La normalizzazione del comportamento ambiguo e la colpevolizzazione della reazione emotiva.
Passati i primi tre mesi, quando tutto sembrava magico, ho iniziato a vedere piccole crepe. Erano momenti insignificanti per chiunque, ma io li sentivo come una stonatura. Dopo il love bombing e la "luna di miele", dopo tutte quelle attenzioni e parole dolci, qualcosa in lui era cambiato. Ricordo un episodio con una chiarezza fastidiosa. Eravamo in un negozio di sigarette elettroniche. Doveva essere una cosa veloce, e invece lui aveva iniziato a chiacchierare con la commessa come se la conoscesse da sempre. Parlava del lavoro, della casa, dei nostri piani… e io ero lì accanto, ma era come se fossi invisibile. La conversazione si era allungata troppo, e ho sentito un nodo allo stomaco. Lei lo guardava con interesse, e io mi sentivo a disagio, gelosa forse, anche se cercavo di negarlo a me stessa. Quando gliel’ho detto, lui ha risposto con la solita frase:
“Eh, ma io sono così. Parlo con tutti, maschi, femmine, trans, non importa.”
E io, per paura di sembrare troppo sensibile, ho lasciato correre. Ho pensato che forse esageravo, che non avevo il diritto di sentirmi ferita. Eppure quella stessa frase è tornata mesi dopo, quando dentro di me avevo già iniziato a capire. Era sempre la stessa scusa, ripetuta con leggerezza, mentre io mi consumavo nel dubbio. Solo dopo averlo lasciato, dopo aver trovato la forza di chiudere e andarmene, ho scoperto che non mi ero sbagliata. Il mio sesto senso non ha mai sbagliato. Si è messo proprio con quella collega che mi aveva nominato più volte, quella di cui parlava ridendo. Che sfotteva. Ho capito che non era spontaneità la sua, ma bisogno di attenzione. Persone così non smettono mai di cercare la prossima preda, anche quando ti tengono per mano. E ora che ci penso, non era gelosia la mia. Era istinto. Era la mia parte più lucida che cercava di avvertirmi, mentre io, accecata dall’illusione di un amore perfetto, non la ascoltavo..














