Carlo Giustini - Custodi
Lontano
2019

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Carlo Giustini - Custodi
Lontano
2019

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I territori indigeni costituiscono la migliore barriera alla deforestazione nell'Amazzonia brasiliana, le immagini satellitari parlano chiaro: il parco indigeno dello Xingu è un'isola verde, immersa in un mare di rosso (la deforestazione). #NoTribesNoNature
fonte: Survival
Sono arrivata a capire, giorno dopo giorno, che siamo tutti ingannati da qualcosa o da qualcuno. E i custodi dei segreti che più ci farebbero soffrire se ci fossero rivelati sono proprio le persone a cui vogliamo bene.
Massimo Gramellini, Chiara Gamberale
Stare nella caduta: i Custodi in residenza con Sofia Naglieri
La scorsa settimana i e le Custodi si sono incontrati per la prima volta in residenza a Rubiera, alla Corte Ospitale, per lavorare con Sofia Naglieri intorno al processo creativo che sta portando avanti con il progetto CADEAUX selezionato dal bando ERetici 2026.
Dopo il pranzo comunitario, il gruppo ha incontrato Silvia e Francesca e ha attraversato con loro un primo momento di presentazione creativa: un modo per raccontarsi, per condividere qualcosa di sé e del proprio rapporto con il teatro.
Per qualcuno è come un alchimista capace di trasformare la materia. Per altri è fatto come un abaco popolato da pianeti diversi. C’è chi lo immagina come un bambino che costruisce pianeti con le bolle di sapone, chi come la possibilità di affrontare temi pesanti con leggerezza, chi ancora come una finestra aperta su un territorio sconosciuto. Immagini diverse diverse che, poco a poco, hanno composto una geografia comune.
Poi i Custodi sono entrati in sala con Sofia. Qui il lavoro si è avvicinato alle tematiche fondanti della sua ricerca: la caduta e la morte. Due parole grandi, difficili, che il gruppo ha iniziato ad attraversare per vie inattese: il gioco, le associazioni di parole, il movimento, la scrittura, il racconto di sé. Si è partiti da un esercizio semplice. Una parola chiama un’altra parola. Un’immagine ne richiama un’altra ancora.
Un percorso apparentemente casuale che, passo dopo passo, ha costruito connessioni invisibili. Un modo per osservare come il pensiero si muove, come le immagini si attraggono, come attorno a un tema si raccolgano non solo idee, ma anche affetti, ricordi, accordi e disaccordi. Una piccola metafora del lavoro artistico e, forse, anche del lavoro che facciamo come spettatori.
Poi Sofia ci ha mostrato alcune tracce del lavoro e la relazione che sta costruendo con la pupazza che la affiancherà, forse, in scena. Le istruzioni di sicurezza di un aereo si sono trasformate in una partitura perturbante; la figura dell’hostess ha assunto i tratti di una guida che accompagna i passeggeri verso destinazioni sconosciute dove la morte è protagonista. Nel dialogo che è seguito Sofia ha intrecciato riferimenti filosofici, immagini cinematografiche e materiali di ricerca. La caduta, racconta Sofia, è un’immagine che attraversa la nostra cultura da sempre. Porta con sé significati morali, errori, colpe, trasformazioni. Ma quando la si guarda attraverso il prisma della morte diventa anche qualcos’altro: una condizione inevitabile, un movimento che riguarda tutti.
Il giorno successivo il lavoro si è spostato sul corpo. Tutte e tutti in scena con Sofia: cadere, lasciarsi andare, affidarsi al peso, attraversare quella sospensione che precede l’impatto.
Infine si sono anche condivise le scritture proposte da Sofia nel giorno precedente a partire da due consegne: "Il primo ricordo della morte" e "Qualcosa di divertente che, a ben guardare, non era poi così divertente".
In pochi minuti sono emerse immagini lontane, episodi d’infanzia, racconti familiari, incidenti, fantasie, paure. Frammenti che hanno mostrato come la morte non appartenga soltanto all’orizzonte della fine, ma sia già intrecciata alle nostre biografie, alle storie che raccontiamo, ai modi in cui impariamo a stare al mondo.
Forse è proprio questo che i Custodi hanno attraversato insieme: non un discorso sulla morte, ma un esercizio di vicinanza. Un modo per sostare, almeno per un momento, dentro quella sospensione che accomuna tutti gli esseri umani. Quello spazio fragile tra il sapere che ogni cosa finirà e il continuare a immaginare, creare, giocare e incontrarsi.
Custodi a Mondaino: sguardi e corpi in cammino tra paesaggi e spazi di ricerca
I e le Custodi delle residenze sono finalmente arrivati a Mondaino. Il 27 e 28 luglio, presso il Teatro Dimora l’Arboreto, si è svolto il secondo momento di incontro e confronto tra i giovani spettatori e spettatrici dell’Emilia-Romagna e il percorso di ricerca e creazione di Anita Pomario, impegnata nella residenza per il suo Notturno 264.
Il primo incontro con Fabio Biondi, direttore artistico dell’Arboreto, ha aperto un dialogo prezioso sul senso profondo delle residenze artistiche e sulla genealogia specifica di questo luogo. La storia dell’Arboreto, da parco sperimentale di piante a spazio sperimentale per mettere in sede le giovani “piante” del teatro, si è rivelata una metafora potente: un habitat pensato per accogliere e nutrire ciò che è in crescita, ciò che necessita di tempo, cura e ascolto prima di esporsi al pubblico. La residenza viene così intesa come spazio libero, riconosciuto per lo studio e la ricerca, dove la centralità del processo creativo è salvaguardata, e il tempo diventa sospensione del giudizio e delle aspettative, permettendo alle domande di lavorare ancora prima che emerga una forma.
Subito dopo siamo entrati nel cuore della residenza di Anita Pomario, accompagnata in quei giorni dal tutoraggio dell'artista Daria Deflorian. Il gruppo dei e delle Custodi ha potuto assistere a una fase di prova e quel momento ha poi generato una riflessione stratificata a partire non solo da quello a cui avevano appena assistito ma ripensando anche al primo incontro con Anita avvenuto a giugno in Corte Ospitale a Rubiera. È emersa con forza la centralità della dimensione del racconto e del raccontarsi come gesto che precede il vedere: una narrazione condivisa a Rubiera che è stata necessaria per predisporre il loro sguardo alla visione di alcuni materiali. Ciò che colpisce del lavoro è l'equilibrio delicato tra segni e linguaggi: i corpi scheletrici declinati tra disegno, presenza scenica e oggetto scultoreo. Tra le immagini più evocative rimaste impresse quella del ragno e quella degli applausi mentre la performer è seduta in mezzo al letto in scena: un momento di veglia notturna in cui frammenti del passato riaffiorano nel dormiveglia, senza un prima o un dopo definito, in una sospensione sensibile tra tempo reale e tempo interiore.
Tra un pranzo condiviso e una cena all’aperto, la vita quotidiana ha fatto parte integrante della residenza, come spazio di relazione e osservazione. Tra i momenti più intensi, la passeggiata esplorativa del territorio guidata da Alberto Giorgi dei Musei di Mondaino, esperto conoscitore della storia e cultura del paese. Insieme ad alcune spettatrici e spettatori del luogo, abbiamo percorso il sentiero 19, che dall’Arboreto ci ha condotti alle pendici del monte Zaccarelli. Lì, in mezzo al bosco, siamo stati accolti da Alberto Garavelli, che ci ha ospitati nel suo rifugio da lui stesso denominato "Belvedere", un luogo intimo che si affaccia sul paesaggio fino al mare Adriatico. Una sosta inattesa, poetica, che ha arricchito la nostra esperienza di residenza, aprendola al contatto con il territorio e i suoi abitanti.
Il giorno successivo, il gruppo guidato da me e Silvia Zicaro ha iniziato un lavoro collettivo attorno a un possibile decalogo delle residenze creative: un tentativo di nominare, senza rigidità, le parole che attraversano e sostengono queste esperienze dal punto di vista degli artisti, degli spettatori e dello spazio di residenza. Ne è emerso un vocabolario in costruzione, composto da parole chiave che contengono visioni, tensioni e desideri condivisi:
Tempo
Cura
Processo ri(creativo)
Diritto al silenzio
Diritto al disordine
Territorio
Retrobottega
Comunità
Gioco
Ricerca
Libertà
Un lessico aperto, che non chiude ma rilancia il senso delle residenze come luoghi di coabitazione temporanea, generatività artistica e trasformazione condivisa.

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Custodi in dialogo con la "tempesta" creativa di Anita Pomario: prima residenza a Rubiera
Lo scorso weekend Custodi e Anita Pomario si sono finalmente ritrovati in residenza alla Corte Ospitale di Rubiera: uno spazio-tempo sospeso, dedicato al lavoro, all’ascolto e allo scambio intorno ai nodi profondi che attraversano la sua ricerca creativa. Notturno 264 è un lavoro che si muove su tre piani intrecciati: corpo, immagini e testo.
Le parole chiave sono emerse come frammenti di una costellazione instabile e potente: memoria, assenza, attraversamento, morte, tempo, spazio, materia.
L’incontro ha preso forma attraverso gesti e riflessioni, ma anche tramite una pratica concreta: la costruzione condivisa di un groviglio "mortale" di filo di ferro, una scultura fragile e vuota, tenuta insieme da un legame sottile, metallico, ostinato. Mani tese, precise, coinvolte nel dare forma a qualcosa che resiste, nonostante tutto.
Anita ci ha condotti dentro la sua visione dello spazio scenico come spazio liminale: un luogo di passaggio, una soglia in cui il tempo implode e lo spazio smette di esistere. Come al cuore di un buco nero: tutto ha a che fare con l’assenza. Ma è proprio lì, nel vuoto, che qualcosa accade.
Nel dialogo con i Custodi, è emersa una domanda essenziale: “Che cos’è il quid che vi accende a teatro?” Le risposte sono state lampi, fenditure, rivelazioni: la sospensione del tempo; il cercare il pianto; il riportare alla presenza le cose; il sentirsi parte di qualcosa più grande di sé; il veder fare cose che non ti aspetti...
Per Anita, il teatro è “il luogo sicuro in cui fare le cose non sicure che devono essere fatte”, citando John Patrick Shanley. Una dichiarazione che è anche una direzione, un manifesto.
La mattina successiva, l’incontro con Giulia Guerra, direttrice della Corte Ospitale, ha aperto una riflessione condivisa sulle residenze creative. Con lei abbiamo attraversato fisicamente gli spazi della Corte, osservandone le architetture e interrogandoci su come influenzino e trasformino i processi artistici che le abitano.
Alla fine, quello che si è costruito è stato un gruppo che ha attraversato una "tempesta" emotiva e narrativa profondamente costruttiva: ha saldato legami, acceso prospettive, reso visibile un comunità in formazione.
Una comunità temporanea che, come la scultura di filo di ferro, appare fragile ed effimera ma solo in superficie perché è già attraversata da una tensione, da una volontà, da un desiderio profondo di ritrovarsi intorno al teatro come gesto necessario.
Custodi delle Residenze 2025 in dialogo con le comunità spettatoriali del Centro di Residenza Emilia-Romagna
Ieri sera si è svolto il secondo incontro online con i Custodi delle residenze dedicato alla figura dello spettatore e della spettatrice. Sullo schermo si sono accesi a mosaico i volti dei Custodi – di ieri e di oggi – insieme a quelli degli spettatori e delle spettatrici abituali di Arboreto e Corte Ospitale.
A offrire una cornice introduttiva è intervenuta Laura Gemini grazie alla quale abbiamo approfondito l’evoluzione del ruolo del pubblico e la sua rinnovata centralità. A partire dalla svolta avvenuta nel corso del Novecento - il passaggio dall’idea di opera compiuta alla centralità del processo comunicativo che l’opera innesca - Laura ha tracciato un percorso attraverso l’arte interattiva, l’artistivismo, le pratiche dialogiche e community-based. Ha poi ricordato anche i rischi dell'arte partecipativa, richiamando le teorie di Claire Bishop, e della mercificazione dell’interazione: quando la partecipazione diventa slogan perdendo la sua forza dirompente.
Oggi inoltre prendono forma nuove modalità di partecipazione profondamente influenzate dall'ambiente mediale. WhatsApp e altri canali si configurano come spazi dialogici e riflessivi capaci di alimentare legami tra spettatori e spettatrici anche oltre il momento di visione, generando così nuove forme di cura delle comunità teatrali mediatizzate, di cui anche i Custodi e gli spettatori e spettatrici di Arboreto e Corte ne sono un esempio vivo, come loro stessi hanno testimoniato.
La seconda parte dell’incontro è dedicata infatti al dialogo con spettatori e custodi del passato che prendono subito parola a partire dal loro vissuto.
Quando parlano i Custodi che hanno attraversato dal 2021 ad oggi il progetto ERetici. Le strade dei teatri ribalzano parole-chiave come connessione, meraviglia, coinvolgimento. Raccontano la condivisione di pratiche performative come collante del gruppo, la scoperta di luoghi sconosciuti, il privilegio di seguire un progetto “dalla scintilla alla scena”, di sbirciare la vita d’artista.
Gli spettatori rispondono con pari intensità. Evocano l’accoglienza quasi famigliare delle residenze – «diversa dai teatri cittadini, dove ti senti ospite e non parte» – e gli incontri con artisti internazionali e le visioni europee calate nei micro-territori che ospitano gli spazi di residenza. In questi luoghi, dicono, la quarta parete si sgretola perché «qui gli artisti hanno tempo di ascoltarti davvero».
Negli ultimi minuti si riallacciano i fili con il nuovo gruppo di Custodi, in vista della residenza di giugno alla Corte Ospitale, dove entreranno nel processo di ricerca di Anita Pomario per Notturno264. È il momento del gioco dei cinque sensi: cosa ci colpisce per primo, a livello sensoriale, quando entriamo nello spazio performativo? Emergono l’odore di polvere e chiuso che sa di nostalgia, i colori e il pieno/vuoto della scena, il silenzio come forma densissima di pienezza, e così via.
Quando le finestrelle di zoom si chiudono e i microfoni si spengono resta la sensazione che le parole ascoltate e dette continuino a risuonare dentro il dialogo, nella memoria condivisa, nell'attesa di vederci presto a Rubiera.