Mi ero dimenticata di quei fiori, mi ero dimenticata di quelle parole, di quel regalo leggero, pieno di attenzione e amore. MI ero dimenticata com’ero un tempo, mi ero semplicemente scordata di quanto leggero fosse il mio passo e mobile la mia mandibola.
Mi sono chiesta a lungo ieri sera, perché tu non sia giunto qui, in questa piccola e sciocca finestra che lascio aperta, mi sono chiesta perché non ti sia capitato di trovarmi. Avevi la sensazione di avermi? non avevi bisogno di andare oltre. Oppure stavi scappando, stavi trovando il modo di non restare impantanato nelle mie parole, nelle mie idee, nei miei ricordi…?
un San Valentino dimenticato, forse uno dei primi. Quelli erano fiori di campo, non una rosa rossa accompagnata da spighe di grano, come qualche anno dopo accadde. Non semplici parole che creavano un legame, come - ancora dopo - avvenne. Quelli erano fiori di campo legati con uno spago, ed il mio volto era arrossito come solo un tempo permettevo.
E il foulard viola intorno ai miei capelli, i fiori trovati sulla bicicletta, il suo volto tra la folla. Il volto di un altro, la mano di un terzo, il sorriso di qualcuno che se n’è andato troppo presto.
Il regalo, quel dolce quaderno pieno di fiori secchi e poesie scritte con una penna stilografica ed una grafia bella ma difficile. E le mie parole, le mie infantili e tenere parole, piene di innocente coraggio, di dolce ambizione.
Sciocca ragazza, sciocchi pensieri. Sono arrabbiata, inferocita. Non hai capito, neanche tu. C’era solo quell’immagine, e poi la mia domanda. Il mio arrossire molto più intenso, il freddo pavimento del bagno. Non hai capito, non potevi.
Te ne sei andato, e me ne sono andata anche io: vi ho spaventati, e ho buttato via la chiave.
Mi hai ascoltata nella notte. Non mi hai giudicata, questo è sempre stato così, è sempre stato il motivo per cui a volte, nel silenzio del dolore, nella lontananza, nel buio, riuscivo a sentire un'onda calda attraversare la mia schiena e calmarmi, cullarmi, proteggermi. E così mi addormentavo.