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Buzz Aldrin. Luna. 21 Luglio 1969.
Predarubia. Not in my name. 8 Settembre 2017.
"That's one small step for (a) man, one giant leap for mankind."
Una delle più famose frasi che siano state mai dette viene pronunciata in quel 21 Luglio. A dirla è Neil Armstrong, primo uomo ad aver posato piede sulla superficie lunare. In realtà sulla Luna ci arrivano il giorno prima, il 20 Luglio 1969, ma non scendono dal modulo lunare fino al giorno dopo ad oltre 6 ore dall'allunaggio. Questa foto ritrae Aldrin, ma anche nell'altra, quella più famosa, è sempre Aldrin ad apparire in foto. Armstrong lo si vede riflesso nella visiera intento ad immortalare lo storico evento.
La frase porta con se quasi 50 anni di congetture, per quel "a" detto o non detto, o chi abbia realmente ideato quella frase che Armstrong giura di aver pensato solo al momento di scendere la scaletta. I detrattori di Armstrong lo descrivono come un uomo mediocre, privo della fantasia e creatività necessarie a concepire parole così adatte all'evento. Ritengono che la Nasa non avrebbe mai fatto posare piede ad Armstrong senza averlo preparato a quel momento, lasciando a lui il compito di improvvisare qualcosa. La capacità tutta Americana a concepire ogni momento come spettacolo è evidente anche nella foto. La bandiera non è posta su di una normale asta. In alto si può vedere che la bandiera è sorretta da un secondo supporto orizzontale, che fa si che la bandiera sembri sventolare. Non è solo la testimonianza del primo uomo sulla luna, è la testimonianza di un evento debitamente studiato e coreografato, la testimonianza della loro innata capacità di saper fare show come nessun altro al mondo.
Resta da capire in che modo questa foto e queste parole si leghino a Not in my name. Se avete avuto la curiosità e la voglia di arrivare fino a qui, sono certo che continuerete a leggere fino al punto di cliccare sul link e premere play.
Not in my name è stata scritta con la Tv accesa, dallo schermo provenivano le immagini consuete di sbarchi e disperazione.
Mio nonno, Annibale, è sbarcato ad Ellis Island il 22 Aprile del 1912, aveva solo 3 anni. Un viaggio per mare lungo una settimana a bordo della Rochambeau insieme a sua mamma Maria che, con altri 3 figli al seguito, attraversò l'Atlantico per raggiungere il marito Michele, che già era arrivato negli Stati Uniti nel 1908. Immagino questa donna forte partire da qui, dalla Garfagnana, e percorrere i 1300km che ci vogliono per arrivare a Le Havre e da lì imbarcarsi per l'America. Il primo viaggio, la prima volta che vedeva il mare, la prima volta che sentiva una lingua non sua. Un viaggio di speranza e disperazione, abbandonando tutto e tutti, con biglietto di terza classe di sola andata. La grande depressione seguita alla crisi del '29 la riporterà indietro con più figli di quanti non fosse partita e con Michele a fargli compagnia.
Io sono nato diverse decine d'anni in un piccolo paese sulla sponda orientale del Loch Lomond nella verde Scozia. Mio padre aveva intrapreso un viaggio simile, con gli stessi bisogni di chi lo aveva preceduto, ma decisamente meno avventuroso che non merita di essere raccontato.
Nelle mie vene scorre il sangue di migranti, di chi viaggia e conosce il viaggiare di chi si muove per speranza e disperazione.
Guardando la tv non avevo in testa la storia di Annibale, Maria, Michele o mio padre. Guardando la tv pensavo ad Armstrong, al suo viaggio, alle parole che disse scendendo la scaletta. Guardando la tv, chitarra in mano, ho scritto il primo verso che è sulla foto. Spegnendo la tv ho scritto il resto.
Le parole di Armstrong hanno un significato preciso, di quanto quel piccolo passo fatto da un uomo sia niente se confrontato al grande balzo che l'umanità stava compiendo attraverso quel gesto.
Eppure c'è altro. C'è il porre la storia di un uomo davanti a quella dell'intera umanità , di prendere in considerazione per prima la nostra singola storia e non quella più grande che ci sovrasta.
Le storie di sbarchi raccontano tanto e vengono ferocemente strumentalizzate, sia da una parte che dall'altra, clandestini o risorse non fa differenza. Nessuno compie quel viaggio caricandosi di un bagaglio più gravoso della propria storia personale, nessuno vuole portare con se altro.
Giuseppe Pocai
Not in my name racconta questo, forse, se siete arrivati fin qui cliccate sul link e premete play.
https://itunes.apple.com/…/alb…/not-in-my-name/id1273723314…