Nuovo post su https://is.gd/3FWgOy
Racconti| La macchia blu. Una falsa storia vera (epilogo)
di Alessio Palumbo
Epilogo
Il pennino raschiava la pergamena. Don Matteo Rocca, con mosse lente, appose la firma in calce al testo scritto di fresco con quella grafia spigolosa che con lâetĂ era andata ulteriormente peggiorando.
Don Celestino si avvicinò allâarciprete che tuttavia non lo sentĂŹ.
âSia lodato GesĂš Cristoâ urlò il cantore quando il vecchio parroco ebbe riposto il pennino nel calamaio.
âSia lodato GesĂš Cristo don Celestinoâ fece quello sorpreso, ruotando su se stesso âNon vi aspettavo. Come state? Avete una faccia grigia! Non vi sentite ancora bene immagino. Il vostro servo mi ha detto che stavate molto maleâ
âVa meglio grazie. Voi tutto bene?â
âDiciamo che stavo meglio ieri in campagna, ma il vostro servo è venuto a chiamarmi stamattina per la morte del Letiziaâ la voce tradiva il fastidio per quella chiamata in anticipo ai propri doveri pastorali âVedeteâ continuò lâarciprete âHo appena finito di registrarlo sul libro dei mortiâ
E indicò il registro.
Don Celestino si avvicinò e lesse velocemente traducendo istintivamente in italiano il latino mal scritto del suo superiore
âIl giorno tredici agosto millesettecentoottanta, Michele figlio dellâillustrissimo Francesco Letizia della cittĂ di Alessano e della fu Petronilla Mauro della Terra di Aradeo morĂŹ il giorno sopra riportato percosso con un coltello cosĂŹ come diconoâ. In realtĂ il parroco aveva scritto âcosĂŹ come diceâ ma poi aveva depennato e corretto.
Il cantore lo guardò e il vecchio don Matteo Rocca, pur miope e malconcio, capÏ il senso di quello sguardo
âHo evitato di scrivere che siete stato voi a dirmi comâera mortoâ disse piĂš per far pesare lâinusualitĂ della faccenda che per scusarsi âe ho anche detto di essere stato io a confessarloâ
âAvete fatto beneâ rispose freddo don Celestino e riprese a leggere
ââŚe percosso visse diciassette giorni e ricevette il sacramento della penitenza da me soprascritto Arciprete, ristorato col sacro viatico e olio degli infermi corroborato e furono fatte le solite preghiere e il suo corpo fu inumato in questa mia chiesa parrocchiale, allâetĂ di circa ventiquattro anniâ
Don Celestino chiuse il registro e fece per andarsene
âAvete idea di cosa sia successo?â chiese quasi distrattamente lâarciprete prima che il cantore fosse uscito âNessuno in paese sembra saperne nulla e per evitare di suscitare curiositĂ ho preferito seppellirlo subitoâ
âAvete fatto beneâ ribadĂŹ il cantore âCosâè successo me lo ha detto in confessione, don Matteo, ma lâho potuto assolvereâ
âBene, bene. Tornatevene a casa ora. I vostri occhi parlano per voi: state ancora male. Andate magari a stare un poâ in campagna, voi che poteteâ
âAccetto ben volentieri il vostro consiglioâ rispose e si congedò.
Appoggiandosi al bastone rientrò in chiesa, ma non si inginocchiò neppure per salutare il sacramento. Non riusciva a non pensare a quanto successo. Avrebbe potuto raccontare tutto a don Matteo, magari sotto la garanzia del sacramento della penitenza. Del resto avrebbe dovuto chiedere lâassoluzione per il fatto di non aver nĂŠ confessato nĂŠ unto il Letizia. Eppure non aveva voluto farlo. PerchĂŠ? Lo capĂŹ attraversando la piazza e volgendo nuovamente lo sguardo verso la finestra della vecchia camera da letto di donna Petronilla. La camera che aveva ospitato per diciassette lunghi giorni il figlio morente.
La vicenda alla quale aveva assistito e che, per alcuni versi, aveva vissuto in prima persona, aveva poco a che fare con i sacramenti, con il divino e con la religione. Era unâassurditĂ un pensiero del genere nella testa di un sacerdote, ma era cosĂŹ. Quella storia era una faccenda solo umana, come il volto della madonna ritratta da Michele Letizia o il sorriso del suo bambino. Era la storia di un amore tra una donna giĂ sposata, Agata Calò, moglie di Alfonso Castriota, ed un giovane uomo ribelle. Un artista che per quella donna era giunto ad uccidere il legittimo consorte venendone ferito a morte; un pittore dal talento eccelso, come altri non aveva ammirato almeno in provincia, capace di dedicare la sua prima vera ed importante opera, nonchĂŠ lâultima, allâamata, eternandone sulla tela il viso delicato, bellissimo, con gli occhi di smeraldo e le labbra pallide, circondato da un velo blu come la notte ma molto piĂš luminoso. Lo stesso blu che Michele aveva inavvertitamente impresso, quasi una firma, sul corpo del marito di Agata. Lo stesso blu che lui, affacciandosi dalla finestra della vedova Resta e poi rimirando dalla piazza la casa dei Mauro, aveva immediatamente riconosciuto, pur senza accorgersene nellâimmediato, sul parapetto della finestra della camera da letto di donna Petronilla. Quel magnifico blu brillante che ora arricchiva il velo di una stupenda madonna delle Grazie. Il resto era una cronaca come tante altre. Probabilmente, saputo dellâomicidio, donna Giovanna Vasquez dâAcugna, che quella tela aveva voluto, aveva deciso di non servirsi piĂš dellâopera del giovane pittore. E la scelta era stata talmente risoluta da portare ad interrompere tutti i lavori di aggiustamento nella chiesa della Madonna delle Grazie, il cui altare centrale avrebbe dovuto custodire il quadro in una magnifica cornice di pietra. Michele Letizia non si era sconfortato per la decisione di donna Giovanna e in diciassette giorni di agonia, nascosto nel palazzo che era stato di sua madre e di suo nonno, aveva portato a compimento la tela, dando alla vergine il volto di Agata e ponendole tra le braccia un bimbo che non avrebbero mai avuto.
Avrebbe potuto raccontare tutto ciò allâarciprete? Don Matteo Rocca non lo avrebbe capito e lo avrebbe solo condannato per le menzogne dette. No, non gli importava nulla di ciò. Solo un aspetto di quella vicenda lo faceva stare tanto male e non poteva non ammetterlo, almeno a se stesso. La sua curiositĂ , quella maledetta curiositĂ senile, inutile e dannosa, lo aveva portato a vederci chiaro, ad indagare senza fermarsi davanti a nulla, neanche fosse un magistrato, un coadiutore della corte o una spia. Per farlo si era recato di notte in piazza, aveva voluto provare le proprie intuizioni anche al costo di introdursi in casa dei Mauro impedendo cosĂŹ ad Agata, fuggita per le urla della vedova Resta, di rientrarvi per trascorrere gli ultimi istanti con Michele. Ecco la ragione del suo tormento. Aveva negato a Michele la pace celeste e ad Agata quella terrena.
Avvolto in quei rimorsi era intanto giunto vicino casa. Il vecchio servo sedeva sulla soglia ingobbito, le braccia appese lungo il corpo e lo sguardo fisso nel vuoto.
âAttacca il calesse alla giumentaâ gli disse don Celestino scuotendolo da quella sorta di catalessi âQuestâanno in campagna andiamo con due giorni di anticipoâ.
âOgni tanto una buona notiziaâ commentò con poco entusiasmo il servitore.
 Cosa câè di falso e cosa di vero?
 Forse conviene partire da questâultima categoria che accorpa la gran parte delle cose riportate nel racconto. Le fonti utilizzate per ricavare le notizie utili allâintreccio sono principalmente tre: le visite pastorali dei vescovi di Nardò redatte a fine Settecento, dalle quali ho tratto le informazioni sui luoghi sacri e sul clero; il catasto onciario del 1743, che mi ha permesso di conoscere le proprietĂ dei vari personaggi, le rispettive abitazioni e indirizzi; i registri dei defunti, dei battesimi e dei matrimoni che, oltre ad aver fornito lo spunto principale della vicenda, mi hanno consentito di inquadrare cronologicamente i vari personaggi coinvolti.
Innanzitutto, dunque, posso dire che sono veri i luoghi. La via di Santa Caterina, il vicinato dei Mauri, il palazzo dei DâAcugna, quello dei Frigino, la piazza principale posti in continuitĂ lâuno con lâaltro e tante volte percorsi o fiancheggiati dai protagonisti della storia erano nel Settecento tra i principali riferimenti urbani di Aradeo. Sono assolutamente vere le chiese, nelle loro intitolazioni e in tanto di ciò che si è scritto nel descriverle: la chiesa madre con i suoi altari spogli, la sagrestia lugubre e corrosa dallâumidità è motivo di critica da parte dei vescovi per tutti i secoli della sua esistenza. Il Crocifisso, la Madonna di Costantinopoli e lo Spirito Santo che, allâepoca dei fatti, erano delle piccole chiese di una comunitĂ povera, visitate dai presuli neretini senza mai segnalare in loro nulla di eccezionale; addirittura, per lâultima delle tre cappelle verrĂ sancita lâinterdizione a causa del suo stato di abbandono. Ă vera e ancora visibile ai tempi dei fatti la chiesa della Madonna delle Grazie che le carte ci dicono avere il proprio ingresso proprio di fronte alla casa dei dâAcugna (da qui lâidea dei lavori voluti da donna Giovanna Vasquez dâAcugna e della lite svoltasi al suo interno). Sono veri e tuttora visibili, seppur con modifiche rispetto al loro aspetto settecentesco, la colonna di San Giovanni, il castello baronale e la chiesa dellâAnnunziata.
In secondo luogo, sono realmente esistiti nei giorni in cui si svolge la vicenda i personaggi citati (almeno quelli aventi un nome e un cognome). Ciò vale tanto per i protagonisti quanto per quelli che potremmo definire dei comprimari. Tra questi ultimo, erano vivi in quellâestate 1780 lâarciprete Matteo Rocca, don Ippazio Greco e lâarcidiacono Blasi, che tuttavia ho descritto come morente approfittando del fatto che il registro dei defunti dellâarchivio parrocchiale ci riporta il suo decesso a meno di un anno di distanza (4 aprile 1871). Per i laici, sono realmente in vita nei giorni del duello il medico De Pandis, che dal catasto onciario sappiamo abitare in un comprensorio di case nel borgo, donna Giovanna Vasquez dâAcugna, ultima esponente della ricca famiglia gallipolina di cui abbiamo notizia ad Aradeo (morirĂ infatti lâ1 maggio 1791, annorum quinquaginta duo circiter e sarĂ sepolta nella sua tomba privata in chiesa, in proprio monumento in hac Parochiali Ecclesia), Neviglia Gaetano, serva degli stessi dâAcugna di cui è innamorato il vecchio servitore di don Celestino e Felicia Rizzo, cameriera della nobile famiglia nonchè madre della protagonista, Agata Calò. Nellâagosto 1780 è ancora viva Anna Maria Resta, che morirĂ circa un anno dopo (il 7 agosto 1781): mulier quandam Petri Chiariaci (moglie del fu Pietro Chiriace), le cui proprietĂ abbiamo ricavato dal catasto onciario insieme alle notizie sulla sua abitazione (abita in casa propria sita nella strada del SS.mo Crocifisso). Dal registro dei defunti sappiamo che, pochi giorni prima dellâomicidio di Alfonso Castriota, il 25 luglio, perse la figlia, Iosepha Chiriaci filia quondam Petri Chiariaci et Anna Mariae Resta Terre Aradei [âŚ] aetatis sue annorum triginta sex circuite.
Tralasciando gli altri personaggi minori, veniamo infine ai veri protagonisti della storia che, è fondamentale dirlo, trae spunto da due annotazioni prese sul registro dei defunti a breve distanza lâuna dallâaltra:
 Traduzione: âIl 28 di luglio 1780 â Aradeo
Alfonso Castriota della Terra di S. Pietro di Galatina sposato in questa terra di Aradeo nel giorno predetto fu colpito con un coltello da Michele Leti(ti)a della sopradetta Terra di Aradeo, cosĂŹ come molti dicono, e data lâassoluzione sotto condizione dal reverendo d. Celestino Giuri e da me insfrascritto Arciprete col sacro olio degli infermi corroborato, furono fatte le solite preghiere e il suo copro fu inumato in questa mia chiesa parrocchiale il giorno 29 del prefetto mese, allâetĂ di circa trentasei anni.â-Matteo Rocca Arcipreteâ
  Traduzione: âIl 13 agosto 1780 â Aradeo
Michele figlio dellâillustrissimo Francesco Letizia della cittĂ di Alessano e della fu Petronilla Mauro della Terra di Aradeo morĂŹ il giorno sopra riportato percosso con un coltello cosĂŹ come dice dissero e percosso visse quindici diciassette giorni e ricevette il sacramento della penitenza da me soprascritto Arciprete, ristorato col sacro viatico e olio degli infermi corroborato e furono fatte le solite preghiere e il suo corpo fu inumato in questa mia chiesa parrocchiale, allâetĂ di circa ventiquattro anniâ- Matteo Rocca Arcipreteâ
 Tutto nasce dalla prima annotazione, compresa la scelta di affidare a don Celestino Giuri il compito di indagare. Le visite pastorali di metĂ Settecento ce riportano questâultimo come Cantore della chiesa parrocchiale. Le notizie sulla sua casa (palazziata sita nel vicinato di S. Caterina, cinque orte di terra seminativa con alberi dodici di olivi dentro loco detto Lo Rizzo [âŚ] piĂš orte uno mezzo di vigne pastane con alberi trenta di olive loco detto li Monticelli, [âŚ] piĂš una giumenta [..]etcâŚ) e sulle sue proprietĂ le ho ricavate dal catasto onciario
Sappiamo che morĂŹ nel marzo 1790 a circa 82 anni.
Di Alfonso Castriota notizie se ne hanno poche: sfogliando il registro dei morti, ho trovato in data 29 agosto 1790 una nota sulla morte di Agata Calò, mulier Alfonsi Castrioto San Petri Galatinae filia coniugum Joannis Calò Terrae S. Petri Galatinae et quondam Feliciae Rizzo Terre Castrignani aetatis suae annorum triginta sex circiter obiit) (trad: âmoglie di Alfonso Castriota di San Pietro in Galatina e figlia dei coniugi Giovanni Calò della Terra da di Galatina e della fu Felicia Rizzo della Terra di Castrignano, morĂŹ allâetĂ di trentasei anni circaâ).
Infine Michele Letizia: di lui conosciamo i genitori, ovvero la madre Petronilla Mauro, discendente di una ricca famiglia del paese il cui capostipite, Domenico Mauro, può vantare a metĂ secolo oltre a tante proprietĂ , elencate nel racconto dal servitore di don Celestino, una casa propria con camere superiori e inferiori loco detto S. Annunciata Vecchia. LâAnnunziata Vecchia altro non è che il nome seicentesco della chiesa del Crocifisso: da ciò la vicinanza tra la casa dei Mauro e quella della vedova Resta cosĂŹ utile per lâintreccio del racconto. Del padre di Michele Letizia, so soltanto che è originario della cittĂ di Alessano. Approfittando tuttavia del fatto che la famiglia Letizia di Alessano ha prodotto numerosi pittori, tra i piĂš famosi del Salento, ho pensato di fare anche di Michele un artista. Questa connotazione come le restanti parti del racconto (la storia dâamore, la tela, i dialoghi e i pensieri) sono frutto della sola fantasia.
Qui i precedenti capitoli:
Racconti| La macchia blu. Una falsa storia vera (cap. I)
Racconti| La macchia blu. Una falsa storia vera (cap. II)
Racconti| La macchia blu. Una falsa storia vera (cap. III)
Racconti| La macchia blu. Una falsa storia vera (cap. IV)*












