Le cinque W di New Digital Ways
Se il vostro sogno è allevare un piccione viaggiatore con l’intento di comunicare al meglio col vostro amico di penna in Bangladesh, se state aspettando di ricevere una lettera di risposta dall’ambasciatore peruviano, magari francobollato col leggendario Gronchi Rosa, se credete che il docente di Analisi vi comunichi gli esiti del vostro esame universitario attraverso dei segnali di fumo, allora credo sia il caso di non continuare la lettura di questo post, o di questo blog.
Ovviamente scherzavo e non credo sia il caso di spiegare quali sono i motivi per i quali un internauta non attenderà mai l’arrivo di un piccione per la consegna di un messaggio, tenendo conto comunque delle dovute eccezioni! :D
Siamo immersi appieno nella “nuova” era digitale. È d’obbligo utilizzare le virgolette, soprattutto se, come me, nel 2014, state scrivendo un post sul vostro blog creato in pochi minuti attraverso questa piattaforma: Tumblr. Non è rilevante, in ogni caso, capire cosa io, in particolare, stia facendo, piuttosto lo è il fatto che voi stiate leggendo, o meglio, che noi stiamo navigando. Che voi siate nativi digitali o immigrati digitali siete comunque perfettamente consapevoli che il modo di interagire con un amico, con un familiare o con un perfetto sconosciuto è stato completamente stravolto dall’avvento dell’era digitale con una portata che definire esponenziale sarebbe riduttivo. Le nostre reti sociali si sono ampliate incommensurabilmente e a partire dal 2003, con il primo vero e proprio boom di un servizio di social network (Friendster), abbiamo assistito alla nascita, con la frequenza di piselli mendeliani, di un’infinità di queste piattaforme, tra cui Facebook, Twitter e Google+, giusto per citarne alcune tra le più note. Come se non bastasse (o se magari non doveste essere soddisfatti dalle funzionalità di alcun social network, o se ritenete che comunicare tramite posta elettronica non faccia per voi) i servizi di messaggistica istantanea ci hanno messo a disposizione un metodo pratico, veloce e in alcuni casi anche gratuito per scambiare brevi messaggi, non siete più costretti, dunque, a spendere decine di euro se siete in viaggio, magari all’estero, con i vostri fidi compari di scorribande e vostra madre non è soddisfatta di sentirvi a miseri intervalli di due o tre ore! E, solo per avere una piccola idea dell’importanza che hanno assunto, basta pensare all’acquisizione da parte di Mark Zuckerberg, AD di Facebook, di WhatsApp, l’oramai celeberrimo servizio di messaggistica istantanea, per l’inimmaginabile cifra di 19 miliardi di dollari.
Insomma, ho cercato di dare una panoramica di ciò che tenterò, con i miei colleghi, di analizzare in questo blog: le modalità, la tempistica e i mezzi attraverso i quali siamo arrivati ad una nuova concezione di interazione sociale nell’era digitale.
Vi lascio con un articolo di Marco Bardazzi pubblicato su “La Stampa” e, in particolare, ad un passaggio in cui cita David Foster Wallace in un discorso tenuto nel 2005 al Kenyon College, in Ohio:
«Ci sono due pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: “Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?” I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: “Che cavolo è l’acqua?”».
La storia serviva a Foster Wallace come punto di partenza per far capire ai ragazzi, che lo ascoltavano con in mano un diploma, quanto poco ancora sapessero del mondo in cui erano “immersi”. Ed è un ottimo spunto anche per confrontarsi in modo consapevole con l’era digitale. Il web oggi è l’acqua. Non uno strumento. È un ambiente in cui siamo tutti immersi, anche chi non vi naviga. Per essere raccontato, va vissuto. È un luogo e richiede per questo di essere affrontato con la categoria dell’esperienza.
Per capire come cambia la modalità di leggere e scrivere al tempo della Rete, va quindi superato il dualismo tra il cosiddetto mondo reale e il mondo di Internet. Va archiviata la definizione di “popolo del web”, come se fosse una strana tribù diversa dal popolo degli autobus, della metro, delle code in auto e della spesa al supermercato. Diversa, cioè, dalla gente “reale”.
Ecco il link all’articolo.
Buona lettura e buon proseguimento, io vado a whatsappare!