La trovo un'amara, buffa, tristezza. Questo fatto insensato e nel medesimo così ovvio; dove alla parola debolezza non facciamo altro che sovrapporre il riflesso di un nome di persona. Quella nostra persona.
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darei un po' di cose per poterti parlare ancora. non tutte. solo un po'. perché oggi manchi. magari domani non più. forse solo più del placido solito. perché la cosa è inquietante. perché non ci sei più. e non ci potrai più essere. nemmeno dove so di poter trovare qualcuno con solo il nome come il tuo. come te, sì. e basta. ma non preoccuparti. non ce l'ho con te. non ce l'avrò mai con te. infondo, neanche io ci sono più, da un po'.
eahrendil
Vorrei una volta essere spettatrice dello spettacolo che è la mia esistenza. Usare il termine vita ho appurato essere una grande esagerazione, non per la parola formata da quattro lettere, bensì per il significato che le si dà. Non è tanto il mio fallimentare tentativo di averne uno, uno soltanto, è forse la stanchezza nell'affannarmi a capirlo che mi spaventa di più. Vorrei fosse possibile una volta sola avere a disposizione un sedile di velluto rosso, una sala di un vecchio cinema. Sedermi e aspettare che il bel ragazzo della pellicola la sistemi e via: eccola la figura che si muove. E' tutto in bianco e nero. Muto. Rigorosamente muto. Probabilemente basterebbero riprese puntate agli occhi di lei per ascoltare tutto quello che ha da dire. Ma la vera domanda è: ha ancora qualcosa da dire? Come si è arrivati a questo? All'agonia silenziosa che porta via ogni singolo accenno di energia. Quella racchiusa in una camminata, un buon libro, una bella poesia scritta dopo il cappuccino delle otto e trentatré. Come si fa a toccare questo vuoto esistenziale che ti avvolge così velatamente da non sentirlo nemmeno, fino a che non ti ritrovi completamente sotto? Nemmeno vedere l'alba dopo una notte insonne ti sorprende più. Neanche il commuoverti per una canzone. Abbracciare quall'amico che si ricorda perfettamente com'eri e che no, non trovi più. Ti ritrovi immerso in un mare di nostalgia per qualcosa che non hai mai vissuto oppure "sarebbe stato". Aspetti qual qualcuno che non tornerà mai più, perché non esiste più. Forse non è mai esistito, e questo torna a fare paura. Esattamente come quel senso a ogni cosa che non accenna a farsi vivo. A farti vivo.
Dunque. Credo di non essere stata mai così tanto in imbarazzo, di me stessa. Suppongo sia stata la giornata odierna, o il fatto di sentirmi un'incapace del cavolo, senza il condividere qualcosa con qualcuno. Ecco questo mio bisogno è qualcosa che ho deciso di voler depennare dalla lista della mia essenza, qualsiasi cosa sia a caratterizzarmi per davvero. Probabilmente valgo più da sola che appoggiandomi all'ennesima persona che non mi comprende. No, scherzo. Valgo sicuramente di più da me. Devo solo ficcarmelo in testa. Ci sto lavorando.
(...) Mi hai detto che il coraggio l'ho sempre avuto. Mi hai detto che il dolore deve diventare il motivo di partenza e che se tutto crolla, non significa che non possa rimettere assieme tutto quanto. Ma la domanda è, Sam, ce la farò? Ce l'ho davvero il leone rampante sul petto e pulsante nel cuore? Il suo ruggito non lo sento da troppo tempo.
eahrendil.

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Leggere minchiate pseudo filosofiche di quattordicenni che pretendono di conoscere già la vita (le quali inoltre paiono più vecchie di me, vestite di strati di trucco più che di altro) mi indispone nei confronti del mondo.
[una s. che ormai è giunta al "boh" cosmico.]
Ultimamente avevo iniziato a credere che non esistesse più al mondo qualcuno capace di offrire il cuore a chi ha di fronte. Sarà che faccio parte di questa schiera, probabilmente. Eppure quando sono al lavoro, osservo ed elogio i bambini, assieme al loro modo di riuscire a capire da soli quando intervenire, di raggiungersi senza dover chiedere nulla: uno corre non appena sente l'altro singhiozzare e lo prende per mano, restando lì, finché non è pronto a rialzarsi. E questo è qualcosa di meraviglioso, che va preservato.
[s.]
A volte vengo bombardata da ricordi che mi provocano reazioni strane, non al pari di attacchi di chissà quale genere, ma destabilizzanti, tanto da farmi perdere momentaneamente l’equilibrio, devo dire di sì. Mettiamoci anche le mie (ulteriori) colpe, in quanto non evito, a volte scelgo in prima persona di entrarvici, altre se posso continuo pure, a restarci bene a mollo, probabilmente perché un po’ di felicità riesco a toccarla ancora. Poi riapro gli occhi. Mi guardo intorno. Mi ricordo chi sono e di quanto io non sia più leggera come un tempo. A volte mi dico non dovrei essere io, quella in quei ricordi. Che se avessi potuto, mi sarei cancellata da sola, dalla memoria di chiunque mi abbia incrociato per strada. O non avrei dovuto percorrerla proprio, per evitare tutte quelle buche che ho provocato a chi mi è stato vicino. E per un frammento di istante, uno solo, odio aver ricordato tutto quanto. [s.]