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“Ma l’amore no, l’amore mio non può
disperdersi nel vento con le rose,
tanto è forte che non cederà,
non sfiorirà.”
Le rose al vento,
la rosa scarlatta,
le rose hanno le spine,
la rosa s’incarna,
la rosa è anche rossa.
Ma cos’è questa rosa?
Cos’è questa rosa
che deve disperdersi nel vento insieme all’amore?
Questa rosa così forte non perderà i petali,
non invecchierà lentamente fino a…
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A chi come noi recita, ma non lo sa. A chi si sente offeso, a chi "finché la barca va". Agli uomini di spirito e di volontà, quanto spirito ci vuole per dar fuoco alla città? Autocombustione, la fine di una band, il Duomo di Milano vi scoppia in faccia ed è il Big Bang. Gommone, portami via da questa città che era mia ora è degli idioti, che democrazia. Agli sceriffi di paese, con la casetta verde che fa rima con "merde" ma noi siamo educati. Al popolo sovrano, ai sudditi fedeli a' sorreta, a' fratete, a tutti i miei pensieri. Un outlet infinito, è ciò che meritate. L'inferno non esiste, ma somiglia a Rimini d'estate. Gommone, portami via da questa città che era mia ora è degli idioti, che democrazia.
Ci siamo svegliati domenica mattina che era di martedì.
"Faccia di merda!". Il mio gatto, Isidoro, è di nuovo entrato dove non avrebbe dovuto. E' un'espressione coniata appositamente per determinate situazioni: il fatto che si usi "faccia" al posto di "muso", sta ad indicare una parità di doveri e diritti all'essere umano. Un uomo solitamente non caga nei letti altrui, ed è proprio quello che fa Isidoro quando subisce un torto. Magari potessi farlo anch'io! Arrovellandomi e tirando madonne di cemento al mio super-io, m'appresto ad andare. Mezz'ora alle cinque: sole violento, maniche corte.
Il pallone volava alto nell'azzurro cielo rosso sangue, osservando placidamente il parcheggio attorno al TNT. Guardavamo il pallone con un'aria innocente e fanciullesca, sognando la sera. Rimbalzava e tornava su, rimbalzava, sbatteva contro i muri, contro i volti. Di lì a poco la figura del pallone sarebbe stata sostituita dal nostro cervello. Su e giù, di lato, contro il muro! Dov'è il pallone? Ce l'hanno i Cartavetro. Ma dov'è il pallone? Non ne ho idea.
Arrivata la sera, arrivati i gruppi e cibo bel bello sui piatti, il venditore di edizionifighedilibriapocoprezzo si fuma una sigaretta dietro l'altra. Cazzo, mi prendo Dickens con la copertina barocca. So che non lo leggerò mai ma, accidenti, la faccia di chi viene in camera mia è impagabile. Solo tre euro? Proprio così, amico. Odore d'erba in sottofondo.
…
Incontro Ale sotto palco, mi passa la parola. Ma cazzo, ho già la macchinetta fotografica in mano, occhio impegnato, non so se posso. Dannazione. Ci sono gli Edible Woman nell’obbiettivo, formazione ridotta, ammetto di non averli mai visti prima. Accendono i primi fuochi del Madreselva, divampano in un beat elettronico, serrato ed esotico, quattro quarti fatto per forgiare due natiche così. Stringo la presa sulla camera, voglio esser gli occhi della serata. Non so nulla in fatto di fotografia, so appena come si tenga in mano sto coso, ma di non esser capace ora me lo son dimenticato: il chitarrista ha il palco tutto per sé, lo sa bene e vuol farlo sapere pure a me, lo seguo nel display e mi sento un maledettissimo Harold Edgerton che tenta di immortalare un proiettile nell’esatto istante in cui fa esplodere una mela. Inizio col botto, mi volto e le facce son consenzienti. I Taras Bul’ba sono in tre. No sono in sei. No, è un solo tizio. L’esperienza parla chiaro, parla forte, vent’anni di musica alle spalle e queste rocce franano sul pubblico, sono sepolto. E’ psych, non so nient’altro. Suonato con maestria, precisione, destrezza, musica che marcia drittissima e muscoli distesi. E’ roba saggia. Ho pure preso il bassista che violento pesta sul basso, una posa che sembra stia sfondando il palco, un’aura potentissima: vai Harold, spacca tutto.
Respira... Sollievo, sollievo per un attimo, prima dei Crtvtr. Ho promesso al bassista di scattarne una montagna di foto, ma la macchinetta m’abbandona. Questa è quella buona, poi ne ho un’altra, una che fa solo scatti sfocati. Prestami il cellulare. Mi piacciono i Cartavetro, mi piacciono e non ho voglia di far foto, così la mia testa riesce a sviarmi dall’incarico. Mezzo concerto seduto a terra, stordito. “Perché state seduti?” Erano loro che l’ultima volta ce l’avevano chiesto? Non ricordo. Ma hey, dov’è il pallone? Chiudono il concerto come chiude il loro ultimo disco, la mia salma è diventata una meta turistica, i Gnoomes possono usarmi come gradino per salire sul palco. Giungono dal lontano est, ci portano la fredda Russia ed ora è un freddo bestiale qui al TNT. Devo dare il cambio all’ingresso, trascinatemi via per favore. Son tre ragazzi ben messi, pelle bianca, tratti freddi come la loro provenienza, l’impresa più ardua è guardarli negli occhi. Non ci provo, ma li ascolto con piacere dalla mia gelida posizione. Fanno largo uso di suoni elettronici, strutture dritte, ripetitive, ossessive, fluide, azzurre poi gialle, colori vivaci, di quando in quando morbidi, teneri, poi più ruvidi, sporchi, sotto le mie palpebre succede il finimondo, se chiudo gli occhi non li apro più.
Ale, Ale dove sei, prendi la parola, Ale tocca a te.
Eccomi, scusa. Gli Gnoomes mi hanno pietrificato talmente tanto da scordarmi completamente che in realtà sono seduto davanti ad un pc. Cristo, ho una voglia matta di sussurrare al chitarrista "delitto e castigo" nell'orecchio. Finiti i concerti, siamo stati attirati da un singolare tappeto sonoro che proveniva dall'altra stanza. Un percorso di fotografie nerastre e ben definite abbracciava le sue mura, vibranti.
Angeli scavati nella pietra, pellicole ossidate, polvere, costruzioni, buddismo.
Appena il corpo si posò a terra, i pensieri in testa volteggiavano e producevano bollicine come pesci in un acquario. C'era il pensiero rosso, quello giallo più tropicale ed infine quello blu, il più liquido di tutti. Sarà stata la stanchezza, sarà stato l'alcol, sarà stato semplicemente il fatto che la situazione era orchestrata ad hoc, ma difficilmente sono rimasto così coinvolto da una performance drone come quella sera. Il sogno si staccò all'improvviso, ricordandomi di essere effettivamente in un luogo munito di strafottutissima elettricità.
Un grazie speciale ad Alessandro Fiordelmondo aka Drugo aka Pensieri di un Cane per essere la calda culla dei nostri viaggi post-serata. Grazie.
Ma prima dei ringraziamenti, ci scoliamo una birra all’interno degli Spazi (Contro)versi di Jacopo Luchetti. Ci abbiamo messo un’ora a tentare di standardizzare quello spazio, ma niente da fare. Posizionato all’ingresso della performance audio-visiva del Drugo e della mostra di fotografie nerastre di Stefano Santaroni, ne è stato in qualche modo il guardiano.
Grazie, dicevo. Grazie a tutti per aver reso una sera una delle sere da ricordare. Grazie all'organizzazione, grazie alle band. Grazie alla pasta, grazie alle luci. Grazie al cemento, ai rumori, alle automobili.
Il pianeta dovrà aspettare a morire, grazie a tutti.
Ci siamo svegliati la domenica mattina che era di martedì, ed abbiamo ritrovato il pallone.