Per iniziare il cammino. Primo incontro online con Custodi 2026
Il primo incontro online dei Custodi 2026 ha avuto il valore di un passaggio di testimone: da un lato la memoria del percorso vissuto nel 2025 con Anita Pomario, dall’altro l’apertura del nuovo cammino con Sofia Naglieri, artista eretica del 2026. Il gruppo dei nuovi custodi, formato da: Lisa Bertocchi, Matteo Brunello, Elena Fabbri, Emilia Bottone, Ingrid Bellelli, Martina Barbaro, Nyx Rota, Cecilia Bellentani, Elena Cecchettini e Alex Dellapasqua, è stato introdotto non soltanto a un progetto artistico, ma a una postura: quella di chi accompagna da vicino e da lontano un processo ancora fragile, in formazione.
Un primo nodo importante è emerso dalle parole di Anita, che ha ricordato la sua esperienza con i e le custodi che l'hanno accompagnata durante il suo percorso di residenza tra l'Arboreto e la Corte Ospitale. La prima call online fatta insieme con tutte e tutti, l’elenco di parole condivise dal gruppo, erano diventati per lei una sorta di appiglio: parole da rileggere nei momenti di smarrimento, quando il processo creativo sembrava perdere orientamento. Da qui emerge con forza una possibile definizione del ruolo dei custodi: tenere la mano da lontano, far sentire l’artista meno sola, offrire una presenza discreta ma reale. Il momento della creazione, soprattutto dentro un progetto come Eretici, appare infatti come un tempo in cui le persone hanno bisogno di essere ascoltate anche quando non sanno ancora esattamente che cosa stanno dicendo. I custodi possono abitare proprio questo spazio: ascoltare senza forzare, accogliere senza pretendere chiarezza immediata.
Sofia ha poi presentato il proprio lavoro, Cadeux, un titolo che gioca tra “cadere” e “cadeau”, regalo. Il progetto nasce attorno alla caduta e alla morte, ma con il desiderio di attraversare questi temi anche attraverso il riso. È il suo secondo lavoro come autrice, dopo un precedente progetto dedicato alla malattia. Accanto a lei ci sarà Chiara Boitani, dramaturg e dottoranda all’Accademia di Napoli in studi teatrali. Fin da questa prima presentazione, il progetto di Sofia appare attraversato da una tensione forte: tenere insieme comico e tragico, leggerezza e gravità, corpo e pensiero, caduta e dono.
Gli interventi dei tutor hanno aiutato a collocare il percorso dentro la storia più ampia di Eretici. Gerardo Guccini ha individuato nella processualità una costante del progetto: Eretici non chiede necessariamente di arrivare a uno spettacolo concluso, ma di compiere un passo in avanti nel percorso personale e artistico di chi lo attraversa. Il lavoro non si misura solo sul risultato, ma sul movimento che produce nell’artista, sulla trasformazione delle sue tecniche personali, sulla possibilità di far emergere un elemento performativo come tappa transitoria, non come esito definitivo. Guccini ha ricordato come, negli anni, Eretici abbia assunto forme molto diverse: un gruppo costituito intorno ai testi, un artista precipitato nel rapporto con la materia, il lavoro delicatissimo di Anita, legato a ricordi privati che non potevano esplicitarsi direttamente. In tutti questi casi, il punto centrale sembra essere stato il rapporto tra ciò che si è e ciò che si fa teatralmente. Una delle sfide più delicate del progetto consiste proprio nel trovare una forma capace di avvicinarsi alle esigenze personali senza esporle in modo diretto: una vicinanza discreta, rispettosa, capace di accompagnare “patrimoni interiori in cerca di nuove nascite”.
Enrico Pitozzi, guardando al percorso di Anita, ha sottolineato la sua capacità di trasfigurare un mondo interiore e portarlo alla visibilità. Il problema non è semplicemente “raccontare” un’esperienza intima, ma trovare un linguaggio che permetta a quell’esperienza di uscire da sé, di essere condivisa senza essere tradita. Questo passaggio sembra molto importante anche per i nuovi custodi: accompagnare un’artista significa forse osservare come un nucleo interno, fragile e personale, cerca la propria forma pubblica.
Francesca Di Fazio ha infine messo a fuoco il progetto di Sofia, evidenziando ciò che ha colpito nella sua proposta: la volontà di tenere insieme due dimensioni apparentemente opposte, il comico e il tragico. Sofia sembra voler lavorare non tanto sull’inciampo iniziale né sul tonfo finale, ma su quel momento quasi impercettibile e sospeso che è la caduta stessa. La caduta diventa così principio installativo e drammaturgico: non solo tema, ma struttura del lavoro. Tra i riferimenti evocati compare Otto di Kinkaleri, che può orientare una riflessione sul corpo, sull’instabilità, sul tempo dilatato del gesto e sul rapporto tra visibilità e caduta.
Nel complesso, l’incontro ha aperto il percorso dei Custodi 2026 come uno spazio di ascolto, attenzione e accompagnamento. La figura del e della custode non appare come spettatore/tice privilegiata né come sguardo esterno, ma come presenza capace di stare accanto al processo senza anticiparlo, senza chiuderlo, senza pretendere che tutto sia subito comprensibile. Custodire, in questo senso, significa accettare la fragilità della creazione, riconoscere il valore dell’incertezza e offrire all’artista una piccola comunità di risonanza.
Infine, come ogni anno, l’incontro si è chiuso con un ultimo momento condiviso insieme a me, Silvia, Sofia Naglieri e Chiara Boitani e con i e le Custodi, invitate a portare con sé, in questo inizio di percorso, un oggetto, una canzone, uno spettacolo del cuore e una parola capace di raccontare come si sentono.
Da queste parole - raccolte come piccole tracce di presenza, orientamento e desiderio - è nata, con il supporto di ChatGPT, un testo corale che tiene insieme le diverse posture del gruppo. Una piccola soglia poetica per nominare l’avvio di questo nuovo cammino insieme.
Siamo arrivatə in primavera,
con il vento ancora tra i capelli
e qualcosa che si muoveva, dentro:
una smania, una curiosità,
un sassolino,
a ricordarci che il cammino
non comincia mai da fermi.
Qualcunə si sente acciaccata,
qualcunə in bonaccia,
qualcunə centrata
solo per un istante,
prima che torni la perplessità
a fare domande nuove.
C’è chi porta pianto,
chi chiede aiuto,
chi cerca una consapevolezza.
E poi c’è questa parola strana,
serendipiticità,
che sembra dire:
non sappiamo bene cosa troveremo,
ma forse qualcosa ci troverà.
Forse è questo l’inizio:
stare insieme senza sapere tutto,
lasciare che il vento muova le cose,
che il sassolino indichi una direzione,
che l’aiuto diventi voce,
che il pianto non faccia paura.
E in mezzo, piano,
qualcosa di spirituale:
non una risposta,
ma un modo più attento
di stare al mondo.
Primavera, allora.
Non perché sia tutto leggero,
ma perché qualcosa,
anche acciaccato,
anche perplesso,
anche in cerca,
sta cominciando
a germogliare.