Due cose vorrei:
1. L’armadio di Fran Fine
2. Lo stomaco di Fran Fine
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1. L’armadio di Fran Fine
2. Lo stomaco di Fran Fine

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Breve video soddisfacente ... per me lo è sicuramente 🤣
"I nostri armadi assomigliano
Impietosamente alle nostre Anime.
Quante cose dimenticate
e quante conservate per
" forse un giorno ".
— Alessandro D' Avenia
Mi sento come un armadio senza vestiti, vedo solo grucce appese su di me, nessun abito vistoso è pronto ad arricchirmi.
Gli sforzi non aiuteranno ad per abbellirmi.
Il vuoto che provo è ciò che mi colma.
@thesame-emptyroom
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Nuovo profilo su Vinted, passate a dare un occhiata al mio armadio 🌼

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Forse sto esagerando.
Vorrei troppo buttare il 90% del mio armadio e riniziare da zero!
Tra quattro mura
Se io avessi una botteguccia fatta di una sola stanza vorrei mettermi a vendere sai cosa? La speranza. “Speranza a buon mercato!” Per un soldo ne darei a un solo cliente quanto basta per sei. E alla povera gente che non ha da campare darei tutta la mia speranza senza fargliela pagare. – Gianni Rodari
«Facciamo un gioco,» mi disse mio fratello «nascondiamoci dentro l’armadio.»
Avevamo tirato fuori tutti i nostri vestiti e li avevamo adagiati sui letti, avevamo tirato fuori tutte le nostre scarpe e queste erano ora sparse per tutto il pavimento, così come gli zaini e i borsoni, i cappelli e le sciarpe e i giochi che da piccoli amavamo tanto ma che con il crescendo ci eravamo scordati.
La mamma si sarebbe arrabbiata tornando a casa e osservando tutto quel casino nella nostra stanza, lo sapevo, ma mio fratello mi aveva guardato e con un’alzata di spalle era entrato nell’armadio. Io avevo guardato la nostra cameretta, e poi lo avevo seguito come facevo sempre. Mi era sempre piaciuto passare il tempo con mio fratello, e lui aveva sempre il modo giusto per farmi sentire felice e per farmi divertire. Nostra mamma lavorava molto, per lunghe e molte ore al giorno, per portare il cibo in tavola e per farci avere tutto quello che potevamo desiderare, anche se non chiedevamo mai molto perché eravamo consapevoli che non ci meritavamo quello che lei faceva per noi. Mi dispiacque seguire mio fratello lasciando quel disordine nella nostra cameretta, ma ero troppo curioso di venire a scoprire quale gioco si sarebbe inventato questa volta per preoccuparmene più di tanto.
«Dai, entra» mi spronò mio fratello, prendendomi quindi per un polso e tirandomi dentro lui stesso, per poi chiudere la porta dell’armadio alle mie spalle.
Mi ci vollero alcuni secondi per abituare gli occhi al buio totale all’interno dell’armadio, ma poi iniziai a vedere delle luci. Erano piccole e di un giallino pallido, una delle tonalità del mio colore preferito, e sembrava volessero dirmi di seguirle.
“Vieni, vieni da questa parte,” sembravano sussurrarmi.
Cercai di chiedere spiegazioni a mio fratello, ma non riuscii a individuarlo nonostante ne sentissi la sua presenza accanto a me. Sapevo che eravamo premuti l’uno contro l’altro nell’armadio, ma mi parve di essere da solo. Girai su me stesso per quanto mi era possibile in quello spazio ristretto, e dopo aver compiuto un giro di trecentosessanta gradi, ritrovandomi nuovamente di fronte alla scia di lucine di un giallino pallido, iniziai a camminare.
Non compresi, all’inizio, come mi era possibile proseguire così a lungo in quello spazio largo a malapena mezzo metro, ma percorsi una strada a tratti impervia e a tratti piacevole. Era notte, e non vedevo quasi nulla al di fuori delle lucine che erano diventate la mia guida. Mi orientavo principalmente grazie a loro, al rumore dei miei passi sul selciato e al rumoreggiare del mare alla base della scogliera. Ogni passo mi poteva essere fatale, poiché non vi era un criterio logico per cui il sentiero fosse ora semplice ora difficile, poiché sentivo sotto i miei piedi il terreno irregolare, roccioso e sdrucciolevole, e giacché la brezza marina era, in quei tratti più malagevoli, un forte vento gelido.
Eppure, non riuscivo a fermarmi, a tornare indietro. La mia curiosità del venire a scoprire cosa avrei trovato alla fine del percorso fatte di lucine di un giallino pallido era notoriamente più vigorosa del mio senso di lucidità e sicurezza. Un paio di volte, infatti, avevo rischiato di precipitare nello strapiombo, fortunatamente in entrambi i pericoli corsi mi ero riuscito a rimettere sul percorso dopo essermi, la prima volta, aggrappato a una radice e, la seconda volta, essere stato soccorso da una creatura gentile che però non saprei neanche come descrivere.
Sembrava che fossi quasi arrivato sulla sommità di una collina, un solo grande pino a osservare una stellata pazzesca sopra e il mare dinnanzi e le lucine come lucciole tutt’attorno a egli, quando sentii la voce di mio fratello.
«L’hai vista?» mi domandò, tirandomi fuori dall’armadio e iniziando a rimettere tutto il suo contenuto ordinatamente al suo interno. «La Speranza.»
Non compresi, scossi la testa.
«La Speranza?» domandai aggrottando la fronte, chinandomi a raccogliere un paio di scarpe per riporle nuovamente nella scarpiera all’interno dell’armadio.
«La Speranza» confermò lui. «È lì, sempre, anche dove meno te l’aspetti, anche quando pensi che tutto quanto sia perduto. Lei c’è sempre, e s’illumina di più quando le difficoltà che affronti sembrano essere insormontabili.»
Annuii. Non fui sicuro di capire allora, perché l’unica cosa che vidi alla fine di quel gioco fu l’Albero delle Lucciole in una meravigliosa notte stellata. Ma, ora, capisco perfettamente cosa intendesse mio fratello.
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