🗞️ “Elaborazione digitale del falso”, ne parla oggi Michele Serra su La Repubblica
"L’amaca" di Michele Serra su La Repubblica di giovedì 11 giugno 2026
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🗞️ “Elaborazione digitale del falso”, ne parla oggi Michele Serra su La Repubblica
"L’amaca" di Michele Serra su La Repubblica di giovedì 11 giugno 2026

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Il manifesto di Alessandro D’Avenia per un digitale radicale, sul Corriere della Sera di oggi
"Ultimo Banco", la rubrica di Alessandro D'Avenia sul Corriere della Sera di lunedì 11 maggio 2026
Indice navigabile e ricercabile dei capitoli del saggio.
Accessibilità digitale: facciamo chiarezza...
Torniamo a parlare di privacy ponendoci una domanda non secondaria: esiste davvero un’Accessibilità digitale inclusiva? Il presente articolo di Enrico Gaetano, responsabile dell’osservatorio accessibilità digitale AIDR ci aiuta a capirne di più e a fare chiarezza.
Anzitutto, l'Accessibilità digitale senza privacy è una truffa civile: così il digitale tradisce i più fragili
di Enrico Gaetano, responsabile osservatorio Accessibilità digitale AIDR
Per troppi anni l’Accessibilità digitale è stata raccontata come una conquista, mentre in troppi casi è rimasta una messinscena. Siti, app e servizi online dichiarati “inclusivi” che, nei fatti, continuano a distinguere, esporre e perfino rendere riconoscibili gli utenti più fragili. È qui che cade la maschera dell’ipocrisia digitale.
Il parere favorevole espresso dal Garante per la protezione dei dati personali sullo schema di linee guida AgID attuative dell’articolo 21 del d.lgs. n. 82/2022 segna un passaggio che va ben oltre il piano tecnico. Dice una cosa semplicissima, ma devastante per chi continua a progettare male: non è accettabile che strumenti assistivi, configurazioni di accesso, software dedicati o modalità di utilizzo possano diventare indizi per desumere la condizione di disabilità di un utente.
Tradotto in modo brutale ma chiaro: se per accedere a un servizio devi essere riconosciuto come “diverso”, quel servizio non è davvero accessibile. È un sistema che ti fa entrare, ma intanto ti schedа. Ti apre la porta, ma ti mette addosso un’etichetta. E questo, in uno Stato civile, non è inclusione. È discriminazione digitale.
Il punto politico e culturale è tutto qui. L’accessibilità non può essere ridotta a una casella da spuntare, a una dichiarazione di conformità o a un obbligo da assolvere per evitare sanzioni. Quando un’app rende evidente l’uso di un lettore di schermo, quando un servizio consente a sistemi propri o di terze parti di tracciare strumenti assistivi o impostazioni che rivelano condizioni personali, siamo davanti a un fallimento gravissimo di progettazione e di visione.
Privacy e accessibilità devono nascere insieme, non rincorrersi dopo. Devono essere by design, cioè incorporate nel progetto fin dall’inizio. Perché la dignità delle persone non può dipendere da una patch, da una correzione tardiva o dalla buona volontà di chi sviluppa.
La verità è scomoda ma va detta: una parte del mondo pubblico e privato è arrivata tardi, male e senza autentica consapevolezza su questi temi. E oggi non ci sono più scuse. L’inclusione non è propaganda. La protezione dei dati sensibili non è un dettaglio. Chi progetta servizi digitali deve decidere da che parte stare: o dalla parte dei diritti, oppure dalla parte di un’innovazione vuota, fredda e profondamente ingiusta. Perché un digitale che ti osserva mentre ti dichiara incluso non è progresso. È solo una forma più elegante di esclusione. Per altri contenuti AIDR cliccare qui
Immagine di copertina e altre immagini: Pixabay
Foto: AIDR
ANALOGICO O DIGITALE?
Non è ancora chiaro cosa sia meglio. Evidente, invece, come quel sottile, granitico, spazio fra zero ed uno stia da anni condizionando la società a delle scelte prive di sfumature. E’ come parlare della differenza fra ascoltare un vinile (che ora starebbe “ritornando”, secondo gli esperti, ma, in realtà non è mai morto) e un semplice flusso di dati che deve continuamente effettuare degli…

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Scuola 5.0 deve evolversi e riappropriarsi del suo ruolo educativo in digitale
Prendo spunto da un post di Rudy Bandiera su Linkedin che dice testualmente: “Quando una scuola decide di spegnere i dispositivi, non sta tornando al Medioevo ma sta scegliendo che cosa deve stare al centro dell’aula. […] Via il Chromebook sempre aperto (notebook di Google per capirci, in dotazione ai ragazzi), sì alla carta quando serve concentrazione e sì al digitale quando serve davvero:…
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