. Dovrebbero per prima cosa riflettere gli insegnanti di questa materia per il modo con il quale la propongono e soprattutto la vivono, forse non hanno riflettuto sull'origine della parola Professore che richiede di vivere l'esperienza della propria materia con l'energia di una fede, che appunto si professa. Dimenticano spesso che è un atto creativo: non sempre ha bisogno di numeri e sovente si intrufola in ambienti apparentemente distanti, perché in fondo è la scienza delle regole, ovunque ce ne siano c’è posto per matematizzare. Succede anche nella musica.
Il tema musicale è preso in prestito da un film del 1984 che amo molto: Electric Dreams. L’intelligenza artificiale, svezzata con la matematica, si confronta con la scoperta della musica classica sul celebre minuetto nº 4 di Bach in Sol Maggiore BWV Anh 114, le vibrazioni del legno e quelle sintetiche trovano un'armonia piena di gioia, anche grazie a Giorgio Moroder.
Buona lettura, buon ascolto e buona Matematica.