《I giorni di malattia nell'infanzia e nell'adolescenza sono proprio giorni maledetti. Il mondo di fuori, il mondo del tempo libero in cortile o in giardino o sulla strada, penetra nelle stanze dei malati solo con un brusio attutito. All'interno di quelle stanze prolifera il mondo dei racconti e dei personaggi che il malato incontra nelle sue letture. La febbre, che indebolisce la percezione e affina la fantasia, rende la stanza del malato un luogo nuovo e allo stesso tempo familiare e sconosciuto; sulla trama della tenda e della tappezzeria i mostri fanno le boccacce, e sedie, tavoli, scaffali e armadi si accatastano per diventare montagne, edifici o navi, cosi vicini da poterli toccare e al tempo stesso lontanissimi. Durante le lunghe ore della notte, agli ammalati fanno compagnia i rintocchi del campanile della chiesa, il rumore occasionale delle auto di passaggio e il riflesso dei loro fanali che si spande su pareti e soffitti. Sono ore senza sonno, ma non ore insonni; ore non di mancanza, ma di pienezza. Bramosie, ricordi, paure, voglie creano labirinti in cui gli ammalati si perdono e si ritrovano e si riperdono. Sono ore nelle quali tutto diventa possibile, il bene quanto il male.
Tutto ciò si attenua quando il malato migliora. Ma se la malattia è durata abbastanza a lungo, la stanza si è come impregnata di queste fantasie e il convalescente rimane perso nel labirinto.》